Scuola: la classe è luogo di umanità, prima che di apprendimento

scritto da il 26 Luglio 2018

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Insegnare è una vocazione?

Me lo domando spesso che cosa significa essere insegnante. E’ davvero una vocazione, come si dice spesso? Una sorta di “chiamata”, di missione che si compie nei confronti delle nuove generazioni? Credo, invece, che si possa definire, più che altro, una sfida, un impegno, soprattutto oggi.

E’ un lavoro che può essere migliorato quotidianamente, che cambia insieme al tempo, alla società, al contesto storico. Un “mestiere” che viene plasmato, smussato dai continui cambiamenti e dalle situazioni specifiche in cui è chiamato ad operare. Essere un buon docente non vuol dire solo “stare in classe”: la scuola è un universo talmente complesso ed esteso che non basta più essere un bravo oratore o trasmettitore di conoscenze.

Il mondo fuori dale aule è in rapida evoluzione, sia tecnologica che sociale, i bambini e le bambine che frequentano la scuola sono ormai tutti appartenenti all’era digitale, abituati alle relazioni mediate da internet, ai tempi ristretti, alla sostituzione della creatività con l’efficienza e la competizione. E’ anche l’era della condivisione e dell’apparizione: chi guadagna più like è un vincente, chi si espone sente di esistere.

Come si trasforma, allora, la sfida dell’insegnamento in quest’ottica?

pexels-photo-220502L’insegnamento deve tenere conto, innanzitutto delle cosiddette “soft skills”, competenze necessarie ricercate in ambito lavorativo moderno e futuro: la capacità di risoluzione dei problemi, la creatività, l’equilibrio, la precisione, la resistenza allo stress, la capacità decisionale, la capacità di comunicazione. Per questo, l’insegnante oggi deve allenare caratteristiche precise, deve possedere dei requisiti in accordo con le nuove competenze e con l’evolversi della società. E dunque, deve essere animatore digitale, mental-coach, organizzatore e programmatore, esperto comunicatore, leader capace di creare un gruppo di lavoro efficace; oltre che guida autorevole, sempre aggiornato in temi di psicologia e didattica e sempre in formazione.

Ma siamo certi che l’insegnamento possa essere del tutto assoggettato al mondo lavorativo, alle leggi della digitalizzazione globale o alle trasformazioni sociali? Probabilmente no. Probabilmente insegnare non è solo questo, non è solo formare bambini e ragazzi che siano in grado di destreggiarsi nel difficile mondo lavorativo, o trasmettere loro le conoscenze necessarie che li rendano teoricamente preparati e pronti ad affrontare il grado di istruzione successivo. Non dimentichiamo che la scuola vuol dire educazione. Educare vuol dire formare delle persone anche e soprattutto dal punto di vita emotivo. L’alfabetizzazione digitale deve andare di pari passo con quella affettiva, perché la classe è fatta di alunni e alunne che sono prima di tutto persone, con un tessuto emotivo unico e irripetibile.

Massimo Recalcati, psicoterapeuta, professore e autore del libro “l’ora di lezione”, ricorda un aneddoto di Safouan, efficace per spiegare, in poche e semplici parole cosa vuol dire insegnare: “un bravo maestro si distingue da come reagisce quando entrando in aula, prima di salire in cattedra, inciampa. Un bravo maestro è quello che fa dell’inciampo il tema della lezione”, perché la caduta non la teme e sa che la lezione non può e non deve essere necessariamente quella programmata.

school-926213__480Ecco, l’insegnamento non usa il sapere come cemento, anzi, piuttosto deve avere confidenza con la mancanza del sapere: “Il limite del sapere è ciò che custodisce il valore stesso del sapere”. E allora sì, essere insegnante diventa davvero una sfida, soprattutto oggi. Rendere gli alunni appassionati, motivati e partecipi. Direi innamorati della conoscenza. Far comprendere che la scuola non è solamente luogo di incontro con la conoscenza teorica, ma anche di conoscenza con l”altro”, con le differenze individuali, conoscenza dei propri limiti e delle proprie doti. Infondere fiducia, coraggio, empatia. Difendere lo spazio emotivo di ciascuno e valorizzare le potenzialità. Difendere le differenze, custodire l’errore, la stortura, come elemento di arricchimento, come punto di lancio. La forza di un maestro è portare luce e mantenere vivo il desiderio di conoscenza, come già sosteneva molti anni fa la pedagogista Maria Montessori: “Insegnare è portare un raggio di luce sul cammino dei propri alunni”.

Si, insegnare nell’era 2.0 è difficile, impegnativo. Conciliare progresso tecnologico e umanizzazione delle esperienze non è un lavoro semplice, eppure risulta doveroso. La lezione deve diventare soprattutto momento di vita vissuta, di esperienze concrete, prima che astratte; la classe è luogo di umanità, prima che di apprendimento. Eppure, quanta soddisfazione quando gli alunni comprendono che un “like” in più può far piacere, sì, ma mai come la stretta di mano di un amico, mai come un abbraccio, mai come un sorriso, mai come quello che si prova sentendosi parte di un gruppo “reale” di coetanei, mai come una pacca su una spalla del proprio insegnante.