
Una dirigente su cinque, nell’industria, è donna. Tra le manager più giovani la quota sale al 35%. Ma quando si arriva ai vertici delle imprese, le amministratrici delegate restano ancora ben al di sotto del 10%. È in questo divario che si inserisce la certificazione per la parità di genere, sempre più adottata dalle aziende come leva di governance oltre che di inclusione. Lo conferma anche Federmanager, che ha rinnovato per il terzo anno consecutivo la certificazione UNI/PdR 125:2022, rilanciando il tema della parità come fattore di competitività e qualità organizzativa.
La certificazione come strumento di governance
Introdotta nel 2022 nell’ambito della Strategia nazionale per la parità di genere e sostenuta anche attraverso le risorse del PNRR, la certificazione valuta le aziende secondo specifici indicatori relativi alla cultura organizzativa, alla governance, ai processi di gestione delle risorse umane, all’equità retributiva e alle opportunità di crescita professionale.
Negli ultimi anni il numero delle imprese certificate è cresciuto in modo costante, arrivando a 12.317, con una forza lavoro complessiva di oltre 2,7 milioni di persone (dati Unioncamere), segnale di un interesse che va oltre gli incentivi economici previsti nella fase iniziale del progetto. Sempre più organizzazioni sembrano, infatti, considerare la parità non solo un tema di responsabilità sociale, pure cruciale, ma una leva di competitività, capace di incidere sull’attrazione dei talenti, sul clima aziendale e sulla qualità della leadership.
In questa direzione si inserisce anche la scelta di Federmanager di estendere il percorso di certificazione all’intero ecosistema del Gruppo, coinvolgendo Academy, Assidai, Praesidium e Manager Solutions, con l’obiettivo di integrare i principi di equità nei processi organizzativi e nella governance. «Con Confindustria, Confapi e altre organizzazioni datoriali, abbiamo ritenuto opportuno promuoverne l’adozione della certificazione anche presso le aziende che applicano il CCNL dei dirigenti industriali. Valorizzare le competenze senza condizionamenti di genere o barriere culturali significa migliorare l’organizzazione aziendale, il clima lavorativo, rafforzare l’equità retributiva e rendere le imprese più attrattive nei confronti dei talenti» – osserva il presidente di Federmanager, Valter Quercioli.
La sfida resta ai vertici
I dati mostrano che il percorso è tutt’altro che concluso: «Oggi le donne ricoprono circa il 20% delle posizioni dirigenziali nell’industria, mentre tra le generazioni più giovani la quota raggiunge già il 35% nelle maggiori realtà produttive del Paese ed è in continua crescita. Questo dimostra che il divario storico si sta progressivamente riducendo nei ranghi manageriali e lascia prevedere, in un orizzonte non lontano, un sostanziale equilibrio di genere nei ruoli manageriali» – spiega Quercioli.
Ma la situazione cambia quando si osservano i livelli più alti della governance. «La sfida si concentra sulle posizioni più apicali. Se osserviamo gli amministratori delegati, la presenza femminile resta ancora molto inferiore al 10%. È un dato che riflette un percorso professionale più sfidante e selettivo, ma che evidenzia anche la necessità di continuare a investire nello sviluppo delle competenze, nell’evoluzione delle modalità del lavoro manageriale e nella crescita delle future classi dirigenti».
Il tema assume ancora più rilevanza in una fase in cui le imprese sono chiamate ad affrontare contemporaneamente transizione digitale, intelligenza artificiale, carenza di competenze e difficoltà nell’attrarre nuovi talenti. La capacità di valorizzare tutte le competenze disponibili diventa, infatti, un fattore competitivo che incide direttamente sulla qualità delle organizzazioni e sulla loro capacità di affrontare il cambiamento.
«La risposta non può essere quella di forzare oltremisura i processi di selezione – chiarisce Quercioli – Le esperienze internazionali dimostrano che il valore della parità si consolida quando l’impegno e il merito restano i criteri guida e quando i comitati di selezione garantiscono equità di accesso, sviluppo professionale e progressione di carriera. Solo incoraggiando la cultura della parità di genere lungo tutta la filiera manageriale sarà possibile raggiungere, in modo sostenibile, un maggiore equilibrio anche ai vertici delle organizzazioni».
La certificazione, di fatto, non è un punto di arrivo. È piuttosto uno strumento che consente alle aziende di misurarsi, individuare le aree di miglioramento e rendere verificabili gli impegni assunti, facendo della parità un criterio ordinario con cui progettare il futuro del lavoro.
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