
C’è una parola che torna più volte parlando con l’avvocata Manuela Ulivi: relazione. Non come concetto astratto, ma come pratica politica e quotidiana. È da lì che, all’inizio degli anni 90, prende forma il lavoro del Cadmi, Casa di accoglienza delle donne maltrattate Milano, nata dentro l’esperienza dell’Udi (Unione donne in Italia) e diventato uno dei primi centri antiviolenza in Italia. In quella fase, di violenza sulle donne ancora non si parlava sui media nazionale, la parola femminicidio era riservata a circoli ristretti e utilizzata solo dagli specialisti e dalle attiviste dei centri antiviolenza. In 40 anni di lavoro sono state oltre 38.000 le donne supportate per uscire da situazioni di violenza, nel solo 2025 le richieste a cui l’associazione ha risposto sono state 1.095. Con l’apertura della prima casa segreta nel 1991, sono stati oltre 800 i progetti di ospitalità per donne in stato di pericolo.
«La relazione tra donne è stata fondamentale: stare tra donne ci ha rese forti», dice la presidente di Cadmi Manuela Ulivi, avvocata civilista che da 40 anni si occupa di diritto di famiglia e minorile. «All’inizio non avevamo strumenti né modelli. C’era già uno sportello legale, ma nessuna competenza specifica sul maltrattamento. Ce la siamo costruita da sole, partendo da noi e dai racconti delle donne».
Il sapere non arriva dall’alto, ma dall’esperienza e dall’ascolto. «Abbiamo imparato a leggere ciò che ci veniva raccontato e a trasformarlo in conoscenza. Molte delle categorie che oggi sembrano scontate sono nate così. Penso alla violenza economica: la prima definizione europea del 1993 non la includeva, noi avevamo già iniziato a nominarla l’anno prima».
Guardarsi indietro, oggi, ha anche un valore di verifica. «Ti dici: avevamo visto giusto. Ma soprattutto capisci quanto sia stato importante riconoscere autorevolezza all’esperienza delle donne».

Dalla pratica alla politica
Ulivi racconta come quelli che oggi sono dei capisaldi nel processo di sostegno alle donne che cercano aiuto per uscire dalla violenza sono il frutto di anni di esperienza e di conoscenza sul campo. «Quando abbiamo iniziato a lavorare con il Comune di Milano sulle case a indirizzo segreto è stato difficile far loro comprendere l’importanza dell’anonimato, della segretezza degli indirizzi che tali dovevano restare anche per loro che contribuivano al progetto».
Ma i principi di anonimato, segretezza, come quello dell’assenza di giudizio sono centrali: «Sono le condizioni che permettono alle donne di fidarsi. Senza, il lavoro non esiste».
È anche grazie a questo approccio che, in quarant’anni, molte situazioni di rischio estremo sono state intercettate per tempo. «Abbiamo evitato a tante donne il peggio. Anche perché sappiamo che il momento più pericoloso è quello della separazione: quando una donna decide di andare via, è lì che il rischio aumenta».
Un dato che oggi è entrato nel discorso pubblico, ma che non lo era affatto vent’anni fa. «Già nel 2005 segnalavamo una recrudescenza della violenza e il legame con gli omicidi. Oggi si parla molto di femminicidi, ma allora era una lettura minoritaria».
Più consapevolezza, più aspettative (e nuove frustrazioni)
Se qualcosa è cambiato radicalmente, è il modo in cui le donne arrivano ai centri.
«Negli anni ’80 e ’90 vedevo donne di 50 anni che vivevano violenza da 20 o 30 anni. C’era una vergogna enorme, un senso di impotenza totale. Non avevano nemmeno le parole per definire quello che stavano vivendo».
Oggi è diverso: «Arrivano anche donne molto più giovani, riconoscono prima i segnali, hanno più consapevolezza. E soprattutto hanno più aspettative: pensano di potercela fare». La maggiore visibilità del tema ha prodotto effetti concreti: «Le donne sanno che esistono luoghi a cui rivolgersi, sentono che qualcosa si può fare». Ma non è un processo lineare.
«C’è anche un effetto negativo: una sorta di assuefazione. In alcuni contesti – magistratura, servizi sociali – percepisco un’insofferenza. Come se si dicesse: non esageriamo. E questa è una deriva pericolosa, perché se tutto è violenza allora niente lo è più».
Il nodo irrisolto della giustizia
È sul terreno della risposta istituzionale che emerge la frattura più evidente tra aspettative e realtà. «Oggi molte donne denunciano pensando che il sistema le proteggerà rapidamente. Il cosiddetto Codice Rosso ha alimentato questa idea. Ma nella pratica le cose sono più complesse: mancano prove, mancano tempi, mancano risorse».
Il risultato è spesso una delusione profonda. «Ci sono donne che arrivano a dire: se lo avessi saputo, non lo avrei fatto. Anche quando il percorso giudiziario funziona, non sempre risponde alle aspettative che si erano create». Il problema, insiste Ulivi, non è tanto normativo quanto applicativo. «Le leggi ci sono, anche severe. Ma abbiamo un problema di pratica del diritto: pochi magistrati, pochi mezzi, meno indagini. E pene molto alte che poi non sempre si traducono in effetti concreti».
Paradossalmente, «una pena breve ma certa può essere più incisiva di una condanna teoricamente pesante ma ineffettiva».
Figli, potere e ritorni del patriarcato
Uno dei punti più critici riguarda la gestione dei figli nelle separazioni conflittuali. «Il tema della bigenitorialità viene spesso applicato in modo automatico anche in presenza di violenza. Ma così si rischia di mantenere il controllo dell’uomo sulla donna, attraverso i figli».
Una dinamica più volte segnalata anche a livello internazionale – come nel caso dei richiami del Grevio all’Italia – ma ancora largamente irrisolta. «Il punto è semplice: un uomo che esercita violenza sulla madre dei suoi figli non può essere considerato un genitore neutro o automaticamente adeguato. Eppure, nei tribunali, vediamo ancora donne messe sullo stesso piano degli uomini violenti».
È qui che, secondo Ulivi, si manifesta una resistenza culturale profonda. «Dopo 40 anni, mi trovo ancora a discutere dell’esistenza stessa della violenza. E vedo riemergere logiche molto antiche: minacce economiche, pressione sull’affido, messa in discussione del ruolo materno».
Violenza economica e autonomia: un terreno ancora scoperto
Tra i nodi più sottovalutati resta quello economico. «La violenza economica è centrale. Oggi consiglio alle donne di tutelarsi anche in modo molto concreto: se rinunci a carriera e reddito, devi pensare a come coprire quel vuoto, anche dal punto di vista previdenziale». Il rischio è che l’asimmetria economica diventi uno strumento di ricatto, spesso invisibile finché non è troppo tardi.
Consenso, relazione, rispetto
Sul tema del consenso, Ulivi prende una posizione netta, ma non semplificata.
«È fondamentale, ma non può essere ridotto a un contratto o a un atto formale. È una questione di relazione, di empatia». L’idea di “patti” espliciti, secondo lei, rischia di spostare il problema. «Dietro c’è una visione oggettivante della relazione. In un rapporto sano, il limite si percepisce: quando l’altro non vuole, lo capisci». Il problema, ancora una volta, emerge nel passaggio giudiziario. «In alcuni processi si fanno domande invasive, umilianti, che riportano la responsabilità sulla vittima. È lì che il sistema mostra tutte le sue contraddizioni».
Il lavoro che resta da fare
Se c’è una parola che guarda al futuro, è prevenzione.
«Dobbiamo stare nelle scuole, fare formazione continua. Non possiamo più permetterci di stare zitti». Il cambiamento, insiste, non riguarda solo le donne. «Riguarda insegnanti, magistrati, assistenti sociali, professori universitari. Se non cambiano loro, il sistema non cambia». Dopo quarant’anni, la strada è lunga ma non lineare. «Abbiamo costruito leggi, cultura, strumenti. Ma ogni conquista va difesa. E soprattutto va tradotta in pratica quotidiana».
L’impegno di Cadmi è sempre più incentrato sulle attività di formazione e prevenzione: lo scorso anno l’associazione ha incotnrato 1.100 studentesse e studenti nelle scuole superiori e nelle università e 5.870 persone in aziende, istituzioni e territorio. Corsi di formazione e incontri di sensibilizzazione nelle scuole, nelle aziende, nelle istituzioni, e in ogni contesto di civile sono modi per accrescere la consapevolezza, lavorare sulla prevenzione e raggiungere il cambiamento culturale e sociale necessario per contrastare la violenza maschile contro le donne.
Perché, alla fine, è ancora lì che si gioca tutto: nella capacità di riconoscere la violenza – e di non voltarsi dall’altra parte.
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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.
Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.
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