Maupal e la street art contro la violenza sulle donne, opere all’asta

scritto da il 10 Giugno 2020

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Alessandra Carloni – Natura fiorente

“I can’t breathe”, è lo slogan risuonato nelle manifestazioni americane per protestare contro l’omicidio di George Floyd a opera di un poliziotto. “I can’t breathe”, “non posso respirare” è anche il titolo dell’opera dell’artista romano Maupal dedicata alle donne vittime di violenza. Anche queste donne, metaforicamente, non possono respirare, oppresse in molti casi da compagni, mariti, fidanzati ed ex fidanzati che tolgono loro l’aria, la libertà, ne soffocano i diritti. Donne che sono come costrette da catene dalle quali – questo racconta l’opera di Maupal, artista noto tra l’altro per aver dipinto il “Super Pope” davanti all’entrata della Città del Vaticano – ci si può liberare sono a morsi, con lo sguardo della tigre.

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Maupal – Smart

Il periodo delle restrizioni per il Covid, tra i vari effetti, ha avuto anche quello di acuire le situazioni di disagio, come quella delle donne che subiscono violenza, costrette, in molti casi, a convivere 24 ore su 24 con l’uomo maltrattante. Come comunicato di recente dall’Istat, durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il numero anti violenza, il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono state 2.013 (+59%). In poche parole, la violenza domestica in questo periodo di restrizioni Covid è aumentata, come segnalato anche dall’Onu: non per tutte le donne la casa è stata infatti un luogo sicuro.

Il quadro di Maupal fa parte dell’iniziativa “Art’s Angels”, una vera e propria mobilitazione del mondo della street art contro la violenza maschile sulle donne. Le opere vengono vendute nell’ambito di un’asta di beneficenza, iniziata il 7 giugno, che avrà termine il 14 giugno. Il progetto, ideato tra gli altri proprio dall’artista Maupal, al secolo Mauro Pallotta, e da Associazione Donna, ha il supporto di Fondazione Pangea Onlus e conta sulla partecipazione di molte artiste, nazionali e internazionali. In particolare 75 artiste sono venute in aiuto alle donne che vivono in una situazione di violenza fisica o psicologica, decidendo di mettere a disposizione altrettante loro opere che si trovano sul sito https://artbid.it/ appositamente creato.

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Groene Vlinder – Farfalla verde

Tra i nomi di quante hanno aderito all’iniziativa, ci sono le romane Cinzia Pellin e Alessandra Carloni, Alessia Babrow (per metà sudafricana), la milanese Ste Real, l’olandese Handiedan, la bergamasca ma berlinese d’adozione Alesenso, l’americana Veblena Finkenberg, la friulana Lara Trevisan, la tosco-spagnola Valentina Lucarini Orejon, Lasottosopra da Genova, le anonime cittadine del mondo Zoe e collettivo Darehood e Lediesis.

Anche Jo Squillo, da sempre impegnata a combattere le discriminazioni e la violenza di genere, sostiene l’asta di beneficenza “Art’s Angels” e donerà una maglia dell’iniziativa “Wall of dolls – Il muro delle bambole” da lei ideata: il progetto nato come installazione artistica è divenuto simbolo contro i femminicidi e la violenza sulle donne.

Maupal, in questo contesto di artiste nazionali e internazionali, incarna l’esempio di un modello maschile che sottolinea come le discriminazioni e le violenze basate sul genere vadano combattute assieme.

niunamas-press2-laikaPer l’iniziativa è stato scelto il nome “Art’s Angels” in omaggio alla famosa serie tv degli anni ’70 “Charlie’s Angels”. Nella serie Charlie è il mecenate che rimanendo dietro alle quinte combatte il crimine lasciando la scena alle vere protagoniste ovvero le bravissime e rivoluzionarie investigatrici professioniste chiamate “angeli”. In questa iniziativa l’arte si fa persona e angelo essa stessa e le vere protagoniste sono le artiste, più o meno conosciute, con le quali Charlie/Maupal condividerà il “palcoscenico” per sostenere concretamente l’obiettivo di questa iniziativa, ovvero contrastare attraverso l’arte le discriminazioni e la violenza sulle donne e sostenere percorsi di empowerment.

Tra l’altro nella serie tv si affrontavano per la prima volta questioni importanti e per l’epoca “innovative” come le condizioni delle donne lavoratrici e i crimini connessi con ambienti di lavoro sessisti, la messa in discussione della donna come oggetto sessuale, i crimini di violenza contro le donne, lo sfruttamento e la violenza mentale e fisica sulle prostitute, lo stalking.

Ultimi commenti (1)
  • Mauro |

    Devo dire che i tempi devono essere decisamente migliorati da quando leggevi (o anche sentivi sui TG nazionali) cose del tipo:

    “(…)La violenza familiare da parte del proprio compagno – spiega Gabriella Paparazzo, responsabile formazione dell’associazione Differenza donna – è in Europa e nel mondo la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni.” (Corriere della Sera “Violenza partner è prima causa morte donne” 28 ottobre 2005)

    Oppure (dato che si parla di artisti/e impegnati/e) cose come:

    “In Italia la prima causa di morte per le donne non è la malattia, non è un incidente, ma la morte per mano di un padre, di un marito, di un fidanzato o di un ex compagno. Un fenomeno che negli ultimi anni ha preso il nome di “femminicidio”, una parola che nasconde sofferenza, umiliazione e talvolta vergogna nel denunciare il proprio aguzzino.
    La regista e speaker radiofonica Betta Cianchini ha voluto portare alla luce proprie queste storie, quelle di “donne morte ammazzate”, con l’intenzione di mantenere viva l’attenzione su questo triste fenomeno. Abitare A Roma ha intervistato la Cianchini per scoprire cosa l’ha spinta ad avvicinarsi a questo argomento e capire, attraverso le parole di una donna che ha deciso di spendere le sue forze per altre donne in difficoltà, la vera natura del femminicidio comprendendo in quale maniera contrastare questo problema dalle radici.(…)”
    (Abitarearoma it “Betta Cianchini: “Aiutatemi a bloccare il mio spettacolo sul femminicidio” – La regista romana impegnata a portare in scena il fenomeno della violenza sulle donne con lo spettacolo “Storie di Donne Morte Ammazzate”
    7 Gennaio 2014)

    Ancora di recente comunque, in luoghi mediatici più periferici, l’elemento narrativo della “prima causa di morte per le donne è per mano maschile” tira ancora, evidentemente, se riescono a farci su dei convegni dato che si legge:

    “Muoiono più donne di femminicidio che di cancro e incidenti. Se n’è parlato a Grottaminarda al convegno sulla salute delle donne” (ottopagine.it – 26 novembre 2018)

    Quindi perché fermarsi a paragonare gli afroamericani uccisi dalla polizia alla “strage delle donne”, quando come le attiviste argentine del gruppo Fuerza artística de choque comunicativo si può puntare dritte dritte a:
    “femminicidio è genocidio!” (IlFattoQuotidiano 4 giugno 2017 “Il femminicidio è genocidio’, il grido nudo delle donne in Argentina”)

    Anche perché, per se da una simile ecatombe di qualche anno fa dove una manciata di mariti, compagni etc a caso ammazzavano più donne all’anno del tumore al seno, si passa a:

    “Come comunicato di recente dall’Istat, durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il numero anti violenza, il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019.
    In poche parole, la violenza domestica in questo periodo di restrizioni Covid è aumentata, come segnalato anche dall’Onu: non per tutte le donne la casa è stata infatti un luogo sicuro.”

    è chiaro che…beh… insomma… Cioè, il capisco metterci dentro “Istat”, “Onu” nella frase, okkei, funziona sempre ci sta, ma i dati esibiti qui, sono di 1522 e sono riferiti a chiamate su una popolazione di 60 milioni di persone, e al/la lettore/trice abituato/a a leggere di donne ammazzate dai compagni più degli incidenti e malattie, fresco/a di esperienza di quarantena, dopo un primo momento di perplessità, si potrebbe lasciare lo spazio mentale per considerare che chiusi in casa si sbrocca un po’ tutti, e quindi a chiedersi se la violenza domestica subita da uomini pre/durante e post lockdown covid non viene rilevata (per esempio da Istat ) perché non esiste, o non esiste perché non viene rilevata.
    E magari poi, potrebbe domandarsi cosa si sentirebbero rispondere degli uomini chiamando il 1522, e quale effetto sortirebbe questa richiesta di aiuto o dove verrebbe mai registrata.
    E questo non va bene, perché una efficace opera di sensibilizzazione, deve impedire che nelle menti di chi viene esposto a un messaggio teso a combattere la violenza di genere possa formarsi anche solo lo spazio mentale sufficiente a porsi delle domande che non abbiano già una risposta all’interno di quel messaggio.
    Suggerirei quindi di lasciare stare i dati, i numeri se non c’è il clima giusto per porli (come ai tempi in cui “la prima causa di morte etc etc” stava sui tg nazionali per esempio), e puntare magari di più sul racconto dettagliato di casi di cronaca nera particolarmente efferati (sicuramente ce ne sono sempre e funziona sempre) oppure usare come intro cose come (faccio un esempio):

    “Di fronde al genocidio delle donne, quello che sta accadendo in una nazione come gli USA che scende in piazza per l’uccisione di George Floyd, dovrebbe darci la misura dell’urgenza di scendere in piazza contro la violenza maschile. Eppure la strage delle donne per mano maschile continua nel silenzio più assordante.[eventuale sviluppo mettendoci dentro qualche caso recente di omicidio di donna particolarmente esposto mediaticamente]
    E’ per rompere questa campana di vetro che etc etc..”