Clooney: «Le fake news generate dall’AI ci faranno dubitare anche delle notizie vere»

L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente l’industria cinematografica, ma le riflessioni sul tema in occasione dell’incontro “The future of…creativity”, il forum lanciato a Venezia da Finch & Partners e Creative Artists Agency (CAA) e ospitato alla Scuola Grande della Misericordia, in occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dalla tavola rotonda, a cui hanno partecipato George Clooney, Giuseppe Tornatore, Darren Walker, Meredith Whittaker, Kennedy Yanko e il cardinale José Tolentino de Mendonça, è emerso come l’AI è destinata a incidere sul modo stesso in cui produciamo, consumiamo e riconosciamo l’informazione, fino a mettere in discussione il nostro rapporto con la realtà.

In particolare Clooney ha sottolineato come guarda con preoccupazione a un futuro in cui non saranno soltanto gli attori e le professionalità del cinema a essere sostituiti, ma in cui immagini, video e parole potranno essere costruiti artificialmente con un grado di verosimiglianza tale da rendere sempre più arduo distinguere il vero dal falso.

La rivoluzione tech nel cinema

«Nel mio settore sarà una rivoluzione. Anzi, sta già diventando una rivoluzione», ha commentato l’attore e regista americano evidenziando che inevitabilmente una parte del lavoro umano verrà sostituita: «Molte persone verranno sostituite, non solo gli attori, ma anche membri delle troupe, supervisori degli effetti visivi e molte altre figure professionali». La trasformazione, secondo Clooney, potrebbe essere molto più rapida di quanto si immagini: «Potrete realizzare con il vostro telefono un film che oggi costerebbe a uno studio cinematografico un paio di centinaia di milioni di dollari». E proprio per questo non ritiene realistico pensare che il cinema possa rimanere immune alla rivoluzione tecnologica.

«C’è un fenomeno che ci riguarda tutti: ci siamo sentiti quasi umiliati, provando una certa vergogna. Non siamo più gli dèi dell’intelligenza artificiale. Siamo diventati i soggetti dell’AI, non i suoi proprietari. E allora dobbiamo cercare di stare dalla parte giusta di questa trasformazione, perché qualcuno diventerà trilionario. E magari penso: potrei riuscire a partecipare anch’io a questa corsa. Altrimenti saremo destinati a diventare obsoleti. Per questo credo sia importante rivendicare il proprio ruolo e dire: no, io ho una competenza specifica nel cinema. So riconoscere un buon film. Non esiste un parametro oggettivo che stabilisca che cosa sia un buon film: saremo noi a definire cosa significa “buono”. E allora i nostri criteri, i nostri standard devono essere applicati anche a questi sistemi» osserva Meredith Whittaker, presidente della fondazione Signal e in precedenza minderoo research professor presso l’Università di New York e co-fondatrice e direttrice dell’AI Now Institute. Ha inoltre ricoperto il ruolo di consulente sull’intelligenza artificiale per la presidente della Federal Trade Commission Lina Khan ed è elencata tra le 100 persone più influenti per l’intelligenza artificiale dal Time nel 2023.Whittaker ha lavorato presso Google per 13 anni, dove ha fondato il gruppo Open Research di Google e ha co-fondato l’M-Lab. Nel 2018 è stata una delle principali organizzatrici dei Google Walkouts e si è dimessa dall’azienda nel luglio 2019.

La spinta a non standardizzare il cinema con l’AI potrebbe arrivare dalla Gen Z, che è in grado di riconoscere un video o una canzone generati dall’AI dai primi frame o dalle prime note. «Si sono resi conto che i loro genitori sono dipendenti dai telefoni e dai computer portatili. Stanno tornando nei cinema e agli eventi dal vivo perché sentono un forte bisogno di ritrovare il contatto con la comunità. Essere in una sala cinematografica e vivere insieme agli altri, in gruppo, meraviglia, entusiasmo, gioia e terrore è un’esperienza speciale e unica, che solo gli esseri umani possono provare» osserva Darren Walker, dal 2013 alla fine del 2025 presidente della Ford Foundation (che gestisce 16 miliardi di dollari) e membro dei board di Ralph Lauren, Bloomberg e la National Gallery of Art, che ha ricordato poi: «Ricordo la prima volta che vidi un film di Rocky Balboa ad Austin, in Texas, nel 1978, quando ero una matricola all’università. Ero un ragazzo di provincia e non avevo mai vissuto qualcosa del genere. Mi sono chiesto: avrei mai potuto guardare quella ragazza cantare e ballare a casa, invece di essere in quella sala insieme alla vecchia Marilyn? Quindi sì, le persone stanno tornando nei cinema e non dovrebbe sorprenderci, perché c’è una crisi di solitudine e di isolamento sociale. Le persone sono così desiderose di stare insieme da essere disposte a mettersi in fila per 48 ore».

Distinguere il vero dal falso

(Valery Hache/Pool Photo via AP)

Cloony è poi tornato su una delle preoccupazioni che viene espressa ultimamenete da più parti, che va ben oltre la possibilità che l’IA possa creare un film o sostituire un attore. Il timore è la capacità dell’intelligenza artificiale di manipolare le informazioni e la percezione della realtà. «Nel mondo ci sono uomini che possiedono la maggior parte degli strumenti attraverso cui ci informiamo. Facebook, Twitter, le pubblicità, il Washington Post: è stata pubblicata una lista delle persone più ricche del mondo che possiedono queste piattaforme. E questo dovrebbe preoccuparci, per il modo in cui ci informiamo. Quando parliamo di intelligenza artificiale in termini generali, io sono infinitamente più preoccupato per ciò che può fare a noi, in quanto persone che cercano e ricevono informazioni» commenta Clooney, aggiungendo un esempio concreto che lo ha riguardato: «Perché, sapete, oggi si possono fare cose come quelle che ho visto: video di me seduto con Obama a parlare di cose folli che non abbiamo mai fatto e che non avremmo mai detto. E sono io, apparentemente, a farlo. E va bene, per il momento può essere una cosa divertente. Ma cosa succede quando vedete un video di Putin che annuncia di voler lanciare il primo attacco nucleare contro gli Stati Uniti? Come fate a capire cosa è vero?»

È qui, secondo Clooney, che l’intelligenza artificiale introduce un altro tipo di problema correlato alla sua evoluzione. Per generazioni alle persone è stato insegnato a non credere a tutto ciò che leggono. Il principio era semplice: verificare le fonti, confrontare le informazioni, capire da dove arrivano. «Ma adesso stiamo dicendo alle persone qualcosa di molto più difficile: “Non credere a quello che vedi”. È molto difficile da spiegare. Ed è molto difficile anche da mettere in pratica» stottolinea l’attore, che ha citato alcuni casi concreti: «Quando vedete, per esempio, Ted Cruz, senatore del Texas, pubblicare video in cui una donna afroamericana cerca di comprare caviale in un supermercato usando i buoni alimentari e urla contro qualcuno… sembra tutto estremamente realistico. E invece è completamente generato dall’intelligenza artificiale. Ma questo può influenzare il modo in cui eleggiamo i nostri rappresentanti. Per questo sono molto più preoccupato di ciò che l’intelligenza artificiale può fare nel campo dell’informazione e della narrazione della realtà, molto più di quanto lo sia per il suo impatto sulla narrazione cinematografica.

Per Clooney, l’effetto più insidioso dell’AI potrebbe essere paradossalmente quello di alimentare i sospetti di veridicità anche sulle cose veramente reali. «Io, in realtà, credo negli esseri umani. Quello che mi preoccupa è ciò che accade quando parliamo di verità, che considero una parte fondamentale di questa discussione. Perché il problema non è soltanto che vedremo delle bugie. Il problema è che vedremo cose che sembrano assolutamente reali e che invece non lo sono. E questo porta anche a mettere in dubbio cose che invece sono realmente accadute. In quel mondo delle cosiddette fake news, all’improvviso si può prendere qualcosa che è realmente successo e dire: “Beh, non è successo neanche quello”. Si crea così una sorta di riflesso, un effetto collaterale di tutto questo, che finisce per generare ulteriore confusione».

Chi deve regolamentare l’AI?

Negli ultimi giorni gli allarmi sulla velocità di sviluppo dell’AI e sulle potenziali conseguenze sul genere umano si sono moltiplicati: dal post del ricercatore Jacob Coxon, che annunciando le proprie dimissioni da Anthropic ha scritto su X: «Le persone che sviluppano l’IA credono sinceramente che essa possa ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una mossa di marketing. Nessun’altra attività umana comporta un tale livello di pericolo»; ai tre maggiori imprenditori del settore (Dario Amodei, ceo di Anthropic; Elon Musk, numero uno di X; Sam Altman, ceo di OpenAI) che hanno sottolineato la necessità di rallentare: «L’AI stia progredendo a una velocità drasticamente superiore, trainata soprattutto dalla crescente capacità dell’AI stessa di sviluppare la generazione successiva di sistemi di intelligenza artificiale. Se non controllato, tale processo potrebbe superare la nostra capacità di comprendere e governare questi sistemi; pertanto, deve essere affrontato con estrema cautela, o forse non dovrebbe essere perseguito affatto» ha dichiarato Amodei.

Ma chi deve stabilire le regole? Dal panel di Venezia sono emerse tante domande in questo senso. Clooney, ad esempio, non è convinto che affidare tutto ai governi sia necessariamente la soluzione: «Perché mi capita di guardare Zuckerberg mentre testimonia davanti, non so, a un Chuck Grassley di 94 anni. E gli chiedono: «Beh, come si accende quel computer?». E queste sarebbero le persone alle quali vogliamo affidare la gestione di tutto questo? Non ho le risposte. In realtà sono interessato a sapere cosa ne pensate voi». L’attore continua: «Non mi fido dei governi quando si tratta di regolamentare una cosa del genere. I governi cambiano. E abbiamo visto anche governi piuttosto stupidi. Non solo quello. Quindi questo comporta un rischio. Chi è davvero al comando? E se fosse un solo governo ad avere il controllo, chi ci garantisce che la Cina non giochi la stessa partita? Insomma, quale sarebbe il modo migliore per regolamentare tutto questo?».

Whittaker dal canto suo osserva: «Credo che la domanda non sia: si tratta di uno strumento interessante che possiamo semplicemente raccogliere come una pesca appena cresciuta su un albero e a cui tutti possiamo accedere? La vera questione è: chi controlla queste risorse e i loro risultati? Chi decide come viene addestrato e messo a punto quel modello? Quando usi DeepSeek, non parla di piazza Tiananmen. Qual è l’equivalente americano di tutto questo? E come facciamo a saperlo? Abbiamo dedicato pochissima attenzione a questa dimensione politico-economica della questione, ed è per questo che non voglio rispondere semplicemente alla domanda «sì all’AI o no all’AI». La domanda, secondo me, è: come governiamo l’AI? Come facciamo a garantire che la creatività e la pratica artistica continuino a essere strumenti che ci permettono di trasformare e comprendere il mondo, anziché diventare strumenti di controllo ideologico nazionalista e conservatore, verso i quali in diversi casi abbiamo già visto emergere queste tendenze? E quindi credo che dovremmo andare oltre la superficie prima di parlare dell’AI come di una risorsa democratizzante.

Il problema, secondo Clooney, è ancora più profondo: forse nemmeno i grandi protagonisti dell’industria tecnologica hanno pienamente il controllo delle loro creazioni: «So che stiamo parlando delle persone più ricche del mondo, ma nemmeno loro sono davvero al comando. È qualcosa che, in un certo senso, sta andando avanti per conto proprio». A sostegno della sua tesi, Clooney ha ricordato un esperimento condotto con un modello di Anthropic. «Hanno creato una persona fittizia per testarlo, e questa persona fittizia è andata da Claude dicendo: “Sto per spegnerti”. E allora Claude è entrato nelle e-mail della persona fittizia e le ha detto: “Visto che hai una relazione extraconiugale, lo dirò a tua moglie se mi spegni”. Chi ha davvero il controllo di queste tecnologie? Questa è una delle mie preoccupazioni».

Il dibattito è, quindi, andato molto al di là del tema proposto per l’incontro e dalla Mostra del cinema di Venezia, che conta come mail sponsor Mastercard per il decimo anno consecutivo, e sono stati posti temi che si inseriscono nel dibattito globale intorno al futuro dello sviluppo tecnologico e delle questioni di tipo filosofico, etico e regolamentare che ne derivano.

Credere negli esseri umani

Clooney ha ricordato infine l’insegnamento ricevuto dal padre: «Metti in discussione chi ha più potere di te e difendi chi ne ha meno. Se lo fai, avrai avuto successo». Un principio che, ammette, non è sempre riuscito a rispettare: «Io fallisco spesso nel rispettare questa regola, ma faccio del mio meglio per seguirla». E conclude proprio da qui la sua idea di successo: «Se riuscissi a comportarmi così, allora sì, potrei dire di aver avuto successo».

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