
L’intelligenza artificiale potrebbe diventare la più grande occasione degli ultimi decenni per ridurre il gender gap nel lavoro, oppure trasformarsi nel suo acceleratore. La ragione è nei numeri: il 29% delle professioni a prevalenza femminile è esposto all’intelligenza artificiale generativa, per quelle maschili la quota si ferma al 16%. Non solo: negli Stati Uniti le donne rappresentano il 57% delle persone impiegate nei ruoli che l’AI è destinata a trasformare più profondamente. Eppure, continuano a essere una minoranza tra chi questi sistemi li progetta, li sviluppa e li governa. Un paradosso che sarà risolto in futuro solo a seconda delle scelte che imprese, governi e sistema educativo compiranno oggi.
Il paradosso dell’AI: più esposte, ma meno presenti dove si decide
La questione non ha a che fare soltanto con il numero di donne che lavorano nel settore tecnologico, ma riguarda soprattutto la distribuzione del rischio. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro afferma che il 16% delle occupazioni femminili rientra tra i lavori maggiormente trasformabili dall’AI, contro appena il 3% di quelle maschili. Non significa che questi posti di lavoro scompariranno, ma che saranno tra i primi a cambiare profondamente. La Brookings Institution stima inoltre che, tra i circa sei milioni di lavoratori che avrebbero maggiori difficoltà a ricollocarsi in caso di perdita del posto dovuta all’automazione, l’86% sia costituito proprio da donne, concentrate soprattutto nelle professioni amministrative e impiegatizie.
«L’intelligenza artificiale cambia il modo di lavorare» – osserva Valeria Sandei, direttrice global artificial intelligence e amministratore delegato di Almawave, società del Gruppo Almaviva. «Quando introduciamo queste tecnologie all’interno di processi che hanno implicazioni operative o legali, non stiamo semplicemente aggiungendo un nuovo software, cambia il modo in cui le persone prendono decisioni e si assumono responsabilità. Da un lato l’AI semplifica, dall’altro non deve mai sostituire la responsabilità dell’essere umano».
È proprio questo, secondo Sandei, uno dei principi alla base dell’AI Act europeo: la responsabilità di chi utilizza e governa questi sistemi. «Dobbiamo essere consapevoli di ciò che generiamo attraverso l’intelligenza artificiale. Altrimenti rischiamo di cadere in trappole molto insidiose, soprattutto nei contesti più delicati».
L’immagine di un’intelligenza artificiale destinata semplicemente a sostituire il lavoro umano appare quindi riduttiva. Più realisticamente, siamo davanti a una profonda ridefinizione delle professioni, che coinvolgerà competenze, organizzazioni e modelli decisionali.
Il rischio di un nuovo digital divide
Accanto alla trasformazione del lavoro emerge un’altra questione, meno visibile ma altrettanto rilevante: chi utilizza davvero l’intelligenza artificiale? Secondo diverse ricerche internazionali, le donne adottano oggi gli strumenti di AI meno degli uomini, soprattutto nei contesti professionali, e dichiarano livelli inferiori di fiducia verso queste tecnologie. Per Nadia Carta, head of AI powered data & tech partnerships di Google a New York, il rischio è concreto.
«Esiste un pericolo reale che il divario di genere si trasformi in un nuovo gap legato all’accesso e all’utilizzo dell’intelligenza artificiale» – riflette Carta. «Se le donne rimangono escluse dall’uso quotidiano di queste tecnologie, rischiamo di comprometterne la competitività futura nel mercato del lavoro. L’intelligenza artificiale dovrebbe essere una forza democratizzante, capace di aumentare l’autonomia delle persone. Per questo promuoverne l’adozione tra le donne non è soltanto una questione di equità, ma una necessità economica».
Diventa sempre più importante, quindi, concentrarsi su chi sviluppa gli algoritmi, ma anche su chi impara a lavorare insieme a essi. Perché l’AI, osserva ancora Sandei, tende a valorizzare chi possiede già solide competenze professionali. «Secondo uno studio pubblicato nei mesi scorsi da Anthropic, oggi l’intelligenza artificiale offre un vantaggio soprattutto ai professionisti più esperti, perché hanno il background necessario per formulare le domande giuste e interpretarne le risposte. Questo potrebbe penalizzare i profili più junior. Ma sarebbe un errore pensare di sostituirli: i junior di oggi saranno i senior di domani e rinunciare a formarli significa impoverire il capitale umano delle organizzazioni».
Negli ultimi due anni molte imprese hanno corso verso l’adozione dell’intelligenza artificiale, spesso senza una strategia chiara. «Oggi – osserva ancora la direttrice e ad – stiamo entrando in una fase diversa, più matura. Una fase in cui si introduce l’AI perché esiste un problema concreto da risolvere e un obiettivo misurabile da raggiungere».
Chi progetta gli algoritmi decide anche chi rappresentano
Se il primo rischio riguarda l’accesso all’intelligenza artificiale, il secondo ha a che fare con ciò che accade durante la progettazione stessa dei sistemi. Gli algoritmi, di fatto, non nascono neutri. Imparano dai dati con cui vengono addestrati e riflettono, inevitabilmente, le caratteristiche e i limiti della società che li produce. Se quei dati raccontano un mondo sbilanciato, l’intelligenza artificiale tenderà a riprodurre quello stesso squilibrio.
«Dobbiamo lavorare sui dati prima ancora che sugli algoritmi» – osserva Sandei. «Se alimentiamo un modello con informazioni già segnate da un bias di genere, pensiamo ai percorsi professionali o ai dati sanitari, anche gli output saranno inevitabilmente distorti. L’unico modo per evitare che questi pregiudizi vengano amplificati è intervenire sulla qualità e sulla rappresentatività dei dati che mettiamo dentro le macchine».
Inoltre, per la direttrice di Almawave, è altrettanto importante far sì che più donne partecipino alla progettazione dei sistemi: «Sono ancora poche le donne che svolgono attività di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Nel nostro laboratorio rappresentano circa il 30% e sappiamo quanto sia prezioso avere punti di vista differenti. Non perché le donne sviluppino algoritmi diversi dagli uomini, ma perché il confronto tra esperienze e sensibilità differenti migliora la qualità stessa delle soluzioni».
«Le Big Tech hanno una responsabilità immensa. Gli strumenti che sviluppiamo stanno ridefinendo il tessuto stesso della nostra società – aggiunge Carta -. Gli algoritmi apprendono dai dati storici e dai comportamenti umani: se manca una pluralità di prospettive nei team che progettano queste tecnologie, rischiamo di costruire sistemi che perpetuano stereotipi e discriminazioni, escludendo intere categorie di persone. Per questo, l’innovazione deve essere prima di tutto inclusiva. Questo significa non solo proteggere i dati e rispettare la privacy, ma anche coinvolgere attivamente comunità diverse nella fase di progettazione e democratizzare l’accesso a queste tecnologie. I team, di fatto, dovrebbero rispecchiare la complessità del mondo reale, integrando culture, background ed esperienze differenti».
Non basta, quindi, aumentare il numero di donne nelle professioni tecnologiche, bisogna garantire che le persone chiamate a progettare strumenti destinati a incidere sulla vita di milioni di lavoratori rappresentino davvero la pluralità della società.
Regole, responsabilità e sovranità digitale
Il tema assume ancora più rilevanza in una fase in cui anche il quadro normativo europeo sta cambiando rapidamente. Dal 2 agosto molte delle disposizioni previste dall’AI Act entreranno pienamente in vigore, introducendo nuovi obblighi in materia di trasparenza, governance e gestione del rischio per le organizzazioni che sviluppano o utilizzano sistemi di intelligenza artificiale. «Quando parliamo di tecnologie così disruptive, pensare che debbano essere accompagnate da una regolamentazione non mi sembra un’eresia. Chi lavora da anni nel settore ICT è abituato a confrontarsi con standard, certificazioni e criteri di qualità. La vera sfida è fare in modo che le regole riescano ad accompagnare la velocità con cui questa tecnologia evolve» – rileva Sandei.
Il dibattito, però, non riguarda soltanto la compliance. Dietro l’AI Act si nasconde una questione sempre più strategica: la sovranità digitale europea. «Sovrano non è chi ospita il dato, ma chi lo controlla davvero» – osserva Sandei. «Dobbiamo recuperare il dominio dell’intera filiera: dai modelli ai data center, dal cloud fino alle applicazioni. Se continuiamo a generare valore utilizzando esclusivamente tecnologie sviluppate altrove, rischiamo di trasferire all’esterno una parte crescente della competitività delle nostre imprese».
Le competenze che nessuna macchina potrà sostituire
Se molto del dibattito pubblico continua a concentrarsi sulle professioni destinate a scomparire, entrambe le manager invitano a guardare altrove: sulle competenze che diventeranno più preziose proprio perché difficilmente automatizzabili. «Essere davvero AI ready oggi significa molto più che conoscere la tecnologia» – osserva Nadia Carta. «Servono capacità di leggere il contesto, pensiero critico, intelligenza emotiva, leadership, empatia e la capacità di prendere decisioni in situazioni complesse. Il futuro appartiene a chi saprà combinare competenze tecnologiche e comprensione profonda dei bisogni umani».
Una visione che nasce anche dall’esperienza internazionale della manager di Google. «Negli Stati Uniti colpiscono la velocità, la propensione alla sperimentazione e la disponibilità ad assumersi rischi. L’Italia, invece, possiede una sensibilità unica verso la qualità e la dimensione umana dell’innovazione. Il nostro vantaggio competitivo potrebbe essere proprio questo: riuscire a umanizzare la tecnologia. Per farlo, però, dobbiamo accelerare sull’adozione dell’intelligenza artificiale, investire nella formazione continua e superare la paura di sperimentare».
Molto prima dell’università
Se il rischio è che l’intelligenza artificiale allarghi il divario di genere, la risposta non può arrivare soltanto dalle aziende. La partita, infatti, si gioca molto prima: nei percorsi educativi. Secondo il World Economic Forum, il talento femminile nell’intelligenza artificiale è cresciuto rapidamente negli ultimi anni, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nei ruoli Stem e nelle professioni che progettano queste tecnologie.
«Le donne non possono permettersi di perdere questo treno» – osserva Sandei. «L’intelligenza artificiale attraverserà tutti i settori produttivi e qualunque professione, indipendentemente dall’ambito in cui si opera. Per questo è fondamentale iniziare a sviluppare familiarità con queste competenze fin dalla scuola primaria. Dobbiamo cambiare il modo in cui raccontiamo le discipline Stem: non sono materie aride, ma incredibilmente creative. Consentono di immaginare soluzioni, inventare qualcosa che prima non esisteva».
Anche Nadia Carta individua nella cultura il principale ostacolo: «Le ragazze continuano a crescere con pochi modelli di riferimento e con stereotipi che, spesso inconsapevolmente, le allontanano dalle discipline tecnico-scientifiche. Scuole, università e imprese devono raccontare meglio l’impatto sociale della tecnologia e costruire percorsi di mentorship che rendano visibili le opportunità offerte da questo settore, creando ambienti inclusivi».
Ma l’intelligenza artificiale ridefinirà anche il concetto stesso di competenze tecnologiche. Accanto a ingegnere e sviluppatrici, serviranno sempre più professioniste capaci di affrontarne le implicazioni etiche, sociali, giuridiche e organizzative. Filosofia, psicologia, diritto, economia e scienze sociali non saranno discipline accessorie, ma parte integrante della progettazione dei sistemi intelligenti. «Questa transizione è una straordinaria opportunità per attrarre più donne nel settore – assicura Carta -. Le donne, storicamente molto rappresentate nelle discipline umanistiche e sociali, possono portare un valore inestimabile integrando il loro pensiero critico, la loro empatia e la loro capacità di analisi sociale con la tecnologia, contribuendo a plasmare un’innovazione realmente human-centric».
L’intelligenza artificiale amplificherà, quindi, le opportunità di scelta, valorizzando le imprese che sceglieranno di investire in team diversificati e in formazione continua, le scuole che sapranno avvicinare studenti e studentesse alle competenze del futuro e le ragazze che, di fronte alla grande rivoluzione dell’AI, decideranno di scommettere su loro stesse.
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