
Mettere in discussioni i ruoli, invertire una traiettoria, sospendere il giudizio e affidarsi al sentire. È quello che avviene quando uno stereotipo comincia a sgretolarsi ma, soprattutto, è quello che accade danzando: il corpo è libero quando libero si sente. All’orto botanico di Roma, la vigilia del solstizio d’estate, si è aperta così: “aDoc – Festa dei linguaggi tradizionali e contemporanei” – organizzato dal collettivo RomaTrad e dalla compagnia Teatro del Mediterraneo, prodotto dall’associazione culturale CRETA – è la festa evento che, da tre edizioni, a passi di danza porta avanti l’obiettivo di stimolare progetti di ricerca creativa che interrogano la relazione tra tradizioni popolari e pratiche performative contemporanee.
L’occasione nasce per celebrare Donatella Centi, danzatrice e coreografa, fondatrice della compagnia Teatro del Mediterraneo, una delle pioniere della scena artistica italiana nell’ambito delle tradizioni del Centro e Sud Italia, che ha portato la danza popolare italiana tra le forme espressive contemporanee. Centi, rivoluzionaria nella sua visione, «ha compreso come i corpi e le performance potessero diventare uno spazio di negoziazione e di svelamento delle dinamiche di potere portando alla luce tematiche di genere ben prima che queste diventassero centrali nel dibattito pubblico e artistico contemporaneo».
A spiegarlo, ad Alley Oop, è la figlia Viola Centi: danzatrice e coreografa, con il danzatore Andrea De Siena e le danzatrici Maria Carmen Di Poce, Laura Esposito e Giulia Pesole, ha raccolto l’eredità del Teatro del Mediterraneo e ha co-fondato il collettivo RomaTrad. «Sento che il Teatro del Mediterraneo oggi deve rispondere alle persone che lo compongono in questo momento, alle loro idee e alle nuove esperienze che portano a bordo – dice Viola ad Alley Oop – E non ci sono solo io in questa barca: l’eredità di mamma ha ben seminato e i germogli che ne stanno nascendo, e di cui stiamo intravedendo i primi frutti, sono condivisi con Giulia, Maria Carmen, Laura e Andrea. Il suo lavoro, anzi il lavoro della compagnia, rimane nel cuore e nel nome. Ma non deve né spaventarmi, né spaventarci; al contrario, deve motivare. Mi piace pensarlo più come una statua d’argilla: viva, malleabile, che tutti noi, insieme, possiamo continuare a modellare».
Donatella Centi, perché è una pioniera della danza popolare
Nata a San Giorgio del Sannio nel 1952, Donatella Centi ha dedicato la propria vita alla ricerca, alla trasmissione e alla reinvenzione delle danze tradizionali del Centro e Sud Italia. Danzatrice, coreografa e fondatrice del Teatro del Mediterraneo nel 1986, ha attraversato decenni di studio sul campo, teatro e sperimentazione scenica contribuendo a sottrarre la tradizione a una lettura esclusivamente folkloristica. Per lei il patrimonio popolare non era una reliquia da custodire, ma una materia viva da interrogare. In un contesto culturale spesso dominato da una rappresentazione folkloristica della tradizione, Centi ha aperto nuove possibilità espressive, trasformando la danza popolare in una pratica scenica contemporanea, in dialogo costante con il teatro, la musica dal vivo, la parola, la ritualità e le arti performative. Sul palco il corpo diventava archivio di memoria, strumento politico e umano, luogo di incontro tra identità, differenze e comunità. Come donna e artista ha portato nella scena performativa valori profondi di ascolto, inclusione, libertà espressiva e valorizzazione delle culture popolari, restituendo dignità e complessità a saperi spesso marginalizzati.
«La sua è stata un’anticipazione netta delle riflessioni odierne: connettere il passato al futuro significava anche decodificare i generi. Non c’erano semplici danze, ma dispositivi culturali in cui ruoli e identità venivano messi in discussione, in maniera fluida e naturale», spiega la figlia Viola, che continua: «Negli anni ’80 l’operazione non nasceva come una vera e propria denuncia, e proprio in questo risiedeva la sua radicalità. Era l’atto di inaugurare una nuova fase della storia culturale del Paese, trovando un senso profondo e vitale nel concetto di teatralità, molto più vicina al termine “gioco” che in inglese e in francese si traduce con play/jouer». Una dimensione che univa «danza, teatro e memoria», riportando alla luce significati sociali, simbolici e identitari che il pubblico contemporaneo aveva in larga parte dimenticato.
Oggi quell’intuizione conserva tutta la sua attualità. «Non si tratta più solo di esplorare una nuova fase spettacolare, ma di difendere uno spazio di espressione libero», osserva Viola Centi. «In un mondo iper-regolato, praticare quella dimensione di “mondo al contrario” protetta dalle leggi del carnevale diventa un atto di resistenza coreutica e sociale». È forse qui che si trova il cuore della sua eredità: nell’aver mostrato che la tradizione non coincide necessariamente con la conservazione dell’esistente. Al contrario, può diventare uno strumento per osservare criticamente i rapporti di potere e immaginare nuove possibilità di stare insieme.
Custodire la tradizione, «rinegoziare i significati»
Le danze tradizionali restituiscono spesso l’organizzazione sociale delle comunità da cui provengono. «In molte danze di coppia il ruolo femminile è definito da una posizione di attesa, di risposta o di accompagnamento rispetto all’iniziativa maschile: è l’uomo a guidare il movimento, a determinare l’avvicinamento, la distanza e l’occupazione dello spazio scenico», osserva Viola Centi.
Ma proprio all’interno delle tradizioni si trovano anche gli strumenti per mettere in discussione queste gerarchie. Nelle feste carnevalesche e rituali studiate da Donatella Centi, le inversioni di ruolo, i travestimenti e le figure che attraversavano i confini di genere dimostravano che la cultura popolare non è mai stata un sistema monolitico, bensì un luogo in cui norme e possibilità di sovvertirle hanno sempre convissuto.
Una riflessione che oggi il collettivo RomaTrad continua a sviluppare a partire dalle proprie comunità di appartenenza. «Questo lavoro lo facciamo ciascuna all’interno del proprio contesto culturale, e insieme nella comunità che abbiamo costruito qui a Roma: diversamente, sarebbe appropriazione culturale», spiega Maria Carmen Di Poce. Più che fornire risposte definitive, il lavoro di ricerca apre domande. «Chi guida e chi segue? Chi occupa il centro e chi il margine? E perché? Che ne pensa la comunità specifica in proposito? Sono schemi validi ancora oggi all’interno delle comunità, rispondenti ai suoi bisogni? Sono rappresentativi, simbolicamente validi? O non lo sono più e la comunità stessa “ha spostato” qualcosa?».
Per Di Poce il punto centrale è riconoscere che le tradizioni non sono mai state immobili. «Spostare qualcosa, cambiare uno sguardo, invertire una traiettoria, o lasciare che un corpo letto come “decorativo” diventi corpo che decide, che conduce, che interrompe, che prende spazio, può far parte di questo movimento che è proprio delle tradizioni». Un processo che non cancella l’autenticità ma, al contrario, la mantiene viva. «Crediamo sia questo movimento che permetta di non perdere “autenticità”; un movimento in cui le comunità vanno a rinegoziare schemi e significati per rendere la loro tradizione più rispondente a bisogni nuovi ed emergenti».
Ruoli di genere, il cambiamento parte dall’ascolto
Mettere in discussione ruoli e gerarchie non significa necessariamente entrare in conflitto con le comunità in cui sussistono. Al contrario, secondo Andrea De Siena, il cambiamento più duraturo nasce dall’ascolto. «Siamo solite pensare che i ruoli, nelle comunità come nella danza, non siano elementi fissi ma realtà che si trasformano attraverso processi spesso lenti e complessi», spiega. In alcuni contesti persistono distinzioni molto nette tra maschile e femminile, in altri i confini stanno già cambiando. Le resistenze esistono, ma assumono forme diverse a seconda delle storie e delle relazioni che tengono insieme una comunità. Per questo, continua De Siena, «il nostro approccio non è quello di imporre un cambiamento dall’esterno, ma di partire dall’ascolto, dall’osservazione e dalla sospensione del giudizio. Ogni contesto va compreso, abitato e attraversato nella sua specificità».
È nella relazione che si costruisce il delicato equilibrio tra rispetto e trasformazione: «Crediamo che le trasformazioni più profonde avvengano quando nascono dall’interno delle pratiche e delle relazioni comunitarie, piuttosto che da una contrapposizione frontale alle tradizioni». Un approccio che restituisce complessità a un dibattito spesso polarizzato e mostra come la tradizione possa essere, allo stesso tempo, memoria e cambiamento. Queste domande attraversano anche il lavoro creativo del collettivo, come emerso nel processo di ricerca che ha portato alla creazione di “Sciucàri”, il nuovo spettacolo che debutterà a settembre al festival Oriente Occidente di Rovereto: «Ci siamo più volte interrogate sulla presenza di quattro danzatrici e un danzatore e sul conseguente equilibrio scenico; sulle possibili interpretazioni delle elaborazioni coreografiche dei codici che abbiamo costruito; sull’impegno come collettivo nel prendere posizioni che possono scatenare reazioni molto diverse», sottolinea De Siena.
Lo spettacolo nasce come un invito a guardare alle pratiche popolari da una prospettiva diversa: «Sciucàri è un invito a riscoprire il gioco di strada e la danza tradizionale non solo come pratiche ludiche o ricreative – specifica ad Alley Oop il danzatore – Ma come esperienze fondative dell’essere umano nella comunità, capaci di generare relazione, fiducia e senso di appartenenza». Una riflessione che restituisce alla danza la sua funzione originaria di linguaggio collettivo e spazio di confronto: «Crediamo che lo spettacolo possa far emergere le questioni che noi ci siamo poste durante la ricerca, dalla quale emerge una visione della danza tradizionale che ci rappresenta e che non perde la sua funzione primaria di forma di espressione di chi siamo oggi».
Una festa «per creare ponti»
Non è un caso che aDoc scelga la forma della festa per portare avanti queste riflessioni. Il 20 giugno, all’Orto Botanico di Roma, il pubblico non è stato chiamato semplicemente a osservare, ma a partecipare, condividere e interrogarsi. «Quello che da tre anni cerchiamo di realizzare con aDoc è creare ponti: tra passato e presente, tra gestualità tradizionali e contemporanee, tra performer e pubblico – racconta Giulia Pesole – L’idea è abbattere queste frontiere, uscire da una logica di categorie opposte e contrastanti e aprirci all’incontro, al dialogo».
Per questo, dopo le performance, il pubblico viene invitato a raccontare ciò che ha percepito. «Non quello che trovano bello o brutto ma quello che hanno visto e quello che hanno sentito – aggiunge Pesole – Perché quello della danza, del corpo che si muove, è un linguaggio universale. Possiamo sentire diversamente guardando la stessa cosa, non c’è sentire giusto o sbagliato». L’obiettivo è creare uno spazio libero dal giudizio. «La festa vuole essere uno spazio per uscire dal giudizio e dal pregiudizio, uno spazio dove stare insieme, danzare, suonare e riconoscersi come parte di una comunità accogliente – conclude la danzatrice – Ancora prima dei passi, dei codici, esistono questi valori. E riuscire a trasmetterli e a condividerli, tramite l’esperienza stessa, è essenziale per noi».
Essere danzatrici oggi, tra precarietà e gender gap
Se i ruoli di genere vengono interrogati sulla scena, restano aperte le questioni che riguardano il lavoro culturale. Come registrano i dati Inps, nel 2025 i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo hanno percepito una retribuzione media annua di 11.790 euro, distribuita su circa 99 giornate lavorative. Un quadro di forte precarietà che, come segnala l’analisi della Fondazione Centro Studi Doc, continua a intrecciarsi con persistenti disuguaglianze di genere. «Questi numeri raccontano due problemi che si sommano: da una parte la precarietà strutturale del settore, dall’altra il divario di genere», osserva Laura Esposito, che sottolinea: «Da giovani donne che lavorano nello spettacolo, credo che la sfida sia proprio questa: continuare a fare il lavoro che amiamo senza accettare che precarietà e disparità vengano considerate normali o inevitabili».
La risposta passa innanzitutto dalla costruzione di reti professionali e dalla condivisione delle informazioni. «Fare rete: condividere informazioni su compensi, contratti e condizioni di lavoro aiuta a contrastare quelle disparità che spesso prosperano proprio nella mancanza di trasparenza», suggerisce la danzatrice. Ma serve anche un intervento strutturale: «Non può essere lasciato tutto alla responsabilità individuale. Servono tutele più forti, percorsi professionali meno frammentati e una maggiore attenzione alle disparità di genere nelle assunzioni, nelle promozioni e nei compensi». Una riflessione che riporta al cuore dell’eredità di Donatella Centi.
Se negli anni Ottanta la sua ricerca ha contribuito a mostrare come la tradizione potesse essere uno spazio in cui mettere in discussione ruoli, identità e rapporti di potere, oggi quella sfida si misura anche fuori dalla scena. Perché riscrivere i codici significa interrogarsi non solo su chi “guida” una danza, ma anche su chi ha accesso alle opportunità, alle risorse e al riconoscimento del proprio lavoro. Le giovani professioniste che oggi portano avanti quel percorso continuano a muoversi su questo doppio binario: custodire un patrimonio culturale senza cristallizzarlo e costruire un settore più equo per chi lo abita. La vitalità di una tradizione, come dimostra il lavoro portato avanti dal collettivo, non si misura dalla capacità di conservare immutati i ruoli del passato. Ma dalla possibilità di rinegoziarli insieme alle comunità che la rendono viva. Anche quando questo significa cambiare passo.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com