Minori soli davanti all’AI: serve formazione, non divieti

Roma, 2026. Un gruppo di ragazzini in metro dibatte su quale sia il miglior strumento di AI per risolvere il compito di matematica in classe. Come facciano a usarla nonostante il loro professore vieti l’utilizzo dei cellulari resta un mistero. Non vietare, vietare, come e quando vietare. L’AI è oggi al centro di ogni dibattito e non poteva mancare l’interrogativo su come, quando e quanto consentire l’uso degli strumenti di intelligenza artificiale ai minori. Da un lato si richiedono ai giovani sempre nuove competenze sull’AI, e l’intelligenza artificiale è entrata ufficialmente nelle scuole italiane, dall’altro i rischi sono sotto gli occhi di tutti. Adolescenti e anche bambini sono già abituati a usare l’AI come supporto nei compiti a casa, come strumento di ricerca e approfondimento, come dispensatrice di aiuto e consiglio.

L’AI viene considerata alla stregua di un amico, di un consigliere, di un esperto. Preferendola al confronto con il mondo degli adulti, con le terribili conseguenze che ne sono derivate. Un esempio per tutti: la storia dell’adolescente californiano che si sarebbe ucciso per “colpa”, se si può usare questa parola che indica anche una categoria giuridica, di un chatbot.  Il dibattito, la regolazione, la presa di posizione a livello internazionale arrivano già in ritardo. Ma certamente i segnali che vanno in questa direzione vanno salutati positivamente.

Per Ascani Coalizione di Ginevra va nella direzione giusta

La buona notizia arriva da Ginevra dove, durante il primo forum delle Nazioni Unite sulla governance dell’AI, la Spagna ha presentato un’alleanza di una ventina di Paesi con Unicef, Unesco e Commissione europea per tutelare i bambini dai rischi di manipolazione dell’intelligenza artificiale. Un’iniziativa che va nel verso giusto. «I diritti al centro dell’innovazione digitale. Soprattutto – commenta Anna Ascani, vicepresidente della Camera che peraltro ha supervisionato e avviato la sperimentazione di prototipi di intelligenza artificiale generativa applicati al Parlamento– quelli di chi spesso non sa ancora di averli, dei più piccoli, coloro che abbiamo il dovere di tutelare maggiormente.

La coalizione internazionale per la protezione dell’infanzia nell’era dell’IA, alla quale hanno aderito 17 Paesi tra cui il nostro, si muove nella giusta direzione: rendere le nuove tecnologie sicure, inclusive, rispettose dei diritti di bambini e ragazzi. Già dal loro sviluppo. Farne un’opportunità, eliminando i rischi. È una buona notizia che ci sia questa condivisione di responsabilità e impegno, significa riconoscere che la rivoluzione digitale non può prescindere dalle persone, qualunque età abbiano. Devono essere il perno di un’innovazione improntata su valori e principi democratici».

I minori la usano fino a 3 volte in più degli adulti

Intervenire, peraltro, è urgente. I minori sono già a rischio e ce lo dicono i dati. Usano l’AI in alcuni casi tre volte di più degli adulti, come denuncia Unicef. Si stima infatti, basandosi su numeri provenienti da 10 Paesi, che almeno 20 milioni di bambini abbiano utilizzato l’intelligenza artificiale. Molti stanno superando gli adulti, utilizzandola con una frequenza oltre tre volte superiore.

I bambini, per l’Unicef, sono maggiormente esposti ai sistemi di AI e, al contempo, hanno molto meno potere per evitarli o contestarli. Sono i primi, dunque, a subire gli effetti di una governance carente e saranno quelli che ne subiranno le conseguenze più a lungo.

Equilibrio nell’affrontare il dibattito, non lasciare i minori da soli

Se è sbagliato sminuire i rischi dell’AI è altrettanto errato demonizzarla. Lo sostiene Vincenzo Vespri, professore di Matematica dell’Università di Pisa e consulente del Mim. «Credo che il dibattito sull’intelligenza artificiale e i minori debba essere affrontato con maggiore equilibrio. Oggi assistiamo spesso a una contrapposizione tra chi vede nell’AI una minaccia e chi, al contrario, la considera la soluzione di ogni problema. La realtà, come spesso accade, è molto più complessa». Per Vespri «il problema principale non è l’introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola. Anzi, proprio la scuola dovrebbe essere il luogo nel quale i ragazzi imparano a conoscerla, a comprenderne le potenzialità e a riconoscerne i limiti. Il vero rischio nasce quando i giovani vengono lasciati soli davanti a questi strumenti e costruiscono il proprio rapporto con l’AI esclusivamente attraverso i social network o le piattaforme digitali, senza alcuna guida educativa. In quel caso il pericolo non è l’intelligenza artificiale in sé, ma l’assenza di adulti capaci di accompagnarne l’uso».

Le recenti iniziative internazionali, come quella promossa a Ginevra, e le scelte del ministero sull’introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola «vanno proprio nella direzione giusta: non vietare, ma educare. La scuola deve certamente mettere in guardia rispetto ai rischi, dalla tutela dei dati personali ai bias degli algoritmi, dalla diffusione di informazioni false alla dipendenza dagli strumenti digitali, ma deve anche insegnare come utilizzare l’AI in modo consapevole, critico e creativo».

I ragazzi «hanno bisogno di conoscere i pericoli, ma anche di vedere le straordinarie opportunità che questi strumenti offrono per lo studio, la ricerca, la creatività, la comunicazione e perfino per l’inclusione delle persone con disabilità».

Se la scuola non li educa, saranno gli algoritmi a educarli

L’obiettivo, sempre secondo Vespri, non dovrebbe essere quello di frenare i giovani, ma di guidarli. Le tecnologie cambieranno comunque il loro futuro. Se la scuola rinuncia a occuparsene, saranno altri a educarli: gli algoritmi, le piattaforme commerciali o i social network. «È una responsabilità che il sistema educativo non può permettersi di delegare»,.

Le difficoltà della formazione sono messe in luce da Daniele Bonacorsi, professore ordinario di Fisica all’Università di Bologna e docente di machine learning classico e quantistico. Gli obiettivi della formazione spesso non riescono a «raggiungere i nativi digitali che fanno fatica a concepire un mondo in cui queste tecnologie non esistevano, quindi non vedono che cosa è cambiato nella società e anche nella vita. Glielo si può spiegare ma non è un processo intuitivo, mentre un adulto in questo senso è avvantaggiato».

Parlare di AI agli adolescenti, inoltre, è particolarmente complesso. «Indubbiamente c’è il rischio che nel processo di apprendimento e di utilizzo dell’AI si impigriscano, con gli impatti negativi che ne derivano per lo sviluppo della capacità cognitiva. Se la pigrizia accomuna anche coloro che spiegano le nuove tecnologie, è molto difficile che ragazzi e ragazze realizzino  un vero e proprio processo di apprendimento. D’altra parte, è sbagliato anche non formarli, perché si rischia di avere in futuro persone che non si potranno integrate nella nuova realtà. Per esercitare i propri diritti di cittadino, nessuno potrà permettersi di non avere almeno una conoscenza di base dell’AI».

Cruciale il ruolo degli adulti, ma talvolta sono incoerenti

Il ruolo degli adulti non nativi digitali è, secondo Bonacorsi, essenziale. «Il problema è che spesso gli adolescenti leggono negli adulti segnali di incoerenza. Adulti che vietano i cellulari ma hanno gli occhi perennemente incollati al proprio smartphone. Affermano che occorre accrescere le proprie competenze digitali e imparare a usare gli strumenti di AI e nel frattempo vietano ai ragazzi il cellulare, che per loro è il primo approccio al mondo del digitale. Anche nei percorsi educativi si riscontra talvolta questa incoerenza. Ad esempio in alcuni corsi universitari i docenti usano gli strumenti di AI, in altri li vietano».

Resta l’obiettivo da tenere sempre presente e che è peraltro molto difficile da raggiungere: occorre insegnare ai più giovani non solo a usare gli strumenti digitali e di AI senza incorrere in rischi e senza inficiare la capacità cognitiva, ma al contempo, conclude Bonacorsi, bisogna coltivare in loro la curiosità e tenere vivo lo spirito critico.

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