
Tre lustri all’insegna dell’impegno: contro gli stereotipi, il machismo, il precariato, lo sfruttamento dentro e fuori le redazioni, la violenza maschile. GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome) ha compiuto 15 anni, festeggiando con l’onore della Medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e con un convegno in Senato, il 28 settembre, patrocinato da Cnog, Fnsi, Inpgi e Casagit, dal titolo eloquente: “Diritti sotto attacco. Donne contro la cultura machista”. Un appuntamento partecipatissimo, che ha rappresentato anche l’occasione per tracciare un bilancio. Non solo dei risultati dell’associazione, ma anche della strada percorsa dalle giornaliste e dal Paese.
L’origine nel 2011, anno spartiacque
Al momento della nascita, il 21 settembre 2011 (non una data qualunque, ma l’anno della mobilitazione collettiva contro una rappresentazione delle donne svilente e offensiva e della nascita del movimento Se Non Ora Quando), GiULiA aveva ben chiari i due piani di lavoro strettamente intrecciati che la attendevano: la rappresentazione delle donne nei media e la condizione delle donne che nell’informazione lavorano. Perché, proprio come in un gioco di specchi, lo spazio riconosciuto alle giornaliste nelle redazioni si riflette nel modo e nel linguaggio in cui le donne vengono raccontate sui giornali, in Tv, alla radio, sulle agenzie, nelle testate online, dagli uffici stampa.

Sempre più donne nelle redazioni, ma il divario retributivo resta al 14,7%
A che punto siamo, allora, con la presenza femminile nelle redazioni? Una fotografia puntuale è restituita dai dati dell’Inps che sono stati presentati a Palazzo Madama da Monica Paiella della Direzione centrale studi e ricerche dell’Istituto nazionale di previdenza. Nel 2024 le giornaliste erano 7.135, il 43% del totale dei 16.676 giornalisti dipendenti, un punto in più rispetto al 2022-2023, ma sono concentrate nella fascia di età più matura, dai 56 anni in su. Si tratta della stessa fascia (tra i 56 e i 60 anni) in cui il divario retributivo rispetto ai colleghi uomini raggiunge il suo massimo: 16%, contro una media del 14,7% (migliorata rispetto al 17,9% del 2022 e al 16% del 2023). Dal 2022 si è registrato un tendenziale miglioramento delle retribuzioni (+5,1% totale, +7% per le donne): nel 2024 la retribuzione media dei giornalisti è di 63.326 euro, quella delle giornaliste si ferma a 55.233 euro. Va meglio per chi è all’inizio della carriera: le giornaliste fino ai 30 anni sono più numerose e guadagnano il 5,3% in più rispetto agli uomini.
La cappa del soffitto di cristallo
A pesare, infatti, è ancora il soffitto di cristallo: le donne sono appena il 33% dei giornalisti che guadagnano oltre i 100mila euro. E anche in questo gruppo, in cui la retribuzione media viaggia per gli uomini intorno a 144mila euro l’anno, per le donne si ferma a 132mila. La ragione non sta tanto nel minor tempo lavorato (le differenze tra i giornalisti sono minime: 280 giornate retribuite per le donne, 283 per gli uomini) o nel part time, che nel giornalismo nel 2023 incideva appena sul 5,3% del totale e riguardava il 4,7% degli uomini e il 6,1% delle donne. La motivazione principale del divario retributivo risiede proprio nella piramide che vede le donne assottigliarsi man mano che si sale nei gradini della carriera: le direttrici nel 2024 erano appena 6 su 38 direzioni di testate, radio, Tv e agenzie (il 15,8%). «Una presenza consistente nelle redazioni – ha sottolineato Paiella – non si traduce in pari accesso ai vertici». Un gap che per l’Italia è più ampio che altrove: secondo uno studio realizzato da Reuters Institute nel 2025 su 240 testate di 12 Paesi, le giornaliste risultavano il 40% del totale, le direttrici il 27 per cento. In Italia la percentuale scende al 15,8%, anche se la presenza complessiva, come abbiamo visto, è più alta (42,8%).
Ordine e sindacato, ancora troppe poche donne
«C’è da fare ancora tantissimo lavoro: anche nell’Ordine registriamo troppe poche donne. Occorre sensibilizzare i colleghi, e anche sostenere una prepotenza di proposizione da parte delle colleghe. Io penso che sarebbero maturi i tempi perché una donna arrivi alla presidenza del Consiglio nazionale dell’Ordine», ha sottolineato il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, riconoscendo a GiULiA il merito di aver contribuito a cambiare il lessico dei media. Lo ha ricordato il presidente della Federazione nazionale della Stampa, Vittorio Di Trapani, ringraziando GiULia per «la scelta di fare politica»: si deve anche all’associazione il Manifesto di Venezia firmato nel 2017, un decalogo ancora attualissimo per fare corretta informazione sulla violenza contro le donne, come chiede la Convenzione di Istanbul. «Se la parola “femminicidio” è entrata nel linguaggio comune è per la battaglia combattuta in questi anni», ha evidenziato Di Trapani, che però ha voluto pure soffermarsi sull’«insofferenza che ancora si respira nella nostra categoria» verso GiULiA e sul fatto che nel fenomeno del precariato «le prime a pagare, e a pagare di più, sono le giornaliste: mi piacerebbe sapere quante sono quelle costrette a lasciare e a fare altro». Eppure, nel sindacato come nell’Ordine, le donne sono poche: «Spessissimo non hanno la possibilità di spendersi nell’impegno sindacale. Domandiamoci perché».
Il ritorno del machismo: alzare il livello di consapevolezza
Lo squilibrio generale tra donne e uomini nel carico di lavoro di cura gratuito dedicato alla casa, ai figli e ai genitori anziani incide anche sulle giornaliste. Da anni Linda Laura Sabbadini, già direttrice generale Istat e pioniera delle statistiche di genere, lo denuncia come la vera zavorra che impedisce alle donne la piena cittadinanza. Dalla Sala Zuccari del Senato, però, il suo appello accorato è stato un altro: «Abbiamo fatto enormi passi per riconoscere gli stereotipi, ma il machismo ha rialzato la testa. Lo vediamo sui social, in una parte del dibattito politico e culturale. Lo vediamo nel ritorno a una rappresentazione fondata su ruoli rigidi e svalutazione delle conquiste femminili». Sabbadini ha citato le idee del generale Roberto Vannacci e messo in guardia: «Le parole contano moltissimo, possono diventare aspettative, comportamenti e discriminazioni. Possono contribuire a creare il terreno culturale in cui la violenza viene normalizzata e giustificata». Per questo – riepilogando i clamorosi risultati dell’ultima indagine Istat da cui emerge come il 15,3% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni e il 58% non ne ha parlato con nessuno, l’esperta vede con preoccupazione i possibili effetti della legge Valditara che ha imposto il consenso delle famiglie per l’educazione affettiva nelle scuole: «Abbandona le bambine più fragili e più esposte alla violenza in famiglia». L’invito finale? «Alzare il livello di consapevolezza. Quindici anni fa non potevamo immaginare quello che sarebbe successo ora. Dobbiamo imparare a non dare niente per scontato, perché niente è più scontato».
Contro la regressione la forza delle reti
Tante le testimonianze sulla regressione in atto, anche da parte delle parlamentari presenti: la dem Valeria Valente, che ha portato il suo saluto in apertura, la collega del Pd Cecilia D’Elia, Elisabetta Piccolotti (Avs), Maria Domenica Castellone (M5S), Marianna Madia (Italia Viva). Elisa Giomi, commissaria Agcom, ha raccontato le difficoltà di contrastare «l’atteggiamento teso a condonare» le rappresentazioni scorrette della violenza maschile contro le donne. «Oggi assistiamo al ritorno del body shaming e dell’insulto sessita per deridere le donne nel dibattito pubblico e politico: un clima che viene pericolosamente normalizzato», ha detto la presidente di GiULiA, Serena Bersani. «La responsabilità del giornalismo è non voltarsi dall’altra parte». A condividerla nel corso dell’evento, moderato da Ilaria Sotis e Alessandra Mancuso, le altre compagne e compagni di viaggio scelti per dare voce alla forza delle reti: Marina Cosi, Monia Azzalini, Roberto Natale, Simona Sala, Flaminia Saccà, Lara Ghiglione, Federico Faloppa. Reti che sono trasformative per tutte e tutti. «Quando siamo nate i giornali raccontavano ancora i femminicidi parlando di “raptus” e “troppo amore”. Carte alla mano e con il movimento delle donne abbiamo preteso e ottenuto l’ingresso della parola “femminicidio” nel linguaggio del giornalismo italiano», ha ricordato Silvia Garambois, tra le fondatrici di GiULiA. E Francesca Izzo, tra le promotrici di Se Non Ora Quando, ha richiamato lo spirito del 2011: «Quella mobilitazione di popolo guidata da donne nasceva da uno stato di intollerabile sentimento di essere offese permanentemente dal sessismo di Stato». Chissà che davanti all’esasperazione la magia non possa ripetersi.
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