
Trenta secondi. È la durata di molti reel, di una storia su Instagram, di buona parte dei contenuti che consumiamo ogni giorno. Trenta secondi, un minuto al massimo, è anche il tempo del picco del protossido di azoto, il cosiddetto gas esilarante: una sostanza sempre più visibile nelle città europee e presente, in modo ancora difficile da misurare, anche in Italia, segnalata soprattutto a Milano.
Secondo ESPAD 2024, il progetto europeo che monitora alcol e droghe tra gli studenti, il 3,1% dei ragazzi europei di 15-16 anni dichiara di averlo provato almeno una volta. In Italia il dato è circa dell’1%, con una prevalenza più che doppia tra i maschi. Su Milano non esistono ancora dati epidemiologici, ma la diffusione dell’utilizzo è stata segnalata più volte sui media e sui social, che denunciano tracce urbane evidenti: bombolette abbandonate, palloncini, segnalazioni nelle aree della movida. Milano è una delle città italiane in cui il fenomeno appare più visibile, anche se non misurabile.
L’effetto e i rischi per la salute
Il protossido di azoto non è una sostanza nuova. Da decenni viene usato come anestetico e analgesico. Come fenomeno ricreativo tra i ragazzi, invece, è relativamente recente. Si inala quasi sempre attraverso un palloncino. E il palloncino conta, perché cambia il significato del gesto prima ancora dell’effetto. Lo rende apparentemente innocuo, quasi infantile. Non sembra una droga, sembra un gioco. In più è scenografico, facile da filmare, da mostrare, da condividere online.
L’effetto arriva in fretta e svanisce altrettanto in fretta. Euforia, risata, leggerezza, alterazione della percezione, ma il punto importante è un altro: il protossido produce una forma breve e intensa di dissociazione.
Per qualche secondo cambia il rapporto tra corpo, percezione e ambiente. Una parte dell’effetto dipende dall’azione del gas sui recettori NMDA, recettori del glutammato che partecipano al lavoro con cui il cervello collega le informazioni, tiene insieme le percezioni e costruisce un’esperienza coerente. Il protossido interferisce temporaneamente con questo equilibrio. Non spegne la coscienza, non cancella la realtà, ma per qualche istante la rende meno compatta.
Anche la risata va letta così. Non nasce necessariamente da qualcosa di divertente. Può emergere perché cambia il modo in cui il cervello interpreta ciò che accade, perché una scena ordinaria può apparire improvvisamente assurda, leggera, priva della sua serietà o normalità abituale. Il mondo non è diventato più comico. Per qualche secondo è diventato meno stabile.
La brevità dell’effetto contribuisce anche a un equivoco: quello di immaginare il gas esilarante come una sostanza innocua. Non lo è, anzi. Nel rapporto European Drug Report 2025 dell’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe si legge che l’uso ricreativo è associato ad avvelenamenti, ustioni, lesioni polmonari e, quando l’esposizione diventa frequente o prolungata, anche a danni neurologici legati all’inattivazione della vitamina B12. In più, l’inalazione diretta dalle bombole aumenta il rischio di lesioni polmonari per l’alta pressione con cui il gas viene rilasciato. L’effetto può durare meno di un minuto, ma le conseguenze possono essere molto serie e, nei casi più gravi, permanenti.
Le radici del fenomeno
Questa forma di esperienza intensa, dissociativa e ripetitiva non arriva dal nulla. Arriva dopo anni in cui milioni di persone hanno abitato ambienti digitali costruiti su contenuti brevi, notifiche, like e altri piccoli segnali di gratificazione immediata, distribuiti in modo intermittente e imprevedibile. Non significa che TikTok o Instagram o lo scroll, cioè il passaggio continuo e veloce da un contenuto all’altro, causino l’uso del gas. Significa però che una parte della nostra esperienza si è già abituata al frammento, a un’attenzione che viene interrotta e subito riattivata da stimoli brevi, ripetitivi, sempre nuovi.
Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha osservato che il controllo abituale dei social in prima adolescenza si associa a cambiamenti nel modo in cui il cervello reagisce ai segnali di approvazione e rifiuto sociale. È un dato che suggerisce come crescere in ambienti digitali costruiti su continue piccole gratificazioni, un like, una notifica, un nuovo contenuto, possa accompagnarsi a un diverso sviluppo dei circuiti cerebrali con cui impariamo a leggere le relazioni e i segnali degli altri.
Lo scroll produce micro-dissociazioni senza chimica. Una scena assurda, una battuta, una caduta, pochi secondi e si passa oltre. Il reel rende assurdo il mondo per catturare brevemente l’attenzione. Il gas esilarante rende assurdo, per pochi secondi, il nostro rapporto con il mondo. Nel primo caso agisce il montaggio. Nel secondo la neurochimica. La somiglianza non è nella causa, ma nella forma: interruzione, picco, ripetizione.
Relazioni a intermittenza
Questa intermittenza non riguarda solo il piacere. Riguarda anche il rapporto con l’altro. Se l’esperienza si frammenta, anche l’altro rischia di frammentarsi. Diventa volto, commento, immagine, contenuto. Non sempre una persona, non sempre un simile con cui empatizzare.
Riconoscere davvero qualcuno richiede tempo, richiede di poterlo vedere esistere prima e dopo il momento che stiamo vivendo. Quando tutto tende a ridursi a frammenti, anche l’altro rischia di apparire meno reale, non una persona con una storia, ma una presenza che attraversa per un istante il nostro campo visivo. È qui che può indebolirsi la responsabilità, non perché automaticamente nasca la violenza, ma perché diventa più facile trattare l’altro come un contenuto, un bersaglio, una comparsa. Ogni aggressività comincia da qualche parte, spesso proprio dal momento in cui l’altro smette di apparirci pienamente reale e simile a noi.
Per gran parte del Novecento le droghe hanno promesso esperienze. La cannabis modificava il pensiero. L’MDMA la connessione emotiva. La cocaina la percezione della potenza. Il protossido promette qualcosa di diverso: non un viaggio, non una trasformazione, ma una pausa.
Forse è proprio questa la sua particolarità. La pausa non riguarda soltanto il mondo esterno, ma soprattutto il rapporto con sé stessi. Per qualche secondo si interrompe il lavoro di tenere insieme ciò che siamo stati, ciò che stiamo vivendo e ciò che dovremo fare dopo. Non si entra in una nuova identità. Si esce temporaneamente dalla continuità della propria.
Anche per questo il gas esilarante sembra appartenere al nostro tempo. Non perché prometta un’esperienza più intensa delle altre, ma perché promette qualcosa di più piccolo e forse più desiderabile: una breve sospensione.
Sarebbe però troppo facile fermarsi ai ragazzi con il palloncino in mano. Li osserviamo come se fossero il problema, mentre passiamo le giornate immersi in altre forme della stessa intermittenza. Notifiche, chat, video, breaking news, contenuti che si susseguono senza lasciare il tempo di sedimentare.
Il problema non è soltanto che il piacere dura poco. È che rischia di non costruire continuità. Una vita acquista profondità quando collega il presente a ciò che è stato e a ciò che potrà essere. Quando produce memoria, attesa, responsabilità. Altrimenti resta pura esposizione e apparenza.
Il gas esilarante non colpisce per la sua diffusione reale. Non è la sostanza decisiva del nostro tempo. Colpisce perché riproduce la forma dell’esperienza digitale in cui siamo immersi: breve, ripetibile, dissociativa.
Senza rendercene veramente conto, abbiamo trasformato l’attenzione in mercato mascherato da intrattenimento, l’interruzione in abitudine e il presente in una sequenza di stimoli. In questo sistema costruito sull’intermittenza, i ragazzi che respirano gas dai palloncini arrivano solo dopo. E forse non a caso.
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