Amore e suicidio, un memoir per aiutare a restare in piedi

Qual è uno dei peggiori incubi che tutte abbiamo visualizzato e temuto che si concretizzasse, almeno una volta nella vita? Perdere il nostro compagno, la nostra compagna. La morte, fisica, ma non solo; scoprire, a seguito di un evento drammatico, che una parte di lui o di lei per noi non è mai esistita o non eravamo riuscite nemmeno a immaginarla. 

Accade questo a Rachel: un poliziotto si presenta alla sua porta e le annuncia che il marito è morto gettandosi da un ponte. Seth aveva appena compiuto cinquant’anni, aveva festeggiato con le persone care, era un professore di robotica molto stimato al Mit, sembrava felice, con qualche preoccupazione e frustrazione come tutti, ma sereno; nessuno avrebbe mai immaginato che dentro covasse il buio più nero, che desiderasse lasciarsi alle spalle tutto ciò che aveva costruito fino a quel momento: una bella famiglia (Rachel e due figlie ancora piccole), amici, progetti ambiziosi da portare avanti, quella apparente tranquillità che si legge nel quotidiano di tanti di noi.

Rachel Zimmerman è prima di tutto una affermata giornalista, quindi, anche nelle vicende che la riguardano direttamente segue il metodo di ricerca che è proprio della professione e che costituisce il modo più immediato per cercare di mettere ordine nel disordine cadutole addosso: «Iniziai a leggere studi di ricerca e a contattare medici ed esperti in suicidologia. Se trascorsi quella prima estate a cercare di capire che cosa dire alle bambine, questa fase successiva di scavo era un tentativo di entrare nella mente di Seth, di iniziare a seguire il filo dei suoi pensieri autodistruttivi. Questo metodo aveva sempre funzionato in passato: scavare nei fatti e identificare le persone giuste che forse avrebbero potuto svelare il segreto».

Rileggere le relazioni dopo un lutto

Il titolo di questo memoir è emblematico di un punto che poco si considera quando si parla di relazioni. “Us, after”, dove quella piccola e apparentemente insignificante virgola pesa quanto un macigno. Il “dopo” di noi, quel piccolo dettaglio che costringe a guardare in fondo a sé stessi, e fa crollare ogni certezza. Che mette di fronte ai limiti, più di ogni altra cosa, come un palazzo che crolla davanti agli occhi e non si può far nulla per evitarlo.

La perdita improvvisa di una persona amata cambia per sempre la nostra vita, ci strappa un pezzetto di quello che siamo, come se senza di lei o di lui non potessimo essere più completi, felici. E ci mette davanti, soprattutto nel modo in cui è successo a Rachel, al nostro rapporto – banalmente, senza arrivare a Dio, al senso della vita, all’aldilà del caso – con il quotidiano. Con le nostre paure, l’illusione di tenere tutto sotto controllo, sia dal punto di vista pratico (rilevatori di posizione, cellulari sempre connessi, telecamere in casa), che emotivo (pensiamo che sia sufficiente sederci a tavola tutti insieme e raccontarci la giornata, il lavoro, la scuola). «I suoi (di una delle due figlie) rientri in ritardo e le chiamate senza risposta mi fanno fermare il cuore e mi provocano attacchi di diarrea. La verità è che la tua morte non ha fatto altro che acuire la mia lunga storia con l’ansia. Prima mi preoccupavo di cose che credevo di poter controllare; ora mi preoccupo ancora di più, sapendo che non ho alcun controllo».

Rachel Zimmerman, in questo bellissimo romanzo, racconta nella maniera più onesta e generosa possibile tutte le tappe del dolore, dalla fitta allo sterno che non ti fa respirare per mesi alla riconciliazione con una vita che comunque deve continuare ed essere spesa nel migliore dei modi. Il sottotitolo recita: “Un memoir sull’amore e sul suicidio”. Come fanno, le due parole – amore e suicidio – a stare in equilibrio nella stessa frase? Che cosa si scopre quando una vita viene scorticata fino all’osso da una perdita? Si scopre che l’unica cosa che conta, che ci tiene in piedi, che ci fa andare avanti, è l’amore, per ciò che è rimasto e per ciò che abbiamo vissuto.

I cerchi d’amore che tengono in piedi

Ed è qui che l’autrice racconta come è riemersa, pian piano, dall’apnea, dallo scoprire che dietro i sorrisi di Seth, le giornate passate con Sophia e Julia, in quella normalità cara a tutte le famiglie, si celava un malessere che non sarebbe guarito mai. Attorno a lei, a prendersi cura anche delle cose più semplici, c’è la famiglia, il suo primo cerchio d’amore, quello che si stringe attorno quando qualcuno ne esce in maniera drammatica, che supporta in ogni maniera possibile.

«Si trattava dei familiari che ci avevano aiutate a sopportare quelle prime settimane e mesi, un gruppo ancorato da un nucleo di donne che avevano reindirizzato le loro vite per salvare la mia. Accompagnavano le mie figlie a taekwondo e a ginnastica artistica. Rimanevano ad ascoltarmi fino a notte fonda mentre mi sfogavo all’infinito. Quando avevo mandato un messaggio spiegando che avevo bisogno di aiuto per sgomberare l’ufficio di Seth, si erano presentate di buon’ora, una mattina del fine settimana. Amy aveva portato il caffè. Hilary era arrivata con dei muffin».

La famiglia poi si allarga e comprende anche quella rete di amiche, di donne che si prendono cura l’una dell’altra, come solo noi sappiamo fare; che dà conforto, consolazione, trascorre ore e ore ad analizzare, parlare, confrontarsi, e accompagnare di volta in volta chi ne ha bisogno verso la luce in fondo al tunnel. Non ci si lascia mai, si cementano le relazioni, si è unite nello stesso dolore, anche se questo non ha riguardato le vite di tutte, ma quando ci si vuole bene, profondamente, i ruoli si invertono, si mescolano e ognuna apre il proprio bagaglio emotivo e presta qualcosa alle altre.

«Nel frattempo, diverse mie amiche avevano attraversato le proprie prove. Avevamo tenuto riunioni d’emergenza notturne per escogitare strategie: dopo che un figlio aveva passato una settimana in reparto psichiatrico, […] Ci definivamo “sorelle d’anima in genitorialità estrema” e ci accompagnavamo a vicenda dentro e fuori dalla paura e dalla fragilità. Mi resi conto che, nel corso di quegli anni, il mio ruolo era cambiato. Era bello essere diventata la madre capace di offrire conforto in una crisi, invece di quella disperata e bisognosa di un tempo».

«Nella morte, il genere conta»

Di donne si parla molto in questo libro. Zimmerman, a un certo punto del suo percorso verso la consapevolezza e la rinascita, fa una considerazione che spiazza per quanto è vera, e pesante: «Mi resi conto anche che, nella morte, il genere conta. Almeno nel mio gruppo, gli uomini rimasti vedovi sembravano molto più smarriti. In alcuni casi si ritrovavano a fare i genitori come se fosse la prima volta. “Non ho mai preparato un panino a mio figlio”, disse un padre. “Non ho parole per parlare con un’adolescente depressa”, disse un altro. Per noi, in superficie, non era cambiato quasi nulla. Se qualcuno avesse sbirciato dalla finestra le nostre vite, prima e dopo, avrebbe visto una scena simile: una donna trafelata che ogni mattina prepara i pranzi, accompagna le bambine a scuola, parla al telefono per fissare visite mediche e incontri di gioco, scruta il portatile in attesa dell’ispirazione. L’unica differenza, osservando meglio, è che non si vedrebbe il padre».

Quante volte, nell’organizzazione familiare quotidiana ci troviamo con il nostro bel carico mentale, con mille file aperti nel cervello: lei ha sport alle 17, lui alle 17.30, domani la festa dell’amichetto, devo comprare il regalo, c’è il pranzo da preparare, e stasera per cena? Vado a fare la spesa. Tutto questo mentre si apre una call su un nuovo progetto, si risponde a 20 mail e magari ci si prepara per andare in palestra. Tanti uomini, per fortuna, oggi hanno lo stesso carico e la stessa attenzione, ma ancora, in molte famiglie, è la donna che gestisce tutta la vita quotidiana, demandando al partner pochi compiti e precisi: “Prendi per favore nostra figlia a danza?”. “Potresti passare a prendere il pane per stasera?”.

Ecco, Rachel Zimmerman, in poche battute con il senno di poi, fotografa perfettamente la scena e la restituisce nella maniera più efficace.
Oberata dagli impegni, perché la vita continua, anzi, deve continuare, non si possono perdere altre vite, non risparmia al lettore la frustrazione, il senso di colpa, la difficoltà di ricollocare sé stessa in un nuovo assetto. E ci mostra una donna che non prova vergogna ad ammettere le sue fragilità: «Una volta, quando Sophia rovesciò per sbaglio un pacco intero di farina sul pavimento, persi la calma e le lanciai contro uno strofinaccio. Lei me lo ricordava periodicamente, come prova della mia pessima genitorialità».

Una donna che si domanda se il suicidio del marito sia stato, in qualche modo, colpa sua, o che gli altri possano imputarle una responsabilità: «Sarebbe stato forse più facile prendere le distanze dalla famiglia di Seth. A volte mi chiedevo se pensassero che non fossi riuscita a prendermi cura di lui, di aver fallito come moglie».

Qui si sente il peso della convenzione sociale, del sottile lasciar intendere che la felicità di un uomo possa dipendere dalla “bravura” della moglie. In tempi come questo, nel quale alte cariche dello Stato scelgono metafore infelici per indicare le persone più affidabili da sposare, per quanto noi donne possiamo essere emancipate, davanti a una casa in disordine (perché magari siamo tornate tardi dall’ufficio o abbiamo preso un caffè con un’amica), per un attimo sentiamo strisciare quel senso di frustrazione del non essere una “brava donna di casa”. È un attimo, pochi secondi, ma a volte capita, e ce lo diciamo anche fra noi ogni tanto.

Una nuova quotidianità

Anche l’amore di coppia assume un significato diverso. Un nuovo incontro è foriero di dubbi, domande, inevitabili sensi di colpa, stupore. Ci si mette in discussione, si cerca di scavare per trovare la ragione di un nuovo sguardo che fino a poco tempo prima non sarebbe stato il nostro, ma comunque, anche in questo caso, si cerca il proprio simile, a cui non dover raccontare il percorso attraversato perché quel qualcuno “già sa”.

«Eravamo due anime ammaccate che avevano visto la morte da vicino, con quel terrore che ti stringe le viscere e ti costringe ad afferrare i tuoi figli, a farti forza e sperare che il tuo non sia quell’unico aereo su un milione destinato a precipitare. Il sesso, ora lo capisco, è davvero l’opposto della morte. Quando successe con Moungi, mi lasciai ricadere sulle lenzuola e scoppiai a ridere. Era sconvolgente sentirsi così bene. Era consentito? O, in qualche modo, stavo tradendo mio marito?».

Quando si chiude la porta di casa, però, si è sole con il proprio dolore. Il nucleo familiare si riduce a chi ha il cuore trafitto, si cerca di andare avanti e riprendere la propria quotidianità, abituandosi all’assenza che alla fine diventa essa stessa presenza. Un nuovo punto di vista, che nei primi mesi, forse anni dopo aver perso una persona cara, sembra impossibile e che dà nuova luce alle giornate. Ed è in quel momento che ci si sostiene, unite dal dolore, e dalla voglia di ricominciare, per rispetto di sé stesse e di ciò che è stato costruito, insieme, tutti. E ancora una volta, è nel cerchio d’amore che si sviluppa la forza potentissima di restare in piedi.

«Io e le mie figlie restavamo un trio potentissimo, un gruppo di ragazze che canta e balla, ma, in qualche modo, eravamo approdate su un palcoscenico nuovo, in continuo movimento, cercando il nostro equilibrio e imparando a restare in piedi».

“Us, after” fa parte del catalogo di Controversi edizioni, casa editrice indipendente fondata a Roma nel 2025 che nel suo manifesto dichiara di scegliere di pubblicare, fra gli altri, libri che raccontino lo spaesamento come esperienza universale. Questo memoir è una perla rara, e aver scelto di iniziare l’avventura editoriale con una materia così importante denota grande coraggio. Nota sulla confezione: la copertina in cartoncino soft touch è un altro punto a loro favore.

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Titolo: Us, after
Autrice: Rachel Zimmerman
Traduttrice: Teresa Gallicchio
Editore: Controversi edizioni
Prezzo: 18 euro

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