
Intelligenza artificiale, deep tech, manifattura avanzata, salute digitale. Per anni questi settori sono stati raccontati soprattutto al maschile. Oggi sempre più donne vogliono esserne protagoniste. Fondano startup, sviluppano tecnologie, raccolgono investimenti e costruiscono imprese innovative, mostrando una maggiore efficienza nell’utilizzo del capitale e generando più ricavi per ogni dollaro investito rispetto alle aziende guidate esclusivamente da uomini.
Oltre i divari (ancora presenti)
Le startup innovative a prevalenza femminile rappresentano il 13,84% del totale, pari a 1.684 imprese innovative, e appena il 14% dei General Partner dei fondi di venture capital è donna, secondo gli ultimi dati di Unioncamere e Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Un doppio gap che significa essere meno presenti sia tra chi cerca capitale sia tra chi decide come allocarlo.
A livello europeo, nel 2025, le startup fondate da donne hanno raccolto circa il 12% dei capitali di venture capital investiti nel continente, una quota ancora lontana dalla parità (report P101). Eppure, osservando i risultati, emerge un paradosso interessante: come rileva Female Founders Fund, negli ultimi dieci anni le exit guidate da donne sono quasi raddoppiate, passando dal 13% del 2014 al 24% del 2024.
«Se guardiamo soltanto al numero delle startup o ai capitali raccolti rischiamo di leggere una fotografia incompleta» – osserva Valentina Sorgato, amministratrice delegata di SMAU, realtà di riferimento per l’innovazione italiana che ha accompagnato una delegazione di 33 startup e imprese in America, con il programma di Italy RestartsUp New York realizzato in collaborazione con ICE – Italian Trade & Investment Agency. «Le startup femminili continuano a raccogliere meno investimenti, ma spesso dimostrano una capacità superiore di utilizzare in modo efficiente le risorse e di costruire aziende solide nel tempo».
Sottorappresentate, ma più competitive
Una dinamica che trova conferma anche a livello internazionale. Negli ultimi dieci anni le startup fondate da donne hanno mantenuto tassi di consumo del capitale inferiori del15% rispetto alla media del mercato, generando allo stesso tempo performance superiori. Non solo, le aziende con almeno una fondatrice donna hanno ottenuto risultati migliori del 63% rispetto ai team esclusivamente maschili e prodotto più ricavi per ogni dollaro raccolto (McKinsey). La stessa Agenzia ICE – Italian Trade & Investment Agency, infatti, ha dedicato numerosi programmi alle imprenditrici e startupper donne in USA, con l’obiettivo di rafforzarne le competenze manageriali e di fornire loro contatti e network per aumentare l’accesso ai capitali, ai clienti e ai partner strategici.
«Quello che vedo cambiare è soprattutto la qualità dei progetti» – continua Sorgato. «Le donne non sono più concentrate soltanto nei settori tradizionalmente associati all’imprenditoria femminile. Stanno entrando nei mercati che determineranno la competitività europea dei prossimi vent’anni: intelligenza artificiale, deep tech, manifattura avanzata, salute digitale». Un cambiamento che, secondo Sorgato, nasce anche dall’università. «Sempre più ragazze partecipano a corsi su startup e open innovation, dimostrando grande preparazione. È una generazione che vuole essere protagonista dell’ecosistema dell’innovazione e che dovrebbe ricevere più fiducia».
Dalla matematica all’intelligenza artificiale: la seconda vita di Vittoria Bussi
È d’esempio Vittoria Bussi, responsabili delle soluzioni di intelligenza artificiale di Prometeo, azienda senese nata oltre trent’anni fa come spin-off dell’Università di Siena e specializzata nella governance dei dati. Matematica, con dottorato a Oxford e successivamente all’Imperial College di Londra, Bussi è stata anche un’atleta dai grandi record. Arrivata al ciclismo professionistico quasi per caso a seguito della morte prematura del padre, ha trovato nello sport uno spazio di libertà e un laboratorio di applicazione matematica. Anzichè seguire i percorsi tradizionali, ha infatti applicato la matematica all’allenamento e alla performance.
Ha portato con sè formule, modelli e simulazioni per dimostrare che si poteva preparare un record mondiale in modo diverso da come era sempre stato fatto, proprio grazie alla matematica. È riuscita nella sua missione e in pochi anni è diventata la prima donna nella storia a detenere contemporaneamente il record dell’ora, il record dei 50 chilometri e il record mondiale dell’inseguimento individuale. «Volevo dimostrare che ce l’avrei potuta fare, anche a 27 anni, in una disciplina così competitiva, proprio grazie alla matematica. Avere padronanza delle formule, per altro, aiuta moltissimo a democratizzare la preparazione di un record e lo rende molto più accessibile anche in termini economici» – spiega.
Oggi quella stessa visione la applica all’intelligenza artificiale, sviluppando modelli matematici per il settore vitivinicolo, la salute, la cybersecurity e lo sport professionistico. Uno dei progetti più avanzati è una soluzione che utilizza immagini raccolte direttamente in vigneto per estrarre indicatori oggettivi su maturazione, stress della pianta e rischio di malattie. Allo stesso modo, utilizza dati biometrici, videoanalisi e modelli predittivi per monitorare gli atleti e individuare anomalie prima che si trasformino in infortuni o cali di performance.
«L’intelligenza artificiale non deve essere una scatola nera. L’obiettivo è costruire sistemi che siano trasparenti e spiegabili» – spiega Bussi, che ancora una volta si ritrova a operare in un contesto prevalentemente maschile. «Nell’innovazione, così come nel ciclismo, siamo poche, ma stiamo crescendo e abbiamo bisogno di una rete in cui ritrovarci. Quando le donne smettono di percepirsi come concorrenti e iniziano a sostenersi reciprocamente, accadono cose straordinarie» – assicura.
Generazioni di donne insieme per innovare
È dall’unione tra Vittoria Laghi e della sua professoressa Giada Gasparini che nasce D-MOD, spin-off dell’Università di Bologna, con un team composto per oltre il 90% da donne. L’azienda sviluppa tecnologie avanzate di stampa 3D metallica per l’architettura e l’ingegneria strutturale, combinando ottimizzazione strutturale e manifattura additiva per ridurre peso, materiali e costi di produzione. L’obiettivo è ambizioso: ripensare il modo in cui vengono progettate e costruite le strutture metalliche, in un settore che a livello globale è responsabile di circa 3,6 gigatonnellate di emissioni di CO₂ ogni anno.
Dietro al progetto ci sono oltre dieci anni di ricerca, due brevetti e collaborazioni internazionali che spaziano dagli Stati Uniti ai Paesi Bassi. Laghi, infatti, ha studiato e lavorato tra Bologna, Berkeley, Delft, Amsterdam e Boston, ma ha scelto di sviluppare l’impresa in Italia. «Ho sempre saputo che sarei tornata e ho voluto riportare qui ciò che avevo appreso all’estero. Credo molto nel nuovo vento dell’innovazione italiano» – chiarisce la ricercatrice.
«Abbiamo lavorato per molto tempo in laboratorio, sviluppando dei brevetti e portando avanti importanti risultati scientifici senza pensare davvero a fare impresa. Poi, grazie al supporto dell’ateneo, abbiamo compreso che era tempo di portare la nostra tecnologia sul mercato. Oggi possiamo ridurre fino al 60% il peso dei componenti e fino al 75% lo spreco di materiale rispetto ai processi tradizionali» – spiega la professoressa. E aggiunge: «La cosa bella è che non c’è stato un trasferimento di competenze in una sola direzione: la spinta a sperimentare nuovi modelli imprenditoriali è arrivata da Vittoria. Le nuove generazioni possono avere un impatto enorme, se solo impariamo a lasciarle fare».
Oggi D-MOD guarda già oltre i confini italiani. Dopo il riconoscimento ottenuto con il premio America Innovazione e l’ingresso nel programma Brava Innovation Hub di Invitalia dedicato all’imprenditoria femminile – fondamentale secondo Laghi per fare la differenza in contesti in cui la concentrazione femminile è ancora bassa – la startup sta esplorando opportunità negli Stati Uniti e in Medio Oriente, due mercati che stanno investendo fortemente nella manifattura avanzata e nella stampa 3D per i settori dell’energia, delle infrastrutture e dell’architettura. «All’estero ho imparato soprattutto il valore della contaminazione» – conclude Laghi. «La possibilità di passare dalla ricerca all’impresa senza sentirsi costretti a scegliere una sola identità professionale. È una cultura che sta crescendo anche in Italia e che può aiutare sempre più ricercatrici a diventare imprenditrici».
Cosa possiamo imparare da New York
Non è un caso che queste storie siano emerse proprio a New York. La città è oggi uno degli ecosistemi più avanzati al mondo per l’imprenditoria femminile. Nel 2025, la Grande Mela ha registrato la più alta quota globale di aziende finanziate da fondi di venture capital con almeno una fondatrice donna: il 18% del totale. Tra luglio 2024 e giugno 2025 le imprese fondate da donne hanno raccolto 955 milioni di dollari in 143 operazioni, superando la Bay Area californiana.
A sostenere questa crescita hanno contribuito realtà come Women.NYC, iniziativa lanciata dalla New York City Economic Development Corporation per aumentare la presenza femminile nei settori ad alto potenziale di crescita. Negli ultimi tre anni il programma ha raggiunto oltre 100 mila donne e coinvolto direttamente più di 30 mila partecipanti attraverso attività di formazione, networking e mentorship.
Il messaggio che arriva da New York è chiaro: il problema non è soltanto il capitale. L’accesso alle reti, alle competenze e alle opportunità contano almeno quanto i finanziamenti. Perché le donne non vogliono solo fare startup, vogliono guidare i settori che costruiranno la prossima economia.
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