Perché la Spagna domina nel calcio: il modello che ha conquistato i Mondiali maschile e femminile

(AP Photo/Manu Fernandez)

Campione, per la seconda volta nella storia. Anzi – ed è questo finora un unicum – campione del mondo, contemporaneamente, tra gli uomini e le donne. Ma guai a parlare di “miracolo spagnolo”, a proposito del dominio iberico sul football globale. Perché se l’esito di una partita può dipendere da un pallone colpito, un rigore sbagliato, una deviazione fortuita o una parata miracolosa, quello sviluppatosi tra Madrid, Barcellona, San Sebastian, Bilbao, Valencia, Siviglia e le altre capitali del calcio ispanico è un sistema, un’idea, un modo di interpretare il calcio e far crescere i suoi attori protagonisti (giocatori e giocatrici) del tutto peculiare, forse neppure riproducibile, di certo non casuale né, appunto, miracoloso. Un sistema che proviamo qui a descrivere, seguendone le tracce sparse, ma pur evidenti, in questo primo secolo (anno più anno meno) di storia del football mondiale.

Uno strano Novecento

Forse, prima di seguire i sentieri che portano alle ragioni dei successi iberici del Ventunesimo secolo, varrà la pena notare che quella stessa scuola (insieme a quella francese) sono stranamente presenti solo in modo sporadico negli albi d’oro calcistici del secolo scorso. E se Le Bleus racimolano grazie alla generazione Fontaine la semifinale mondiale del 1958 prima dell’età di Le Roi Michel Platini (due semifinali mondiali inframezzate dall’Europeo giocato e vinto in casa nel 1984 proprio contro le Furie Rosse), ancora meno raccolgono proprio gli spagnoli, che vantano il solo Europeo del 1964 come vittoria più significativa.

E dire che già ai tempi la rivalità tra Real Madrid e Barcellona infiammava il calcio iberico, e senza dimenticare l’apporto del football basco soprattutto proprio nella prima metà degli Anni Ottanta. Ebbene, abbiamo capito a posteriori che l’anomalia erano stati quei pur lunghi decenni, e la normalità è quella che stiamo invece vivendo dall’inizio del nuovo millennio.

Innesti e pacificazione

Al Real gli innesti brasiliani e portoghesi; Al Barcellona lo sbocciare dei tulipani catalani piantati dal geniale (prima come calciatore, poi come allenatore) Johann Cruijff. Sintesi estrema a indicare i sistemi che hanno innervato le due big di Spagna quasi ormai nell’ultimo quarantennio. In particolare – e a breve lo vedremo – la lezione tecnica e psicoattitudinale dell’olandese è diventata sistema e modulo, prima che filosofia. E i successi – anzi già solo la percezione di poterci finalmente arrivare, alla vittoria – hanno portato a un’insolita, inattesa e pure duratura concordia ordinum proprio in una Nazionale prima spesso squassata dai dissidi tra i clan dei blancos e dei blaugrana. In questo senso, determinante l’esperienza da commissario tecnico de il saggio di Hortaleza, al secolo Luis Aragonés, bandiera (guarda caso…) dell’Atletico Madrid e ct della Spagna campione d’Europa nel 2008, che costruì quella squadra smontando gerarchie consolidate e dando spazio ai giovani della generacion dorada.

Largo a giovani (e spagnoli)

EPA/RONALD WITTEK

Dicevamo dell’essenziale innesto della cultura calcistica olandese a Barcellona attraverso l’esempio del profeta del gol Johann Crujiff, a partire dalla seconda metà degli Anni Settanta e poi come tecnico negli Anni Novanta. Sotto il suo impulso (e secondo i dettami del modello-Ajax), vennero uniformati preparazione tecnica e tattica dell’intera filiera del club, dalle giovanili fino alla prima squadra, privilegiando appunto capacità tecnico-tattiche rispetto alla pura forza fisica, il gioco propositivo su quello più speculativo, l’autonomia decisionale in campo rispetto alla passiva subordinazione allo schema (pur in un solido e chiaro impianto tattico, come sottolineato); modello che la Federcalcio spagnola fece proprio, ridisegnando i centri di formazione giovanile e incentivando la preparazione dei tecnici.

La formazione degli allenatori è ancora oggi uno dei grandi punti di forza del “sistema calcio” spagnolo, che fa leva su due elementi: bassi costi d’iscrizione e molte ore di lezione. Per ottenere una Licenza UEFA A, la RFEF richiede 1.200 euro di tassa d’iscrizione e garantisce 750 ore di formazione. Al confronto, in Inghilterra quel patentino costa 3.400 euro per sole 250 ore di lezione, mentre in Italia il costo è di 2.500 euro per 192 ore. Altro elemento fondante: l’aspetto identitario. Per motivi diversi ma pure evidenti (valga per tutti l’esempio proprio dei blaugrana e delle squadre basche), le squadre spagnole (sull’impulso delle relative tifoserie) tengono molto al fatto che vi siano giocatori locali a vestire le maglie delle rispettive rappresentative di club, stabilendo così un legame solido e non discutibile tra squadra, identità, tifo. Nella formazione dei giovani, attività federale e di club si integrano, all’insegna però di un’idea di gioco comune, propositivo e creativo. I risultati? Quelli al vertice sono evidenti, ma alla base un numero impressiona: il 60% dei giocatori del campionato spagnolo è cresciuto nei settori giovanili nazionali (in Italia, siamo circa al 30%).

Il caso De la Fuente

REUTERS/Hannah Mckay

Il percorso fatto dal ct campione d’Europa e del Mondo è di per sé emblematico: nel 2013 Luis De la Fuente ha 52 anni ed è disoccupato. Il suo ultimo lavoro era stato sulla panchina dell’Alaves: 11 partite, 3 vittorie, 4 pareggi e 2 sconfitte; ottavo posto nella seconda serie spagnola. Mentre sfoglia un giornale sportivo nota un piccolo trafiletto in cui la Federazione spagnola annuncia di essere alla ricerca di tecnici per le selezioni giovanili. Risponde, chiama la Federazione e parla con Iñaki Saez. Proprio Saez – scherzi del destino! – è stato il primo allenatore di de la Fuente all’Athletic Club, colui che lo fece debuttare in prima divisione, a 19 anni; è stato l’allenatore che lo riprese mentre era al Siviglia, per giocare gli ultimi due anni della carriera all’Athletic. Tredici anni dopo Luis De la Fuente alza la seconda coppa del mondo della storia della Spagna.

Vince il Mondiale al termine di un percorso siffatto: campione d’Europa Under 19 nel 2015, campione d’Europa Under 21 nel 2019, argento olimpico nel 2021, campione della Nations League con la Nazionale maggiore nel 2023, campione d’Europa nel 2024, campione del Mondo nel 2026. Quando ha alzato la coppa del mondo al MetLife Stadium accanto a lui c’erano giocatori che lo accompagnano da tutta la carriera: Unai Simon, Marc Cucurella, Mikel Merino, Mikel Oyarzabal, Dani Olmo, Pedri, Rodri, Fabian Ruiz, Ferran Torres: sono stati tutti allenati da Luis de la Fuente nelle selezioni giovanili spagnole. Quando de la Fuente ha vinto il suo primo torneo internazionale con la Spagna, nel 2015, il suo centrocampo in finale era Rodri-Merino: lo stesso con cui ha chiuso i tempi supplementari della finale di Coppa del Mondo, di fronte all’Argentina di Messi.

Donne vincenti

Nell’ultimo decennio, medesimo sviluppo ha investito il calcio femminile iberico. Motore primo, ancora una volta, il Barcellona, che ha dato impulso al proprio settore femminile, di fatto equiparando, se non gli ingaggi, almeno strutture, investimenti e tutele con quanto tradizionalmente fatto con gli uomini. Citata da Il Corriere del Ticino, così diceva, nel 2024, l’ex giocatrice Maria Garrido, oggi giornalista: «I cambiamenti nel calcio femminile in Spagna sono stati particolarmente significativi. Dieci anni fa, quando giocavo per il Barcellona, non esisteva una Masia (la celebre accademia del club catalano, ndr) per le ragazze. Ci pagavamo le spese di trasporto, i nostri genitori ci accompagnavano agli allenamenti e non guadagnavamo alcun soldo. Ma negli ultimi anni la situazione è migliorata enormemente. C’è stata una spinta considerevole per promuovere il calcio femminile, con la creazione di più categorie giovanili, strutture e condizioni migliori e la fondazione di un’accademia calcistica dedicata alle ragazze. Questa trasformazione non solo ha rivoluzionato lo sport, ma ha anche accresciuto il rispetto per il calcio femminile in Spagna».

Senza trascurare l’effetto detonatore della vicenda Rubiales, l’ex presidente federale allontanato dopo mesi di roventi critiche per il bacio non consensuale imposto alla giocatrice Jennifer Hermoso durante la cerimonia di premiazione della vittoria nel Mondiale donne vinto dalle spagnole nel 2023 (vicenda che ha portato alle dimissioni del dirigente): un caso che insieme all’ammutinamento di gran parte delle stesse giocatrici nei confronti dei vertici tecnici della Nazionale, nei mesi precedenti allo stesso mondiale poi vinto, hanno portato alla ribalta non solo nomi e volti del football femminile, ma anche le difficoltà e i tanti e infiniti dribbling che ogni donna deve fare ogni volta che sogna di fare goal, contribuendo così a rafforzare le fondamenta di un cammino che trova in questo senso partner soldi e convinti anche in Uefa e Fifa.

Bastano pochi secondi alla fine della finale della Coppa del Mondo per riassumere il momento del calcio spagnolo. Da una parte Rodri, capitano della nazionale maschile, Pallone d’Oro e simbolo della Spagna appena laureata campione del mondo; dall’altra Aitana Bonmatí, capitana della nazionale femminile, due volte Pallone d’Oro e leader della generazione che ha conquistato il vertice del calcio mondiale. Non è soltanto un’immagine celebrativa, ma la rappresentazione di un sistema capace di formare, nello stesso momento storico, i migliori interpreti del calcio maschile e femminile. Due capitani, tre Palloni d’Oro complessivi, un’unica scuola calcistica: forse nessuna fotografia racconta meglio di questo breve scambio di battute la profondità del dominio costruito dalla Spagna negli ultimi anni e il rispetto fra sport femminile e maschile.

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