
La corsa prima dell’ufficio, il pranzo bilanciato, la sessione di Mindfulness. Eppure lo stress.
Oggi ci prendiamo sempre più cura del nostro benessere, ma spesso non stiamo meglio. Specialmente al lavoro. Gli strumenti di prevenzione e intervento non mancano. Anzi, non sono mai stati così accessibili. Però finiamo comunque per sperimentare malessere, che può a sua volta trasformarsi in vera e propria sofferenza. Secondo il Gallup State of the Global Workplace Report 2025, il 40% dei lavoratori globali dichiara di aver sperimentato stress significativo il giorno precedente alla rilevazione. In Italia, l’ultimo rapporto Censis-Eudaimon riporta che al 68% degli occupati capita di provare forme di fatica e stanchezza psicofisica ed emotiva legate alla sfera professionale. Mentre il 54% ha sofferto almeno una volta di ergofobia, ossia la paura di recarsi al lavoro. Oggi è la Giornata Mondiale della Salute, e una riflessione su quella lavorativa è più che mai necessaria
Salute “a compartimenti”
Siamo abituati a pensare alla salute come a un insieme di parti separate: corpo, mente, alimentazione, sonno e così via. Uno schema che si riproduce nelle aziende, dove il benessere viene spesso costruito per tasselli: il servizio di supporto psicologico, il ciclo di webinar sulla prevenzione fisica, la mensa con il menù bilanciato, la palestra convenzionata.
Il problema non è l’esistenza di questi servizi, ovviamente. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, non dialogano tra loro. Fanno capo a fornitori diversi e vengono presidiati da funzioni aziendali che raramente lavorano in modo davvero sinergico.
Il risultato è una salute trattata a compartimenti. Si guarda allo stress in ottica di impatto sulla mente e meno sul corpo, le relazioni non vengono sempre riconosciute come fattore di protezione, il sonno e il benessere finanziario restano sullo sfondo e i responsabili non vengono formati alla promozione del benessere. Sempre secondo Gallup, meno della metà dei manager nel mondo (44%) ha ricevuto un training specifico in tal senso.
Manca l’idea che la persona sia un sistema integrato. Ancora, la si considera una somma – spesso arrotondata per difetto – di funzioni separate.
Narrazione senza intervento
La “compartimentalizzazione” della salute non è l’unico aspetto critico. Sempre più frequentemente le aziende parlano di benessere senza strutturare interventi sostanziali: il rischio è quello di mandare un messaggio discordante.
Si invita le persone a prendersi cura di sé, ma non si interviene sulle condizioni che generano stress. O peggio: si chiede, a chi lavora, performance sempre più elevate, accompagnando però il tutto con messaggi sull’importanza di fermarsi.
Di fronte a questa ambivalenza, la persona resta sola. E così facendo, finisce per interiorizzare il problema, sperimentare auto-colpevolizzazione e senso di colpa. “Se sto male, è perché non riesco a prendermi abbastanza cura di me”. Il benessere diventa un’ennesima metrica performativa attraverso la quale misurarsi. E il più delle volte, perdere.
Costruire integrazione
Dormire male impatta su alimentazione, stress e performance. La precarietà finanziaria sulla salute mentale, le relazioni sull’energia e il benessere. E così via. Ogni elemento del sistema è condizionato dagli altri. Intervenire su una sola dimensione, senza considerare le altre, rischia di essere poco efficace.
È per questo che non è sufficiente offrire servizi di well-being. Serve integrarli e, ancor prima, raccogliere i bisogni reali delle persone, riconoscendo la complessità del concetto di “salute”. Si tratta di cambiare la prospettiva, non di aumentare ulteriormente l’offerta dei servizi. La sfida è infatti passare da una logica di “benefit” a una vera e propria cultura della salute, che tenga insieme tutte le dimensioni della persona.
La vera integrazione si vede quando un’azienda non si limita a offrire uno sportello psicologico, ma forma anche i manager a riconoscere il sovraccarico e a distribuire meglio il lavoro. Quando promuove corretti stili di vita e contemporaneamente mette in discussione riunioni serali e reperibilità costante. Quando parla di prevenzione, includendo il tema delle relazioni e del benessere finanziario.
È in questo modo che il benessere smette di essere un catalogo di servizi e diventa una responsabilità condivisa. Anche perché se seguiteremo a prenderci cura della salute lavorativa in maniera frammentata, continueremo a sentirci “a pezzi”.
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