
La Storia è fatta di persone e dalle persone e di storie. Ma anche di date e di percorsi imprevisti e imprevedibili. La Storia è fatta anche di nomi e di etichette che, talvolta, si attaccano addosso, cambiando il corso degli eventi a seguire. Vale anche pe la Resistenza. C’è una data cruciale in questa storia: è il 20 settembre 1943. E c’è un nome, o meglio, una sigla. Imi, Internati militari italiani. Nel corso della Seconda Guerra mondiale furono circa 650mila i soldati e ufficiali italiani, catturati dagli ex alleati tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, (in realtà firmato a Cassibile il 3 settembre e reso noto via radio dal Maresciallo Badoglio proprio l’8 settembre 1943), a ricevere questa denominazione. Il motivo? Aver rifiutato sia di collaborare con l’esercito tedesco e con lo Stato nazionalsocialista sia di aderire alla Repubblica sociale italiana. Perché il 20 settembre 1943? In quella data Hitler modificò lo status dei prigionieri italiani, fino a poco tempo prima alleati, coniando proprio quest’inedita derubricazione in “Internati militari italiani”, destinata proprio a tutti coloro che dissero “no”.
Gli Imi trascorsero circa due anni nei campi di prigionia tra Germania, Austria e Polonia, in una quotidianità fatta di angherie, soprusi, violenze, torture fisiche e psicologiche, fame, stenti, malattie. Tra le fila degli Imi ci furono anche personaggi celebri come gli scrittori Giovannino Guareschi e Mario Rigoni Stern, gli attori Gianrico Tedeschi, Luciano Salce, Giovanni Rossi (padre di Vasco Rossi) e Alessandro Natta, che sarà segretario del Partito comunista italiano.
Che cosa significava essere Imi
«Gli Imi – Internati militari italiani – non erano considerati prigionieri secondo la Convenzione di Ginevra (sottoscritta nel 1929, ndr) – spiega Isabella Insolvibile, storica e presidente dell’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Irsifar -: i soldati catturati dopo l’8 settembre 1943 ricevono questo status del tutto anomalo e contrario alla normativa di guerra. Lo si fa sicuramente per punire l’Italia del supposto tradimento, ma anche per sottrarre questi uomini alle tutele della stessa Convenzione. Una di queste, infatti, prevede che il prigioniero di guerra non possa lavorare per il proprio detentore se il lavoro che va a fare è connesso allo sforzo bellico. Non può produrre armi, non può produrre munizioni, non può lavorare sulle piste di atterraggio. Privare gli italiani dello status di prigionieri e definirli Imi significa, dunque, poterli usare indiscriminatamente e far perdere loro la protezione della Croce rossa internazionale che è fondamentale per la loro stessa sopravvivenza».
Una storia a lungo dimenticata
Solo negli ultimi anni questa pagina della nostra storia della Seconda Guerra mondiale sta emergendo, anche grazie ai riflettori riaccesi dal moltiplicarsi di studi, di approfondimenti e di pubblicazioni. Molte famiglie stanno finalmente venendo a conoscenza di inedite storie di famiglia, di nonni o zii, che per anni non avevano raccontato nulla. Alla fine del conflitto, per coloro che sopravvissero e che tornarono dalla prigionia, malmessi e ridotti a degli scheletri, non ci furono, infatti, né tributi né onori. La maggior parte di loro tacque su questa esperienza, forse per dimenticare, per non soffrire più.

«Quando mio padre è rientrato dai lager non ha raccontato nulla a me e a mia sorella della sua esperienza come Imi – spiega Alberto Guareschi, figlio dello scrittore Giovannino Guareschi, rispondendo alle domande di Alley Oop -: eravamo troppo piccoli per poter capire e inoltre tra i suoi ricordi non c’erano episodi positivi o allegri da raccontare a dei bambini. Anche negli anni successivi non ne ha mai parlato ma non era necessario perché avevamo letto quello che aveva scritto nel Diario clandestino. Fa eccezione un episodio che riguarda una requisizione. In occasione del passaggio da un lager all’altro, era riuscito a sottrarre dalla requisizione dei tedeschi la coperta con stampato il disegno dell’aquila tedesca che gli avrebbe salvato poi la vita e che è riuscito a portare a casa al suo rimpatrio. Conoscendo profondamente l’animo umano, nel suo zaino ha fatto trovare con facilità al tedesco che lo perquisiva una dopo l’altra due coperte nascoste malamente nello zaino di Kriegsgefangener, provocando, ogni volta, un urlo di trionfo del tedesco, e il successivo abbandono della perquisizione. E, appena più sotto, c’era la famosa coperta salvifica».
La scelta del silenzio
«Le ragioni di questo silenzio sono tante – aggiunge Insolvibile –. Innanzitutto nel secondo dopoguerra non c’era un universo reducistico uniforme. Gli ex prigionieri – in senso generale perché gli Imi non erano prigionieri in quanto era stato sottratto loro tale status, come già detto provenivano da situazioni diverse. Alcuni, infatti, erano stati fatti prigionieri nella fase bellica 1940-43 dagli Alleati, mentre altri divennero prigionieri degli ex camerati dell’Italia, ovvero dei tedeschi, dopo l’armistizio. Quella italiana è una vicenda unica: sono stati prigionieri di tutti. Alla fine della guerra, le esperienze risultarono diverse, anche in contrasto tra loro e quindi difficili da condividere».
«Non dimentichiamo – prosegue la storica – che la Resistenza che si è combattuta durante l’occupazione tedesca è stata perlopiù partigiana e armata, mentre le altre forme di Resistenza, pur se presenti e importanti, hanno incontrato difficoltà ad affermare la propria presenza e la propria memoria. Penso alla resistenza civile, ma anche a quella degli Imi che era stata una resistenza disarmata. Gli Imi, inoltre, rappresentavano – puntualizza – una memoria difficile da gestire perché questi uomini erano stati abbandonati a loro stessi, innanzitutto dalla Repubblica sociale italiana, ma anche dall’Italia del re: raccontare la loro storia significava raccontare il crollo dello Stato, la fuga da Roma, le responsabilità della monarchia collusa con il fascismo, l’abbandono dopo l’8 settembre. In generale, è comunque tutta la prigionia ad essere difficile da raccontare. È assai poco epica, poco eroica, almeno in termini generali, anche se poi gli Imi hanno fatto qualcosa di umanamente e profondamente eroico. Oggi ne siamo ben consapevoli».
La vita nei campi di prigionia
Gli elementi ricorrenti nei ricordi sbocconcellati qua e là sono la fame, il freddo, la nostalgia di casa, le violenze, le privazioni. Gli Imi furono imprigionati nei lager (che in tedesco significa sia “campo” sia “magazzino”). Ve ne erano di diverse tipologie: prevalentemente si trovavano negli Stalag (Stammlager) per i sottoufficiali e truppa, e negli Offlag (o Offizierslager). Venivano spesso trasferiti da un campo all’altro, camminando per chilometri nella neve. Molti morirono di stenti lungo il cammino, o per malattia o denutrizione nelle baracche, tra sporcizia e sofferenze.

«Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Ci stivarono in carri bestiame e ci scaricarono, dopo averci depredati di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni, diecine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato. Il mondo ci dimenticò. La Croce rossa internazionale non poté interessarsi di noi perché la nostra qualifica di Internati Militari era nuova e non contemplata» tratto dal “Diario Clandestino 1943-1945” di Giovannino Guareschi (Bur Contemporanea, Rizzoli, 2017).
Dopo la vittoria delle forze alleate anglo-americane e dei sovietici e la liberazione, gli Imi sopravvissuti attesero ancora diversi mesi prima di poter tornare a casa, spesso a piedi e in maniera più che rocambolesca.
Un nuovo cammino di consapevolezza
Dal 2025 l’istituzione per legge di una Giornata celebra la memoria di queste persone e il loro sacrificio. Tra gli obiettivi della norma figura anche la promozione di iniziative, manifestazioni pubbliche e cerimonie per il conferimento della medaglia d’onore (in base a un’altra disposizione normativa articolo 1, comma 1272, della legge 27 dicembre 2006, n. 296: «È autorizzata la concessione di una medaglia d’onore ai cittadini italiani militari e civili deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, ai quali, se militari, è stato negato lo status di prigionieri di guerra, secondo la Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra fatta a Ginevra il 27 luglio 1929 dall’allora governo nazista, e ai familiari dei deceduti, che abbiano titolo per presentare l’istanza di riconoscimento dello status di lavoratore coatto»).
Alla realizzazione delle iniziative partecipano, sulla base di un protocollo d’intesa con i ministeri, l’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (Aned), l’Associazione nazionale ex internati nei Lager nazisti (Anei), l’Associazione nazionale reduci dalla prigionia, dall’internamento, dalla guerra di liberazione e loro familiari (Anrp). «Il riconoscimento della Giornata del 20 settembre è stato un lavoro difficile e sofferto, votato all’unanimità da tutto il Parlamento – commenta Anna Maria Sambuco, presidente Anei -. Il nostro è un impegno, una missione che va oltre la semplice memoria storica: l’importante è che non diventi una bandiera di partito di nessun genere. È necessario vigilare per mantenere l’equilibrio indispensabile a una memoria davvero condivisa».
«Abbiamo lottato perché ci fosse una legge che riconoscesse agli Imi il ruolo rilevante da loro effettivamente svolto per la riconquista della democrazia che, fino a poco tempo addietro, non era adeguatamente trattato nella storiografia ufficiale né presente nei cerimoniali celebrativi della memoria», ha dichiarato Nicola Mattoscio, presidente dell’Anrp. «La legge votata all’unanimità dal Parlamento nel gennaio 2025 istituisce una Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. È stato un atto doveroso di risarcimento verso quegli uomini coraggiosi, arrivato nell’ottantesimo Anniversario della Liberazione e perciò anche con significato molto evocativo. È stato un percorso tortuoso, ma anche di responsabilità coltivato grazie anche ad alcune personalità delle nostre istituzioni. In particolare mi riferisco al presidente Carlo Azeglio Ciampi che negli anni passati ha fatto riscoprire la tragedia di Cefalonia e il contributo alla libertà dato anche da componenti del ricostituendo esercito italiano, e al presidente Sergio Mattarella che è arrivato a riconoscere agli Imi il ruolo di resistenti non armati».
Il capo dello Stato, ha continuato Mattoscio, «ha anche voluto tributare il massimo rilievo istituzionale alla celebrazione della prima giornata avvenuta il 20 settembre 2025, prevedendo un evento specifico al Quirinale. Finalmente questa vicenda, un’esperienza estrema, radicale, tragica, è stata affidata al rigore della ricerca scientifica storica e alla memoria pubblica e istituzionale. Un esempio è dato dalla vicenda dei 44 ufficiali che a Unterlüss si sono sostituiti da volontari ai 21 loro compagni scelti però a caso per la fucilazione. I nostri 650mila Imi hanno pagato un prezzo altissimo, con 50mila circa di loro che persero la vita nella prigionia – ha aggiunto -. Non dobbiamo dimenticarlo! Con la legge è stato messo riparo a un’ingiustizia gravissima e in futuro dovremo fare tesoro delle opportunità celebrative previste per arricchire la memoria pubblica da condividere a beneficio delle future generazioni e delle nostre istituzioni democratiche».
La storia degli Imi nei libri di scuola
La storia degli Imi è un tassello del gigantesco puzzle della Seconda Guerra mondiale, che si amplia con nuovi approfondimenti e ricerche che potrebbero entrare anche nei libri di scuola, come propone Guareschi. «Reputo molto importante, anche se fatto solo ora, l’istituzione della Giornata degli Internati militari Italiani – ha commentato -: la scelta degli Imi di rimanere prigionieri volontari per non tradire il giuramento di fedeltà fatto al Re d’Italia e la loro “Resistenza bianca” giocata solo sulla propria pelle sono state troppo a lungo e ingiustamente trascurate. Penso che sarebbe opportuno inserire nel programma scolastico o potenziare, se già esistenti, informazioni accurate sulla vicenda con testimonianze di protagonisti internati nei vari lager di Austria, Polonia e Germania. Purtroppo non più dirette perché, nel frattempo, il treno fantasma che «corre silenzioso sulle strade ferrate (…) e porta le anime dei morti in prigionia» (Diario clandestino 1943-1945) ha caricato quasi tutte le loro anime. Nessun conforto per gli ex Imi, quindi, ma solo per i loro familiari».
«Personalmente ritengo che più che l’istituzione di una Giornata in cui bisogna ricordare per forza qualcosa sia importante lavorare sulla coscienza storica degli italiani, non solo degli studenti, ma di tutti», rimarca Insolvibile. «Il problema principale di questo Paese è che bisogna cominciare finalmente a considerare la Seconda Guerra mondiale come una storia unica. Troppe narrazioni iniziano dall’8 settembre del 1943, come se fosse quella data l’inizio della storia, l’inizio dell’esperienza di guerra. Non è così. L’Italia ha avuto grandi responsabilità nello scatenamento del conflitto, nelle aggressioni ai Paesi esteri, e si è resa responsabile di crimini di guerra. Dobbiamo considerare tutta la vicenda, non solo la parte di storia in cui siamo vittime o combattiamo dalla cosiddetta “parte giusta”. È giunto il momento di fare i conti con il nostro passato, tutto, senza escludere nulla».
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