La scuola diventa comunità: il metodo “senza zaino”

scritto da il 20 Luglio 2017

pexels-photo-207665

Immaginate la classe come una specie di villaggio multifunzionale, con angoli destinati al gioco, postazione multimediale, aree rivolte agli apprendimenti della scienza, della storia, della matematica e… una piazza. Sì, un’agorà, un luogo predisposto e pensato per accogliere gli alunni e gli insegnanti, uno spazio per raccontare e raccontarsi, per riflettere e confrontarsi, per rilassarsi e confidarsi, magari seduti per terra, in cerchio, oppure su morbidi e colorati cuscini. Questa è l’idea di classe progettata in funzione di un modello educativo, un progetto pedagogico concreto chiamato “scuola senza zaino”.

Un nome suggestivo, intrigante, soprattutto se si pensa al peso (considerevole) e al contenuto dello zaino scolastico, e a tutto ciò che ad esso è correlato. Portare lo zaino a scuola indica una condizione di precarietà, di non appartenenza. E’ un po’ come avere la valigia sempre mezza piena e aperta: si parte o si ritorna? Togliere lo zaino, secondo il modello senza zaino (SZ) è non solo un gesto reale: infatti gli studenti delle scuole sono dotati solo di una cartellina leggera per i compiti a casa, mentre le aule e i vari ambienti vengono arredati con mobilio funzionale e dotati di una grande varietà di strumenti didattici sia tattili che digitali. Togliere lo zaino ha anche un forte significato simbolico di cambiamento, di superamento del vecchio modello di scuola, di innovazione, di alleggerimento. Lo zaino non è più necessario perché gli ambienti sono ben organizzati. Nelle classi troviamo schedari, computer, giochi, enciclopedie, libri, materiali per scrivere e ascoltare, disegnare e dipingere, modellare e costruire, registrare e riprodurre, strumenti didattici per le varie discipline di studio, materiali di cancelleria. Tutto in condivisione, come in una comunità, una delle parole chiave del modello SZ.

Rendere le scuole delle comunità ospitali implica non solo costruire ambienti belli ed amichevoli, ma anche accogliere le diversità, far sì che ciascuno diventi responsabile per i propri e gli altrui talenti, originalità, bisogni e in generale per il precorso di crescita e di apprendimento. Scuola-comunità significa luogo di condivisione, di cooperazione e co – costruzione del sapere. Gli spazi e l’organizzazione dell’aula diventano fondamentali al fine di un apprendimento efficace: uno spazio funzionale può favorire il progressivo articolarsi delle esperienze dei bambini e lo sviluppo delle loro competenze; consente a ciascun bambino attività differenziate e molteplici occasioni ludiche, che sollecitino il bisogno infantile di fare, manipolare, toccare. L’approccio all’apprendimento si basa essenzialmente su: l ’autonomia degli alunni che genera competenze ,il problem solving che alimenta la costruzione del sapere, la diversificazione dell’insegnamento, la co-progettazione che rende responsabili docenti e alunni, la valutazione autentica che incoraggia i progressi.

Una classe SZ, insomma, assomiglia un po’ ad un efficiente ufficio dove ognuno sa quello che deve fare, perché concordato nell’incontro di inizio mattina. Si assumono compiti e responsabilità. Si lavora a voce bassa e si scelgono le attività. Periodicamente si compila il proprio portfolio e ciascuno è consapevole degli obiettivi da raggiungere. Ci si sente motivati. L’apprendimento avviene nella relazione e il ruolo dell’insegnante è quello di “attivatore” dell’apprendimento, di motivatore. E’ l’idea di insegnante della pedagogista Montessori, al cui pensiero si ispira il modello senza zaino: la richiesta fondamentale dell’alunno all’insegnante è quella di aiutarlo a fare da solo. Esserci, ma il minimo indispensabile.

Le scuole “Senza Zaino” sono a oggi 75 e sono diffuse non solo in Toscana (dove è nato il primo nucleo), ma anche in tutto il territorio nazionale ed è realizzato nelle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. Ad oggi, il progetto coinvolge circa 650 docenti e 7000 alunni. Il modello Senza Zaino, pur con i suoi lati deboli, in definitiva, vuole porsi come uno stimolo alla ricerca di nuove strategie nel processo insegnamento-apprendimento, pur riprendendo esempi classici della storia della pedagogia ( Pestalozzi, Dewey, Bruner), per offrire opportunità maggiori alle generazioni future.

Ultimi commenti (1)
  • Patrizia Mecchia |

    Sono favorevole a questo modello di Fare Scuola. La Scuola per eccellenza è un laboratorio di ricerca . ho insegnato per 38 anni nella Scuola Primaria ed ho sempre sperimentato queste metodologie lavorative atte a formare gli studenti e le studentesse alla responsabilità, alla partecipazione e cooperazione e quindi al superamento di stereotipi. L’alunna/o artefice del proprio sapere e l’insegnante mediatore e comunicatore di culture.