
Niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali ai bambini sotto i tre anni, più sostegno ai genitori fin dalla gravidanza e servizi per la prima infanzia senza schermi. È quanto prevede la proposta di legge “Disposizioni per la regolamentazione dell’esposizione ai dispositivi digitali nei bambini e nelle bambine da zero a tre anni a tutela del loro sviluppo neurocognitivo, fisico e relazionale e per la promozione di un graduale accesso al loro utilizzo durante la minore età”, presentata giovedì 23 luglio al Senato su iniziativa della senatrice Simona Malpezzi e promossa insieme alla Società Italiana di Pediatria e a Fondazione Terre des Hommes Italia ETS. Il testo, sostenuto in maniera bipartisan da parlamentari di tutti i gruppi politici, punta a introdurre Linee guida nazionali sull’esposizione agli schermi di bambini e bambine, codificandola come prassi estremamente dannosa e da evitare entro i tre anni di vita.
Numeri impietosi
«Dal 2013 ad oggi i casi di dipendenze e di disturbi legati al digitale registrati soltanto all’Ospedale Bambin Gesù, sono aumentati del 500%, è una percentuale che non può farci girare dall’altra parte». I dati snocciolati da Marisa Marraffino, avvocata e consulente di Terre des Hommes specializzata in diritto minorile e informatico, e intervenuta alla conferenza stampa di presentazione della proposta di legge, sono impietosi ma non sono gli unici. Uno studio clinico condotto su un campione di 893 bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi ha documentato come, tra coloro che facevano uso di dispositivi multimediali mobili, ogni incremento di trenta minuti nell’utilizzo quotidiano di questi strumenti si associasse a una probabilità più che doppia di ritardo nel linguaggio espressivo.
Ulteriori studi, invece, hanno messo in luce come i bambini, nel primo e nel secondo anno di vita, incontrino difficoltà nel collegare alla realtà le informazioni provenienti dallo schermo, traendo invece beneficio dall’interazione con l’ambiente circostante e dall’esperienza tattile diretta. Inoltre, gli effetti positivi della fruizione di uno schermo sull’acquisizione del linguaggio non si osservano prima della fine del secondo anno di vita e un consumo eccessivo di contenuti multimediali incide negativamente sullo sviluppo linguistico, associandosi altresì a difficoltà nella regolazione delle emozioni. Ma non è tutto qui.
I rapporti umani più importanti che mai
A riprova del ruolo insostituibile dell’interazione umana, si legge nella proposta di legge, una ricerca sperimentale ha esposto a una lingua straniera bambini di età compresa tra i dieci e i dodici mesi, di madrelingua inglese: soltanto coloro che erano stati posti in un contesto di reale interazione con adulti hanno appreso i suoni della nuova lingua fino a eguagliare i coetanei madrelingua, mentre quelli esposti ai medesimi contenuti tramite registrazioni audio e video, non hanno mostrato alcun apprendimento. Secondo gli esperti, questa differenza dimostra come la dinamica dell’acquisizione linguistica, a questa età, dipenda dall’interazione e non possa essere lasciata ai dispositivi elettronici.
La proposta
Il 77,5% degli adolescenti italiani dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali. Il 41,8% indica una dipendenza moderata. Il 33,3% una dipendenza lieve mentre il 22,5% conferma di non sentirsi dipendente. Per questo, “prevenzione” è la parola d’ordine della proposta di legge che prevede l’istituzione di linee guida nazionali per proteggere la salute digitale. Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, infatti, il ministero della Salute, insieme ai ministeri dell’Istruzione e della Famiglia, adotterà linee guida nazionali basate sulle evidenze scientifiche per evitare l’esposizione ai dispositivi digitali di bambini al di sotto dei 36 mesi e, per le età successive fino ai 18 anni, indicando i tempi massimi giornalieri e le modalità di accompagnamento educativo a un uso graduale e consapevole. Perchè l’uso dei dispositivi digitali non è completamente demonizzato. L’utilizzo di internet e di dispositivi elettronici in ambito educativo, infatti, può essere anche necessario per facilitare l’apprendimento e l’inclusione.
Meno schermi negli asili
Se è vero che l’utilizzo del digitale non deve essere demonizzato soprattutto in ambito educativo, è vero anche che una scorretta educazione in questo ambito può portare all’insorgere di vere e proprio dipendenze fin dalla tenera età.
“Noi ci occupiamo dei casi di dipendenza dal digitale con i SERT (Servizio dipendenze patologiche, ndr.). Collochiamo questi ragazzi in queste comunità perchè quelle nei confronti del digitale sono vere e proprie dipendenze”, ha dichiarato Marisa Marraffino che ha aggiunto: “C’è un’ordinanza del Tribunale di Milano dell’anno scorso che ha addirittura prescritto il trattamento farmacologico coattivo se necessario a un ragazzo di 15 anni”. Per questo la prevenzione passa anche dagli asili. La proposta, infatti, prevede il divieto di utilizzo dei dispositivi digitali nelle attività educative. I progetti educativi dovranno privilegiare la relazione, il gioco libero, il movimento e lo sviluppo del linguaggio. La proposta prevede inoltre una formazione specifica del personale educativo sui rischi dell’esposizione precoce.
La formazione dei professionisti per affrontare le sfide del futuro
Un altro pilastro della proposta riguarda la formazione dei professionisti. ” I genitori – ha dichiarato la senatrice Licia Ronzulli, vicepresidente del Senato, che è intervenuta a margine della conferenza stampa- non possono essere lasciati soli. Tutti abbiamo fatto lo sbaglio di pensare che l’utilizzo dei device digitali per intrattenere i figli non fosse dannoso, ma ora possiamo rimediare”. I genitori non lo possono fare da soli. Secondo quanto stabilito nella proposta, le figure professionali chiave per la crescita di un bambino, avranno l’obbligo di formarsi sul tema della dipendenza da dispositivi digitali.
Nello specifico, la proposta prevede l’introduzione, nei corsi di preparazione al parto e di accompagnamento alla nascita, di moduli dedicati all’impatto delle tecnologie digitali sui neonati e all’importanza di non utilizzare i dispositivi come strumenti abituali di sedazione o intrattenimento passivo. Consultori familiari, punti nascita e servizi per la prima infanzia dovranno distribuire materiali informativi alle famiglie. Pediatri di libera scelta e medici di medicina generale, invece, dovranno integrare nei bilanci di salute, una consulenza specifica sull’uso dei dispositivi tra zero e tre anni.
La proposta prevede, inoltre, l’integrazione dei piani di studio universitari e dei programmi di formazione continua con moduli sulla neurobiologia dello sviluppo e sui rischi digitali. Dai pediatri alle ostetriche, dagli educatori agli assistente sanitari e sociali. La formazione riguarderà tutte le figure professionali che incontrano bambini e famiglie e che possono riconoscere precocemente le situazioni di rischio e offrire indicazioni coerenti e fondate sulle evidenze scientifiche.
Un tavolo tecnico permanente per la salute digitale e un fondo dedicato
Il monitoraggio è un altro tassello chiave della proposta di legge. L’articolo 8, infatti, prevede la formazione di un tavolo tecnico permanente per la salute digitale dei minori al ministero della Salute. Nell’iniziativa sono coinvolte istituzioni e associazioni del terzo settore dall’ Istituto superiore di sanità all’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, alle associazioni dei familiari agli enti del terzo settore. Il tavolo avrà, dunque, il compito di monitorare l’attuazione della legge e di proporre l’aggiornamento almeno triennale delle linee guida. La proposta prevede inoltre attività di ricerca sugli effetti dell’esposizione digitale e una relazione annuale alle Camere.
Oltre al tavolo tecnico, è prevista la creazione di un fondo da 2 milioni di euro l’anno, a partire dal 2026, per la salute digitale dei minori, prendendo questa cifra dal bilancio già esistente del ministero della Salute.
Cosa stanno facendo gli Stati
Secondo un’analisi pubblicata a giugno sulla rivista scientifica “Archives of Psychiatric Nursing”, un adolescente su 4 a livello globale, presenterebbe un uso problematico o assimilabile a dipendenza dai social network. Un fenomeno, dunque, globale al quale gli Stati, a vari livelli, stanno cercando di porre un argine. Negli Stati Uniti, ad esempio, un giudice di Los Angeles ha condannato Meta e Google a versare un risarcimento di 6 milioni di dollari ad una donna di vent’anni per dipendenza da social media. La causa avviata dalla giovane, identificata negli atti come Kaley G.M., ha dimostrato che l’uso compulsivo e precoce di Instagram e YouTube durante l’infanzia e l’adolescenza ha generato una grave dipendenza, portandola a stati di ansia, depressione e gravi problemi di salute mentale.
Le prime leggi contro la dipendenza digitale in Europa e nel mondo
Anche in Europa qualcosa si sta muovendo. La Francia è il primo Paese europeo ad aver approvato una legge che fissa la maggiore età digitale a 15 anni. La norma, che il governo intende far entrare in vigore a settembre, stabilisce che sotto questa età, l’accesso ai social network è vietato, a meno che non ci sia il consenso dei genitori, e le piattaforme sono obbligate per legge a implementare rigidi sistemi di verifica dell’età.
Resta da capire se ci sarà la capacità di applicare queste norme davvero, o se la tecnologia troverà l’ennesima scorciatoia per aggirarle.
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