Vorrei incontrarti fra cent’anni: Internet, apprendimento ed evoluzione

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L’evoluzione dell’homo sapiens è sempre sotto i nostri occhi. Recentemente ho scoperto che tra i bambini nati negli ultimi due decenni, molti non metteranno mai i denti del giudizio: venuta meno la necessità di masticare cibi duri, la nostra dentizione si adatta e si modifica.

Anche le nuove tecnologie sono responsabili di profonde trasformazioni nella nostra esperienza del mondo, sollecitandoci a sempre nuovi apprendimenti che, a loro volta, grazie alla neuroplasticità, si traducono in modificazioni a livello cerebrale: di recente abbiamo visto, ad esempio, come l’uso frequente di touchscreen sia in grado di alterare in brevissimo tempo alcune aree corticali, provocando in particolare un’espansione della corteccia somato-sensoriale relativa al pollice.

I cambiamenti non riguardano solo il movimento ma anche molti comportamenti quotidiani. Se i miei genitori leggevano riviste cartacee, consultavano l’enciclopedia e prima dei viaggi spiegavano le cartine sul tavolo per studiare il percorso, la maggior parte di noi oggi si informa attraverso riviste online, quando viaggia si affida alle mappe del cellulare, fa shopping in rete. Ma leggere per un’ora una rivista cartacea o degli articoli su uno smartphone sono la stessa cosa? E cercare un’informazione su Google o su un volume della Treccani? Avere 1000 amici su Internet influenza credenze e aspettative sull’amicizia?

Poche settimane fa su World Psychiatry è stato pubblicato The online brain, how Internet may be changing our cognition a firma di un gruppo di studiosi afferenti alle università più prestigiose nel mondo, tra le quali Oxford, l’Harvard Medical School di Boston, il King’s College e l’Istituto Maudsley di Londra. In una sintesi parsimoniosa ed equilibrata, questi studiosi ci aiutano a fare chiarezza sulla “mente online” e sui cambiamenti in corso da un punto di vista cognitivo, fotografando lo stato dell’arte.

Recenti studi osservazionali ci svelano che quando siamo lasciati liberi di operare al nostro computer, ogni 19 secondi ci dirigiamo verso un nuovo stimolo, dedicandogli nella maggior parte dei casi (75%) meno di un minuto. I curiosi dotati di i-phone possono rivolgersi alla funzione “tempo di utilizzo” per immediate auto-diagnosi: nella mattinata di oggi lo schermo del cellulare della scrivente è stato attivato 39 volte, per una media di 63 attivazioni al giorno durante l’ultima settimana. Visto questo continuo allenamento, diventeremo più abili nel multitasking? Le ricerche ci dicono che non è così: saltellare continuamente da un’informazione all’altra sembra piuttosto rinforzare la nostra sensibilità agli stimoli irrilevanti (ma in grado di produrre un aumento nel nostro livello di attivazione, come indicato dalla conduttanza cutanea che subisce un picco se da un compito lavorativo passiamo ad un messaggio su FB).

Il continuo ricevere notifiche – appositamente studiate per essere sempre più accattivanti – unito alla presenza di hyperlink nei testi, rende insomma più difficile impegnarsi in compiti di “attenzione sostenuta”, ossia protratta nel tempo. Al contrario di quanto accade sulle riviste cartacee, anche un tempo breve trascorso in un ambiente caratterizzato da hyperlinks (ad esempio, fare shopping online per 15 minuti) genera un calo di attenzione e rende più difficile ignorare le distrazioni anche quando ci disconnettiamo. Non sono forse le stesse difficoltà che già oggi incontrano alcuni bambini? Tra cent’anni, leggeremo ancora tutto d’un fiato il V canto dell’Inferno di Dante? Saremo ancora in grado di studiare una notte intera, di affondare nella lettura di un libro o di vedere un film di tre ore?

Oltre all’attenzione, i principali cambiamenti cognitivi riguardano la nostra memoria, sempre più affidata ai motori di ricerca. Che differenza c’è, direte voi, tra l’affidarsi a Google e il ricorrere a vecchi supporti come enciclopedie, libri, manuali, fotografie, video super 8, familiari? Da sempre ci si affida a supporti esterni ma Internet sta operando una rivoluzione: se, da un lato, ci aiuta a notare aspetti non ovvi, non immediatamente osservabili e a ricordarli meglio, dall’altro sembra ridurre progressivamente le transazioni tra le persone e la responsabilità – in chi acquisisce l’informazione – di trattenerla, affinché altri possano attingervi; inoltre, in quanto “stimolo supernormale”, rende inutili e ridondanti tutti gli altri supporti – foto, libri, gruppi – sintetizzandoli in sé. Rispetto all’enciclopedia cartacea, il ricorso a Internet ci rende più rapidi nel trovare quel che cerchiamo, ma meno abili nel ricordarlo a lungo termine e dunque sempre più dipendenti dal mezzo (decisamente più trasportabile rispetto al volume dell’enciclopedia!). Alcuni studiosi hanno anche osservato un altro fenomeno interessante, a livello metacognitivo, che potremmo definire “illusione di conoscenza”: tra me e il mio smartphone non c’è differenza, è sempre con me, la sua conoscenza è la mia, con conseguente sopravvalutazione delle nostre conoscenze.

Internet ci sta anche abituando ad intrattenere moltitudini di “relazioni deboli”. Già Berry Wellman nel volume “Networked: The New Social Operating System”, aveva osservato che gli individui appartengono oggi ad una moltitudine di reti sociali, spesso non connesse tra loro, che moltiplicano opportunità e scelte, aiutandoci a risolvere i problemi in modi nuovi e più efficienti (pensate ai gruppi di mamme che si scambiano consigli su prodotti per bambini, a quelli di persone con una data patologia o ai fan di un gruppo musicale).

D’altro canto, la continua interazione tra i due mondi, fa sì che abitudini apprese online si trasferiscano offline, influenzando la nostra percezione delle relazioni. Basti un esempio: accettazione e rifiuto sono in genere molto sfumati nella vita offline ma non lo sono online, dove i feedback arrivano immediati e sono affidati a metriche molto chiare (numero di amici/follower e di like). Quanto tempo ci vorrà per ritrovarci a vivere come Lacie, la protagonista del primo episodio della terza stagione di Black Mirror, nel quale chiunque dotato di cellulare può votare la popolarità degli altri e dove tutto dipende dal punteggio ottenuto, dall’acquisto di una nuova casa all’invito ad una festa di matrimonio?

Gli studiosi ci aiutano ad osservare le evoluzioni in corso, nella consapevolezza che le variabili intervenienti sono molte e includono, tra le altre, il genere, l’età (è ancora limitata la ricerca in infanzia e adolescenza), gli stili di vita, le attività sociali, il livello di scolarizzazione e il sonno. E’ ormai condiviso che gli effetti delle tecnologie possano essere sia positivi sia negativi, in base alla vulnerabilità del soggetto in questione: uno stesso uso può essere sfavorevole in un bambino e straordinariamente benefico  per un anziano (pensiamo a come i social media aiutino il superamento di condizioni di isolamento, con benefici a livello fisico e neurocognitivo).

Spingendo la mente più in là, potremmo arrivare ad immaginare che in un futuro distopico sarà creata una comunità (di eletti?), artificialmente cresciuti in luoghi in cui le moderne tecnologie saranno assenti, affinché possano svolgere il compito di preservare certe capacità attentive, mnestiche, relazionali, saperi e abilità che rischiano di andare perdute. “Gli organismi viventi sono in equilibrio col loro ambiente, siccome l’ambiente cambia, debbono cambiare anch’essi, altrimenti sono condannati a scomparire”, scriveva Darwin. E ancora, Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti”. Andremo avanti, adattandoci e modificandoci, preservando le abilità che risultano utili, senza forse rimpiangere troppo quelle passate e, a un certo punto, senza più ricordare come eravamo? Vorrei esserci, tra cent’anni.