
Quando si pronuncia il nome di Marcinelle, la mente evoca immediatamente un insieme di pensieri affastellati l’uno sull’altro. Quell’8 agosto del 1956 non si compì, infatti, solo un disastro, un gravissimo incidente sul lavoro che causò la morte di 262 minatori di 12 diverse nazionalità, di cui 136 italiani, ma segnò anche il dramma della povertà, dell’emigrazione, delle drammatiche condizioni di lavoro nel cuore dell’Europa che voleva marciare velocemente verso la ricchezza, nella ripresa post-bellica.
Il 70° anniversario del disastro di Marcinelle, località belga del comune di Charleroi, arriva in un momento storico – quello che stiamo vivendo – in cui quelle stesse istanze quali l’emancipazione dalla povertà e la richiesta di condizioni di lavoro eque e dignitose, emergono ancora oggi con straordinarie caratteristiche di contingenza e di stretta attualità. E per questo è importante fare memoria, parlarne ai più giovani e nelle scuole, continuare a perpetuare il ricordo di questi eventi per sollecitare spirito critico, riflessioni e interventi risolutivi di fronte agli scenari spesso sconvolgenti cui stiamo assistendo.
Marcinelle, infatti, continua ad interrogarci perché le morti sul lavoro non sono finite, così come il fenomeno della migrazione, caratterizzata anche da altre istanze, che non è terminata. Marcinelle resta il simbolo dell’estremo sacrificio degli italiani emigrati all’estero con la speranza di un futuro migliore e di una stabilità per sé e per le loro famiglie: per questo motivo l’ 8 agosto si celebra la “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” istituita con direttiva del 1° dicembre 2001 della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il protocollo italo-belga del 1946 – “uomo-carbone”
In che contesto avviene questa sciagura? Partiamo dall’inizio. Nell’immediato dopoguerra prende il via la delicata fase di ricostruzione in tutta Europa. L’Italia prova a rialzarsi, ma non c’è lavoro, mentre in Belgio, invece, la manodopera, che prima era impiegata in miniera, preferisce spostarsi nelle fabbriche. L’Italia ha bisogno di combustibile per riavviare la macchina della produzione e delle industrie, di carbone in particolare. Così nacque l’idea di siglare un protocollo tra i due paesi per definire questo scambio.
L’accordo porta la data del 23 giugno 1946 – un altro anniversario, ottanta anni fa, sotto la presidenza di De Gasperi – e stabiliva uno scambio di uomini e carbone. A fronte del trasferimento di 50mila minatori italiani, il Belgio si impegnava a inviare le quantità di carbone già precedentemente concordate nell’ “accordo minatore-carbone”.
Nei primi due punti dell’accordo si legge che:
1) Il Governo italiano, nella convinzione che il buon esito dell’operazione possa stabilire rapporti sempre più cordiali con il Governo belga e dare la dimostrazione al mondo della volontà dell’Italia di contribuire alla ripresa economica dell’Europa, farà tutto il possibile per la riuscita del piano in progetto. Esso provvederà a che si effettui sollecitamente e nelle migliori condizioni l’avviamento dei lavoratori fino alla località da stabilirsi di comune accordo in prossimità della frontiera italo-svizzera, dove a sua cura saranno istituiti gli uffici incaricati di effettuare le operazioni definitive di arruolamento.
2) Il Governo belga mantiene integralmente i termini dell’“accordo minatore-carbone” firmato precedentemente. Esso affretterà, per quanto è possibile, l’invio in Italia delle quantità di carbone previste dall’accordo.
I manifesti rosa
Un salario buono. Un impiego stabile. Premi di natalità. Biglietti ferroviari gratuiti. Aiuti per trovare alloggio per gli operai con famiglia al seguito. Nei manifesti rosa affissi nelle piazze delle città e dei piccoli centri per reclutare forza lavoro, in virtù del protocollo italo-belga del 1946, si elencano i vantaggi a dir poco mirabolanti per chi accetta il lavoro in miniera. C’è solo un aggettivo che lo definisce. “Sotterraneo”. Poi più nulla. Nessun accenno. Non si specifica,ad esempio, che bisognerà lavorare minimo 12 mesi, pena l’arresto; né veniva riportato un riferimento alla tipologia di alloggi, ovvero le baracche disposte nei pressi della miniera, proprio quelle in lamiera e senza servizi usate per i prigionieri durante la Seconda Guerra Mondiale, o ai rischi e ai pericoli connessi per la salute.
Il disastro nella miniera di carbone di Boiz de Cazier
Quella di Boiz de Cazier, nel distretto di Charleroi, in Vallonia, uno dei distretti minerari più importanti d’Europa, era una miniera di carbone attiva in realtà dalla prima metà dell’Ottocento, con sistemi piuttosto antiquati e non adeguati a più moderne esigenze di produzione e di sicurezza. Ma tutto questo non era noto: venne alla luce con la tragedia di Marcinelle, che non fu il primo e che non sarà l’ultimo di questa drammatica serie, ma segnerà sicuramente un punto di svolta.
L’incidente avvenne poco dopo le 8 del mattino, determinando un incendio che divampò rapidamente a 975 metri di profondità e causò la morte di 262 minatori sui 274, per le fiamme o per asfissia. L’errore umano e i malintesi si sommarono all’inefficienza del sistema, all’obsolescenza della struttura e dell’organizzazione del lavoro, scatenando il più apocalittico degli scenari. L’urto di un montacarichi azionato per errore o per un malinteso di comunicazione contro una trave d’acciaio tranciò un cavo dell’alta tensione e una conduttura d’olio, innescando l’incendio che essendo divampato nel pozzo di risalita dell’aria invase rapidamente gallerie e cunicoli a tutti i livelli, lasciando poco scampo. Ci furono due processi, il secondo concluso nel 1964, che non resero realmente giustizia alle vittime e alle loro famiglie.
Per ricordare quel tragico evento, Boiz de Cazier, uno dei quattro siti minerari della Vallonia, è stato riconosciuto dall’Unesco quale Patrimonio dell’Umanità dal 2012. Dal 2002 è aperto al pubblico come complesso museale.
La chiamavano “La catastròfa”
«Quella di Marcinelle è stata la prima grande tragedia della Repubblica Italiana – spiega Paolo Di Stefano, giornalista e autore del libro “La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956” (Sellerio, 2026) – e ho scelto questo titolo perché per i migranti italiani e le loro famiglie era la “catastròfa”, in un italiano misto a francese che ha fuso la parola italiana “catastrofe” e l’analoga in francese “catastrophe”».
Era quella la lingua ibrida degli emigranti italiani che provavano faticosamente ad integrarsi in una società e in un contesto culturale – quello belga – che non spiccava per accoglienza e integrazione, dove anzi gli italiani erano spesso apostrofati come “macaronì” o “musi neri”. Almeno fino all’8 agosto del 1956. Da quel momento in poi qualcosa lentamente cambiò.
Il libro torna quest’anno dopo la prima edizione del 2011, con quattro capitoli inediti: «Appena scavi nella vicenda di Marcinelle – prosegue – trovi delle perle straordinarie di umanità. Iniziai a conoscere da vicino quei fatti nel 2006, come giornalista al seguito del Giro d’Italia che quell’anno partiva proprio da Charleroi nel 50° anniversario della tragedia. Ho avuto la fortuna di parlare con tanti vecchi sopravvissuti, con le vedove e con gli orfani che rimasero in Belgio anche dopo il disastro». In Italia quell’evento era caduto nell’oblio e Di Stefano si rese conto subito che i testimoni sentivano l’esigenza di raccontare la propria storia, di partire dalla propria vicenda che confluisce inevitabilmente poi in quell’evento tragico.
«Ciò che mi aveva colpito – aggiunge Di Stefano – era che in Belgio era avvenuto un processo storico di rielaborazione della vicenda, mentre in Italia no». E poi precisa: «Ci sono degli elementi in comune tra tutte queste storie: il senso della famiglia, la soddisfazione per aver garantito comunque, con il sacrificio del lavoro, un futuro ai propri figli, la nostalgia dell’Italia, un sentimento palpitante d’amore, misto a rabbia e risentimento, per le false promesse ai giovani che partivano (alloggi dignitosi, sicurezza sul lavoro…), per l’atteggiamento ignobile dei politici che dieci anni prima avevano firmato un accordo di scambio uomini-carbone e che nell’ora della tragedia non resero neanche omaggio alle vittime».
Camilla Iezzi, nata nel giorno del funerale di suo padre

«Mio padre aveva circa 23 anni quando decise di partire. Erano i primi anni Cinquanta e a Manoppello non c’erano possibilità di un lavoro stabile e duraturo. L’unico sbocco era fare il bracciante agricolo». A parlare è Camilla Iezzi, figlia di Camillo Iezzi, morto nel disastro minerario di Marcinelle, insieme al fratello. Quello che racconta è frutto di ciò che le hanno riportato nel corso degli anni sua madre, sua nonna e tutti i familiari, ricostruendo una figura paterna e mettendo insieme, giorno dopo giorno, i pezzi di un puzzle, tra foto sbiadite e articoli di giornale. Non ha fatto in tempo a conoscere il padre. Sua madre era incinta di sei mesi quando avvenne l’incidente. Camilla nacque il 27 novembre del 1956, proprio nel giorno dei solenni funerali che si stavano svolgendo a Manoppello, in provincia di Pescara, per le vittime abruzzesi del disastro: il giorno precedente le salme erano rientrate in Italia, facendo tappa prima a Pescara nella Cattedrale di San Cetteo.
Delle 136 vittime italiane, infatti, 60 erano abruzzesi, per la maggior parte – ben 22 – provenienti da Manoppello, diventata poi “Città Martire” (qui il programma delle celebrazioni svolte nel comune del pescarese nei giorni scorsi): altri venivano da centri limitrofi come Turrivalignani, Lettomanoppello, Farindola, Roccascalegna, ma anche Ovindoli, Castel del Monte, Alanno, Casoli, Castelvecchio Subequo, Elice, Isola del Gran Sasso, Rosciano e Sant’Eusanio del Sangro. A Manoppello ha sede l’associazione “Marcinelle per non dimenticare”, presieduta da Davide Castellucci, che promuove iniziative culturali e mostre per mantenere viva l’attenzione su questo evento.
«I giovani di Manoppello erano stati allettati da quello che avevano letto nei manifesti rosa – prosegue – e sono partiti senza sapere bene a che cosa andassero incontro, anche se nella zona c’era il bacino estrattivo di bitume della Majella e qualcuno aveva fatto qualche esperienza lavorativa sul campo. Anche i miei bisnonni avevano lavorato alla cava. Mia madre era partita per il Belgio subito dopo il matrimonio e poi vi ritornò dopo la nascita di mia sorella maggiore – aggiunge Camilla Iezzi – viveva un po’ di socialità insieme ad altre mogli di minatori. Però, soffriva di nostalgia, circondata da un paesaggio grigio, fumoso, pesante. Mi diceva che sognava sempre la sua campagna, il sole, il canto degli uccelli. Mio padre, dal canto suo, cercava di non farle pesare le dure e pericolosissime condizioni di lavoro che affrontava ogni giorno: quell’8 agosto aveva iniziato il turno di mattina. Dalla baracca dove abitava, mia madre vide una colonna di fumo nero e sapeva che non era normale, così corse ai cancelli. Dall’intenso via vai si accorse che doveva essere successo qualcosa di molto grave».
Dalla morte alla vita
Dopo la tragedia, la madre di Camilla ritornò definitivamente a Manoppello per ricongiungersi alla famiglia del marito, in particolare a Gemma, che piangeva la morte di due figli. Ma proprio il giorno del funerale, il 27 novembre 1956, la bimba scelse di venire al mondo: «Mia nonna era letteralmente straziata – riporta – ma poco prima che iniziasse la celebrazione eucaristica venne chiamata dalla levatrice perché mia madre aveva iniziato il travaglio. Mi ha sempre segnato questo evento. Essere nata il giorno del funerale di mio padre e degli altri minatori: come un flusso di continuità, dalla morte alla vita».
L’eco del disastro di Marcinelle
I mesi successivi furono quelli del cordoglio, della solidarietà, proveniente anche dal mondo dello sport e dello spettacolo. Lentamente le luci dei riflettori iniziarono ad affievolirsi fino ad avvolgere la vicenda e le famiglie degli orfani e delle vedove nell’oblio. La dura vita dei minatori sarà messa in musica nel 1969 dalla band italiana New Trolls con il brano “Una miniera” (qui in un’intensa interpretazione di Antonella Ruggiero), sulla scia delle istanze sociali che entrarono prepotentemente sulla scena musicale: «Le case, le pietre ed il carbone dipingevano di nero il mondo. Il sole nasceva ma io non lo vedevo mai laggiù nel buio. Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava, che scava». Poi l’eco si spense gradualmente. Marcinelle rimase solo una commemorazione.
Gli italiani continuano ad emigrare
Il flusso migratorio non si è mai arrestato. Cambiano le epoche, passano le stagioni, forse le istanze e le motivazioni sottese, ma si continua a partire. Le valigie non più tenute insieme dallo spago, per fortuna, ma dalla speranza di trovare quel riconoscimento professionale ed economico che in Italia spesso non arriva come dovrebbe. «Il fenomeno della migrazione è certamente cambiato sotto molti aspetti – spiega Giorgia Miazzo, presidente del Centro Studi Grandi Migrazioni, autrice del libro “Migrazioni italiane in Europa” (Editoriale Programma, 2026) – ma non si è fermato.
Si stima che dall’Unità d’Italia ad oggi siano emigrati all’estero 30 milioni italiani nelle migrazioni storiche e che oggi siano ben 100 i milioni di discendenti italiani nel mondo. Tuttavia, se non si prende coscienza del dramma migratorio e di ciò che esso ha rappresentato in passato, non possiamo prendere piena consapevolezza delle migrazioni attuali. Oggi l’Italia – prosegue Miazzo – “perde” i talenti e le professionalità di chi non si sente autenticamente valorizzato e riesce, invece, a farsi spazio altrove con coraggio e determinazione: l’Italia forma queste persone ma non fa abbastanza per trattenerle. Le destinazioni rimangono l’Europa, ma anche le Americhe e l’Australia. Sono ambasciatori dell’italianità e spesso eccellenze di cui avere grande orgoglio».
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