Mastercard, raggiunta la parità salariale l’impegno ora è sulla diversità e gli investimenti culturali

La parità retributiva in Mastercard è una realtà. Il gruppo americano ha eliminato il gender pay gap attraverso una politica attiva al proprio interno: in altre parole, per dipendenti che si trovano allo stesso livello e svolgono lo stesso ruolo, ad ogni dollaro guadagnato da un uomo corrisponde un dollaro guadagnato da una donna. Il risultato è confermato da un processo annuale di analisi e validazione delle retribuzioni. Un traguardo importante per una società che sta registrando una continua crescita della presenza di donne nelle posizioni di responsabilità negli Stati Uniti. Nel 2025 la componente femminile ha raggiunto il 40% nel senior management, due punti in più rispetto al 2023 e un punto in più rispetto all’anno precedente.

Il dato emerge dal confronto tra il 2023 e il 2025 e fotografa un rafforzamento della presenza femminile lungo diversi livelli della struttura organizzativa. Nel first- e mid-level management le donne rappresentano il 40%, in aumento rispetto al 39% del 2023 e in linea con il dato del 2024. Tra i professional, invece, la quota sale al 44%, dal 43% dei due anni precedenti.

Il quadro evidenzia tuttavia differenze significative tra le diverse funzioni. La presenza femminile resta particolarmente elevata nell’area amministrativa, dove nel 2025 raggiunge il 75%. Il dato è però in calo rispetto al 78% del 2024 e al 79% del 2023. Nei ruoli non tecnici la distribuzione è invece quasi paritaria: le donne sono il 49%, un punto in più rispetto al biennio precedente. È sul fronte delle competenze tecniche che il divario rimane più marcato. Nel 2025 le donne rappresentano il 30% degli addetti, appena un punto in più rispetto al 29% registrato sia nel 2023 sia nel 2024.

La multiculturalità come ricchezza

Nel 2025 Mastercard conferma una presenza multiculturale significativa all’interno della propria forza lavoro statunitense, con alcuni segnali di crescita anche nei livelli più alti dell’organizzazione. Tra il 2023 e il 2025, la quota di dipendenti asiatici è passata dal 27% al 29%, mentre la componente afroamericana si è mantenuta stabile al 7% e quella ispanica o latina all’8%. Nello stesso periodo, la componente bianca è scesa dal 53% al 51%.

Il dato più interessante emerge però osservando l’evoluzione della rappresentanza delle persone di colore nei diversi livelli professionali. Nel senior management, la loro presenza è salita dal 36% del 2023 al 37% del 2025. Un incremento contenuto, ma che va nella direzione di una maggiore diversità ai vertici dell’organizzazione. La crescita è ancora più evidente nei livelli professionali e tecnici. Nei ruoli professionali la presenza di persone di colore è passata dal 50% al 54%, mentre nei ruoli tecnici è aumentata dal 56% al 59%. Nel 2025 rappresentano inoltre il 48% dei ruoli amministrativi e il 43% delle posizioni di primo e medio management. Guardando alla composizione del senior management, nel 2025 gli asiatici rappresentano il 20%, gli ispanici o latini il 10% e gli afroamericani il 5%.

Il contributo allo sviluppo culturale

Il C-level si è arricchito di una nuova figura, riporto diretto del ceo, solo nove mesi fa con l’arrivo di Jill Kramer nel ruolo di chief marketing and communications officer del gruppo e membro dell’Executive leadership team e del Management committee. Kramer guida a livello globale il brand Mastercard e le strategie di marketing e comunicazione, con l’obiettivo di sostenere la crescita della società attraverso approcci integrati e orientati all’innovazione. Il suo arrivo in Mastercard segna un nuovo capitolo di una carriera costruita ai vertici del marketing e della comunicazione internazionale. Inserita da Forbes tra i 50 Chief Marketing Officer più influenti, Kramer porta nel gruppo una consolidata esperienza nella costruzione della rilevanza dei brand e nello sviluppo di strategie capaci di generare impatto in diversi settori e mercati geografici.

Di origini italiane da parte dei nonni, ama l’Italia e lo scorso anno è stata a visitare in Puglia il paese in cui hanno vissuto i bisnonni, ma non parla italiano. «Ieri sera ero davvero orgogliosa di me stessa. La coppia seduta accanto a me stava parlando con il cameriere, che ha spiegato loro che dei due chef del ristorante, uno era in viaggio in Sardegna per un evento speciale. Ho ascoltato la conversazione e ho capito tutto. Dopo tutto quello che ho ascoltato e letto, non sono poi così male a parlare italiano. Purtroppo non sono più molto brava. Non mi fido della mia pronuncia ammette la manager, che continua: «Mia figlia ha studiato a Roma per un semestre, quindi è molto più brava di me. Sono orgogliosa che i miei figli siano più bravi di me. Lei sa parlare e comunicare in italiano e questo per me è uno stimolo. Ora ho ricominciato a esercitarmi. Lo faccio ormai da circa un anno e mezzo. Il mio precedente capo mi chiedeva sempre: «Stai imparando qualcosa di nuovo?». E io pensavo: «Devo imparare qualcosa di nuovo». Poi ho deciso di reimparare qualcosa di vecchio: l’italiano» chiosa sorridendo, alla sua prima partecipazione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che vede Mastercard come main sponsor da dieci anni.

Viviamo sempre più in una «economia dell’esperienza», in cui le persone attribuiscono un valore crescente a ciò che vivono piuttosto che a ciò che posseggonoe. Pensa che questo cambiamento crei anche una maggiore responsabilità per le aziende a investire nella cultura, nel cinema e nell’arte?

La risposta è un deciso sì. Penso che molti brand siano bravi a investire in quelli che definirei momenti culturali già affermati. Ma è altrettanto interessante quando i brand investono nelle tendenze e nelle culture emergenti. In questo modo contribuiscono anche a dare loro visibilità. Penso, per esempio, a quando un giovane artista riceve una sponsorizzazione e grazie a quella può andare in tour. Di recente abbiamo realizzato un programma con Noah Kahan, che ha la stessa età di mia figlia. E poter assistere alla crescita di qualcuno è davvero straordinario. L’anno precedente c’era stata Lady Gaga, mentre quest’anno c’è Noah Kahan. È un modo per valorizzare diversi tipi di musica e di artisti. Quello che amo del nostro portafoglio di sponsorizzazioni è che comprende realtà molto piccole e di nicchia, altamente rilevanti a livello locale, ma anche grandi iniziative globali alle quali partecipiamo in tutto il mondo, seppure in modi diversi.

Penso quindi che ci sia una responsabilità a partecipare a tutti i livelli e ad assicurarsi di essere anche un catalizzatore per le tendenze, le realtà e gli artisti emergenti. E credo che questo restituisca qualcosa di straordinario: una connessione profonda con il pubblico e la possibilità di capire perché certe cose sono importanti. È un po’ come quando penso a tutto questo attraverso gli occhi di un genitore. Una cosa è sapere che a mio figlio piace un certo spettacolo, un’altra è guardarlo insieme a lui. Penso quindi che questo livello di partecipazione da parte di un brand crei un’intimità e una comprensione del pubblico estremamente preziose.

Come si muovono le aziende in un mondo in cui le connessioni con i clienti vengono mediate sempre di più dagli algoritmi?

Penso che i grandi brand abbiano sempre percepito una responsabilità nel creare connessioni. Quando pensi ai brand che ami, è perché probabilmente svolgono un ruolo nella tua vita: ti fanno sentire connesso al brand oppure ti aiutano a entrare in contatto con le persone che ami e a cui tieni. Credo che la responsabilità riguardi meno il «cosa» e più il «come»: non bisogna chiudersi di fronte a nuovi modi di creare queste connessioni. Le cose oggi cambiano molto rapidamente e a volte un brand potrebbe essere tentato di pensare: «È solo una moda, aspettiamo che passi». Io credo invece che imparare e creare queste connessioni valga sempre la pena. Direi che serve una sorta di mentalità orientata all’innovazione: bisogna partecipare alle tendenze nel momento in cui emergono e sperimentare nuovi canali.

Naturalmente esiste sempre il tema della brand safety e bisogna imparare a muoversi in questi nuovi ambienti ed essere buoni custodi dell’azienda. Ma penso che ci sia molto da imparare osservando le connessioni che nascono attraverso nuovi canali e nuove forme di aggregazione, sia di persona sia virtualmente. La curiosità è sempre una buona cosa.

Quale ritiene sia il più ampio valore sociale dell’investimento di un’azienda in un’istituzione culturale di questo tipo?

Un esempio perfetto è rappresentato dai contenuti che nascono dalla Mostra del Cinema di Venezia, di cui siamo sponsor da dieci anni. Nei giorni dell’evento la maggior parte delle persone è entrata in contatto con questi contenuti diversi e vari. Ho citato il discorso di George Clooney in occasione dell’inaugurazione: persone diverse dentro una sala condividono la visione dello stesso film.

La Mostra del Cinema di Venezia è un momento condiviso. Magari per ragioni diverse: può piacerti una certa celebrità, un certo film oppure puoi essere interessato all’Italia. Per qualche motivo, però, esiste un momento nel tempo che, nei giorni successivi, viene condiviso. Ci sono le persone che sono qui e poi ci sono quelle che, per una serie di ragioni, sono interessate a ciò che sta accadendo qui pur non essendo presenti. E quello che amo è che Mastercard partecipa a entrambi i livelli. C’è il semplice valore di visibilità del brand: nella maggior parte dei contenuti sul Festival di Venezia si vedrà il nostro logo. Ma poi interagiamo anche con i contenuti e li utilizziamo sui nostri canali. In questo modo prendiamo l’esperienza che creiamo qui e la condividiamo ulteriormente anche con chi non può essere a Venezia.

Ha sottolineato in passato che c’è una grande differenza tra sponsorizzare un evento culturale e contribuire all’ecosistema di quell’evento. Come possono le aziende passare dal semplice acquisto di visibilità a un contributo duraturo alla cultura e alle comunità che la circondano?

È una questione davvero importante. Forse non mi ero resa conto di quanto lo fosse prima di iniziare questo lavoro, perché questo brand è così profondamente radicato nelle sponsorizzazioni e nelle esperienze. Quello che ho imparato molto rapidamente in Mastercard è che il nostro modo di partecipare è molto particolare e diverso. Quando sponsorizzi un evento, intorno a quell’evento esiste una comunità di appassionati, esiste un fandom. E puoi distinguere tra i brand che si limitano a pagare per ottenere visibilità e quelli che cercano di comprendere profondamente il fandom, da dove nasce quella passione, e partecipano in modo autentico. Ci sono persone con cui collaboriamo che so che scelgono di lavorare con noi esattamente per questa ragione. È il modo migliore di partecipare.

Ci sono brand che hanno molti soldi e possono acquistare qualunque sponsorizzazione desiderino e ottenere quella visibilità. Ma, come dicevo prima, io credo davvero che il mio team lavori più duramente della maggior parte dei team di marketing. È perché non facciamo le cose superficialmente. Siamo completamente immersi in quello che facciamo. Vogliamo sapere tutto.

So molto di più sui tifosi della McLaren, che sponsorizziamo nella Formula 1, di quanto avrei mai immaginato. Ma non conoscere quei tifosi sarebbe un’occasione persa. È qui che si entra nel vero lavoro di fino del marketing, che va ben oltre il semplice pagamento di una sponsorizzazione.

Ha dichiarato che non è importante solo che le persone conoscano il brand, ma cosa sanno di quel brand. cOSA INTENDEVA?

Esatto. Per esempio, forse non conoscevi il Center for Inclusive Growth. Le persone potrebbero non conoscere gli strumenti davvero interessanti e utili che mettiamo a disposizione delle piccole imprese. E questo fa parte del mio lavoro, del lavoro di tutti noi: raccontare queste storie. Possiamo raccontarle in un modo quando sono qui con te, in occasione di un evento condiviso: in questo momento tu saprai qualcosa in più su di noi rispetto a prima. Ma posso raccontare queste storie anche attraverso i contenuti che scelgo di condividere sui social media. Posso raccontarle attraverso la pubblicità tradizionale. Posso farlo attraverso contenuti, white paper e blog. Ci sono moltissimi modi per raccontare queste storie. L’unica cosa da non fare è lasciarle non raccontate. Ed è questo che mi appassiona così tanto.

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