
Il sorriso di Gisèle Pelicot spunta fuori dalla copertina, ha l’espressione ferma di chi ha capito. Un inno alla vita è uscito per Rizzoli in Italia, a febbraio. Lei ha l’aspetto di una donna comune, sobria come solo l’eleganza sa essere. A guardarle gli occhi, incorniciati da una frangetta scomposta, non si riesce nemmeno a immaginare a quale orrore abbiano assistito. C’è come un disallineamento tra quello sguardo aperto e le pagine che una dopo l’altra mettono nero su bianco tutto il male di cui l’uomo è capace. Una vicenda terribile, difficile da comprendere e anche da spiegare. Drogata e stuprata, umiliata e abusata dentro al suo letto; brutalizzata nella sua stessa casa: per anni Gisèle subisce il crimine più atroce. E lo cancella. La sua memoria non sembra averne trattenuto traccia. Una discesa agli inferi le rivelerà l’impossibile.
Il racconto dell’oscenità
Le parole che sceglie per raccontare l’indicibile inchiodano l’uomo con cui ha condiviso la vita che all’improvviso mostra di sé un volto insospettabile, segnato dalla depravazione più nera. Una società che da sempre ha programmato le donne a giustificare e ad amare incondizionatamente, la spinge a provare pietà fuori da sé, per chi l’ha offesa, umiliata, per chi ha provato a spezzarla. Colpevole di averla consegnata come corpo morto ai suoi aguzzini, di avere ridotto la donna a un’inerme bambola di pezza, Dominique Pelicot – il marito – non è ancora pago. E la filma, la fotografa e inonda il web delle sue immagini più intime. Lo stesso fa con gli scatti rubati alla figlia e alle nuore. Una crudeltà oscena che tracima nella perversione e nell’incesto, riporta il lettore e la lettrice a “Mia moglie“, la pagina Facebook chiusa dalla polizia postale e alle migliaia di altre pagine che non siamo ancora riuscite a intercettare.
La famiglia come «un campo di macerie»
È la mattina del 2 novembre 2020 quando la vita di Gisèle si ferma di colpo. Quella famiglia che la donna aveva voluto sopra ogni altra cosa deflagra, è «un campo di macerie». La storia fa presto a riempire i giornali scandalistici. La cronaca giudiziaria mette in fila accuse e difese: alla sbarra oltre cinquanta imputati, uomini d’ogni fatta e di tutte le età. Finiranno condannati per violenza sessuale in due gradi di giudizio. Vent’anni di carcere, in via definitiva, per il marito che l’aveva venduta come fosse stata una mercanzia, per punire i suoi no.
«Al dolore delle rivelazioni, alla vergogna del mio corpo trasformato in un sacco, si aggiungeva quella di non aver capito niente, di essere una povera idiota agli occhi degli altri e di se stessa».
Quando il coraggio è una conquista
Ma se la solitudine è la condanna inflitta alle donne violate, il coraggio è una conquista che arriva dopo lo sgomento. Il punto di svolta coincide per Gisèle con la decisione di rinunciare al processo a porte chiuse: capisce d’un tratto che in quell’aula non può e non deve rimanere sola. Le ci vorrà un po’ perché si renda conto del miracolo che ha compiuto. Quello che accade è una trasformazione radicale: l’abuso sessuale esce dalla dimensione privata e invade il territorio che è di tutte.
Mai più a occhi bassi. Nell’atto di aprirci quell’aula d’udienza la donna stuprata e brutalizzata ci mette a sedere accanto a sé: siamo tutte parte offesa. Il messaggio è chiarissimo, finalmente: «la vergogna deve cambiare lato».«Com’è strano rileggere quelle righe oggi. Sono io, mi riconosco. Convinta che la sofferenza non debba essere mostrata. Che vada nascosta, sacra quanto coloro che abbiamo perduto».
Il cameratismo virile
Quella che si sta consumando ancora fin dentro le aule di giustizia è, in fondo, sempre la stessa, antica storia di dominazione e di potere. C’è il patriarcato in purezza tra quei banchi, lo si vede bene gettando l’occhio dietro le gabbie degli imputati. È la vittima a riconoscerlo, e a mostrarcelo:
«Li sentivo parlare senza abbassare la voce, mossi da un impulso naturale al cameratismo virile, li vedevo darsi il cinque, andare insieme al caffè dirimpetto all’ora di pranzo, parlare al bancone, offrirsi una birra, ridere, legavano tra loro grazie alla semplice convinzione di non aver fatto niente di male. Eppure non si assomigliavano, alcuni sapevano esprimersi altri alla sbarra non riuscivano a mettere in fila due frasi coerenti, alcuni erano vecchi, calvi e con la pancia, altri giovani tutti muscoli, ce n’era uno che masticava una gomma senza mai fermarsi, un altro che aveva fatto venire gli amici poliziotti per sostenerlo, ma una cosa li accomunava: le arie che si davano. Quell’atteggiamento indifferente a tutto ciò che si potesse dire o pensare, perché da sempre la forza era dalla loro parte».
Il consenso come bandolo della matassa
La storia di Gisèle Pelicot – che ha ispirato anche un episodio dell’ultima stagione di Law and Order SVU, il crime che da venticinque anni si occupa di vittime speciali, di violenza sessuale e di genere – pone al centro il tema del consenso. Attualissimo ovunque, lo è certamente nel nostro Paese con la politica che ha rinnegato un intervento normativo necessario a un passo dalla sua approvazione.
Non possiamo non vedere: dietro alla vicenda raccontata in prima persona c’è, come in filigrana, la storia di ogni donna torturata, molestata, stuprata, sodomizzata. Percorre le 250 pagine del libro una tensione che è forza motrice e spinge. Si assiste al mutarsi del processo in un momento di catarsi: presto quell’aula di Avignone diventa un luogo dove i dolori si incrociano. Nei corridoi le donne incarnano un’ondata di sdegno e di solidarietà; quell’energia sembra di poterla toccare, è palpabile, reale:
«Non ricordo precisamente quale giorno ho udito i primi applausi mentre entravo nel palazzo di giustizia. Ho sentito la gente intorno a me, soprattutto donne: facevano un picchetto d’onore che non avevo previsto né richiesto. Ho avvertito il loro calore, la loro emozione e fragilità unirsi alle mie».
Una storia di guerra
C’è nel trauma che si è abbattuto su questa donna di mezza età un grumo di abusi antichi, ci sono violenze che hanno scavato gli anni dell’infanzia. Sempre più nitido riaffiora uno scenario di guerra: vittime che si fanno carnefici, crimini che si perpetuano, aguzzini che si nutrono delle loro stesse carni. Nel dramma che tutto travolge c’è il tratto della peggiore umanità. Ma nulla si distrugge e non va taciuto che tra le pieghe del dolore di Gisèle si intraveda la vita che non si arrende, che resiste, che non cede e neanche rimuove, ma elabora. Che invece di dimenticare racconta e, così facendo, libera.
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Titolo: “Un inno alla vita”
Autrice: Gisèle Pelicot con Judith Perrignon
Traduttrice: Bérénice Capatti
Editore: Rizzoli
Prezzo: 19 euro
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