Ragazze Stem, in Tanzania la “rivoluzione” di Juliana Marko parte da un abaco

«La matematica è vita. Imparala, amala, falla diventare parte di te». Juliana Jimmy Marko è fondatrice e presidente della Tanzania STEMship Foundation e Country Representative di Shenmo Tanzania. Ma, soprattutto, è un’ingegnera e un’insegnante con una missione precisa: rendere l’educazione scientifica e tecnologica più accessibile e inclusiva, con una particolare attenzione alle bambine e alle ragazze. Nata e cresciuta in Tanzania, come racconta ad Alley Oop, capisce da subito – tra i banchi delle scuole primarie – che le materie Stem avrebbero cambiato per sempre la sua vita: «Ho capito che queste materie erano più che semplici discipline scolastiche e che avrebbero potuto dare forma al mio futuro quando ero alla scuola secondaria di primo grado».

Dal personale al politico, Marko non ha mai smesso di fare della scienza uno strumento di autonomia e, oggi, continua a lavorare affinché le bambine possano avere i modelli che a lei sono mancati. Role model capaci non solo di ispirare ma, spiega ad Alley Oop, «cambiare la percezione di una ragazza che incontra una donna che sta facendo qualcosa che ha sempre pensato non fosse per ragazze»: un moto rivoluzionario e intergenerazionale che consente alle più giovani di «vedersi come protagoniste, aumentare la fiducia in sé stesse».

In Tanzania, solo il 15% degli ingegneri sono donne

«In Tanzania, solo il 15% degli ingegneri sono donne e ci sono ancora poche persone che si fanno promotrici di questo cambiamento – racconta Marko ad Alley Oop – Mancano risorse per alcuni progetti, soprattutto per quelli destinati a sostenere e accompagnare queste ragazze attraverso attività di mentoring». Serve una guida. Serve un modello. Servono progetti e donne che aiutino altre donne a non aver paura di abitare spazi in cui si è in minoranza.  Da questi presupposti la sua storia incontra quella di WeWorld, organizzazione presente in Tanzania dal 2010 e impegnata nel Paese su educazione, diritti di bambine e bambini e donne, protezione e coinvolgimento delle comunità. Durante il loro viaggio con WeWorld in Tanzania, Daria Bignardi e Chiara Alessi hanno incontrato donne, ragazze e bambine.

Ascoltando le loro voci per costruirne un racconto attento, curioso, non definitivo. Tra le persone che hanno incontrato c’è stata proprio Juliana Marko: un incontro che si è fatto rete e che arriverà in Italia durante il WeWorld Festival Bologna 2026, in programma dal 7 all’11 ottobre. La testimonianza di Marko si inserisce Speaker Tour di #RebootFood, progetto co-finanziato dal programma Dear dell’Unione Europea, che mette al centro il protagonismo delle nuove generazioni nella costruzione di sistemi alimentari più equi e sostenibili e nella risposta alle sfide climatiche e sociali: nel corso del 2026 il progetto ha coinvolto giovani provenienti da diversi Paesi attraverso attività di formazione, ricerca, advocacy e scambi internazionali, tra cui uno youth exchange trip realizzato in Tanzania a settembre.

Il legame tra Marko e WeWorld, però, non si esaurisce in un incontro o in una tappa del Festival: l’ingegnera coordina un club Stem extracurricolare in una delle scuole di Dar es Salaam in cui opera WeWorld, pensato per ampliare l’offerta formativa, coinvolgere più ragazze e ragazzi nella vita scolastica e contrastare il rischio di abbandono. Ed è attraverso il progetto Pamoja Tudumishe Elimu, realizzato da WeWorld insieme al programma Educate A Child di Education Above All Foundation, che il suo lavoro ha contribuito a coinvolgere oltre 50mila studenti e studentesse in attività Stem in quasi 150 scuole della Tanzania, con una particolare attenzione alle ragazze delle comunità più vulnerabili.

L’importanza di avere modelli a cui guardare

Per capire perché oggi Marko lavori per avvicinare le bambine alle materie scientifiche bisogna tornare al luogo in cui è cresciuta. «Sono nata e cresciuta in un villaggio dove le ragazze non avevano accesso all’istruzione superiore, un luogo che ha spezzato i sogni di moltissime ragazze», spiega ad Alley Oop, sottolineando la segregazione di genere rispetto all’istruzione delle ragazze: «L’istruzione non veniva valorizzata, soprattutto per le ragazze, e sembrava che studiare fosse qualcosa destinato ai ragazzi».

Il percorso scolastico delle ragazze si interrompeva spesso molto presto: «Molte ragazze finivano per sposarsi molto presto e avere gravidanze in giovane età – ricorda – Non ho mai visto una ragazza che riuscisse ad arrivare alla scuola secondaria e, per questo, non avevo modelli di riferimento».

È anche da questa assenza che nasce una parte della sua missione: Marko non vuole soltanto convincere le ragazze che la matematica e la scienza sono alla loro portata. Vuole fare in modo che possano incontrare donne capaci di mostrare loro concretamente che quel futuro esiste.

Il divario non è solo negli stereotipi

«La sfida è grande perché alle ragazze non vengono offerte, fin dalla più giovane età, sufficienti opportunità per eccellere nelle attività Stem», spiega Marko. Non è soltanto una questione di stereotipi. A pesare sono anche le modalità con cui le materie vengono insegnate e la possibilità concreta di sperimentarle: «Alla fine, iniziano a perdere interesse per queste materie, che richiedono modalità di insegnamento più interattive e coinvolgenti, con una maggiore componente pratica». A questo si aggiunge la mancanza di informazioni sulle opportunità professionali che questi percorsi possono offrire e, ancora una volta, l’assenza di figure femminili di riferimento.

«Molte ragazze non sono consapevoli dei vantaggi offerti da questi ambiti e, inoltre, manca loro un modello di riferimento nella comunità»: per questo motivo, ribadisce Marko, servono persone disposte a dedicare tempo e competenze alla sensibilizzazione, portando le ragazze a conoscere concretamente il mondo delle professioni scientifiche. E, soprattutto, «coinvolgendole in progetti come visite alle industrie o offrendo orientamento professionale».

Dalla scuola ai club Stem

La “forma” della pratica può incidere profondamente sulla “sostanza” del sé. Marko lo spiega con parole semplici e dirette: incontrare una donna che lavora in un ambito che una ragazza ha sempre pensato «non fosse per ragazze» può cambiare radicalmente l’autopercezione. E quindi la possibilità di immaginarsi in qualsiasi ruolo: «Un cambiamento che muta il suo modo di pensare: una ragazza, vedendo modelli di donne nel campo in cui vorrebbe agire, inizia a vedersi come protagonista e combattente in quel campo».

È questo uno degli obiettivi del lavoro di Marko: non soltanto portare le Stem nelle scuole, ma creare le condizioni perché una ragazza possa riconoscersi dentro quelle discipline e immaginarsi nel futuro che ne può derivare. Attraverso il progetto Pamoja Tudumishe Elimu, sostenuto da WeWorld in Tanzania, Marko ha lavorato con quasi 150 scuole e raggiunto più di 50.000 studenti attraverso attività legate alle Stem. Il progetto di WeWorld, realizzato anche in Kenya con il sostegno dell’Education Above All Foundation, punta a rafforzare l’accesso e la permanenza nella scuola dei bambini e delle bambine più a rischio di abbandono, intervenendo anche sulla formazione degli insegnanti e sul coinvolgimento delle comunità.

«Le ragazze hanno aumentato il loro interesse per la matematica e le scienze», racconta Marko, che sottolinea: «Hanno dimostrato una capacità di apprendimento maggiore di quanto mi aspettassi: comprendono rapidamente e condividono ciò che imparano con gli altri». C’è un altro elemento che la colpisce: «Si vedono allo stesso livello dei ragazzi e la loro fiducia in sé stesse aumenta». E anche quando sono in minoranza, aggiunge, «si sentono libere di condividere le proprie conoscenze».

Per questo, accanto alla scuola, Marko organizza anche club Stem extrascolastici, spazi nei quali le ragazze possono sperimentare attività pratiche che spesso non trovano nella lezione tradizionale: «Qui scoprono tutto il loro potenziale attraverso attività che sembravano essere pensate per i ragazzi. Iniziano a familiarizzare con le attività pratiche», evidenzia l’insegnante. E, attraverso quelle attività, sviluppano competenze che vanno oltre la materia: «Le ragazze sviluppano la capacità di pensare in modo critico e logico e diventano così risolutrici di problemi e ottime giocatrici di squadra».

La matematica come strumento di autonomia

Tra gli strumenti utilizzati da Marko c’è anche Shenmo Abacus Mental Maths, un metodo che utilizza l’abaco per sviluppare competenze matematiche attraverso esercizio, concentrazione e ragionamento. «Sì, assolutamente!», risponde quando le viene chiesto se un modo diverso di imparare la matematica possa cambiare anche il modo in cui una ragazza guarda alle proprie capacità: «La matematica è una materia fondamentale in moltissimi ambiti e il programma Shenmo Abacus Mental Maths aiuta a sviluppare interesse e passione per la matematica, velocità e precisione, concentrazione, memoria, fiducia in sé stessi, capacità di lavorare in squadra, capacità di ragionamento e molto altro».

L’obiettivo finale, però, è ancora più ampio: «In questo modo, una ragazza si sente sicura di poter scegliere qualsiasi percorso professionale». A testimoniarlo, i numeri. All’interno del programma la partecipazione femminile è significativa: «Il numero delle ragazze è maggiore rispetto a quello dei ragazzi: 57% contro 43%».

Perché non basta portare una ragazza a scuola

Per Marko parlare di diritto all’istruzione significa andare oltre l’accesso alla scuola. Significa creare le condizioni perché una ragazza possa rimanere a scuola, sviluppare le proprie capacità e avere la possibilità concreta di scegliere il proprio percorso.

Sono diversi, per lei, i diritti e le condizioni necessarie: «Il diritto di avere tempestivamente accesso a tutti i bisogni e servizi di base», ma anche «il diritto di scegliere il percorso professionale più adatto alle proprie capacità e aspirazioni». E ancora: «Pieno sostegno emotivo e finanziario da parte della famiglia e della comunità, oltre all’incoraggiamento». Servono poi «il diritto di accedere alle opportunità offerte dai programmi extrascolastici e di eccellere al loro interno» e «il diritto di ricevere opportunità di crescita e di esposizione al mondo accademico».

È una visione dell’educazione che coincide con quella su cui WeWorld lavora in Tanzania: l’istruzione come strumento per ridurre le disuguaglianze e ampliare le possibilità, con un’attenzione particolare alle bambine e alle ragazze, che possono essere spinte fuori dal percorso scolastico da povertà, matrimoni precoci e norme sociali.

Femminismo, alberi di mango e matematica

Il titolo dell’incontro che porterà Juliana Marko a Bologna il prossimo 11 ottobre insieme a Chiara Alessi – “Di femminismo, alberi di mango e matematica” – mette insieme tre elementi apparentemente lontani. Ma nella sua storia hanno un punto in comune. «Inclusione e accesso, ovvero la possibilità di partecipare in modo equo», spiega Marko. Due parole che riassumono il filo rosso che lega la sua esperienza personale al lavoro che porta avanti oggi: poter accedere a un’istruzione, incontrare una persona che mostri che una strada è possibile, avere gli strumenti per percorrerla e sentirsi autorizzate a immaginare un futuro diverso da quello che la comunità aveva previsto. Marko ha iniziato quel percorso senza avere modelli femminili davanti a sé. Oggi prova a diventare, per altre ragazze, proprio quel modello che lei non ha avuto.

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