Violenza domestica, nello Sri Lanka delle bambine invisibili

La chiamano “la lacrima dell’India” per la sua iconica forma a goccia. Ma le lacrime che cadono sulla terra dello Sri Lanka non sono solo metaforiche. Una donna cingalese su cinque subisce violenza fisica o sessuale da parte del partner (Women’s Wellbeing Survey, 2019). Moltissime sono le bambine. Casa Mihiri è una piccola culla nel cuore di Galle, a pochi passi dall’Oceano Indiano, in cui trovano riparo 17 ragazze violate. Hanno tra i 5 e ai 19 anni e hanno conosciuto la violenza per lo più dalle mani dei propri padri, zii, fratelli o vicini di casa.

La memoria del corpo

È il 23 dicembre quando arrivo con la mia famiglia a Casa Mihiri, tra un paio di giorni sarà Natale. C’è un po’ di Italia in questa parte di mondo. La piccola abitazione colorata, circondata da alberi di cocco, è tenuta in piedi dal cuore di Lorenzo Bacci e dallo staff locale, Preshani, Kumundi e Kalum. «Sono arrivato qui 40 anni fa con mia moglie, dopo aver a lungo viaggiato in Africa. Mi sono innamorato di questa terra, delle sue luci e delle sue ombre. Ed è proprio per quelle ombre che ho scelto di restare» racconta Bacci.

Le bambine ospitate, al nostro arrivo, sono impegnate in un corso di danza. Ma non tutte riescono a lasciarsi andare al movimento del corpo. «Molte ragazze rifiutano qualsiasi attività fisica» ci spiega Lorenzo. La verità è che il corpo ha memoria. Soprattutto di ciò che l’ha violato. «Alcune bambine hanno dovuto affrontare diverse operazioni di ricostruzione. Hanno vissuto l’inferno.Quando arrivano qui, su indicazione del tribunale, noi non sappiamo esattamente cosa sia successo loro. Sappiamo solo che hanno sofferto, che sono state abusate, ma non conosciamo la storia nei dettagli, quella la scopriamo solo con il tempo» aggiunge Preshani, la “mamma” della casa-famiglia.

Il viaggio verso la guarigione, per queste piccole donne, passa attraverso lunghi silenzi e infinita solitudine. La stessa che copre la maggior parte delle violenze domestiche. Gli ultimi dati sulle donne maltrattate risalgono al 2019, ma si teme che il Covid prima e la crisi economica poi, con la perdita di oltre mezzo milione di posti di lavoro, possano aver aggravato la situazione, con aumento dell’alcolismo domestico e conseguenti violenze. A ciò si aggiunge la furia del ciclone Ditwah, che ha colpito lo Sri Lanka lo scorso 26 novembre e che rappresenta l’evento con maggior numero di morti dopo lo tsunami del 2004. La conta dei danni, in questo caso, è ancora all’inizio.

Vivere a Casa Mihiri

Negli anni, oltre cento ragazze hanno vissuto a Casa Mihiri. Al mattino frequentano la scuola pubblica, nel pomeriggio seguono progetti di sviluppo educativo, di educazione e sostegno. Nella struttura è presente anche un asilo Montessori. Le ragazze sono, soprattutto, impegnate a è ricostruire la fiducia negli esseri umani. «Sono contenta perché ho un lavoro in una farmacia (come apprendista). Penso che questo sia importante per la mia nuova vita – scrive in una lettera Yasara, una ragazza che aveva soggiornato in passato a Casa Mihiri -. Mi avete trasmesso cose molto importanti per la vita: educazione, scuola, cibo, vestiti e cure. Sono triste ma voglio andare nel mondo e potere fare delle scelte. Voglio capire cosa è un uomo cattivo e un uomo bravo, per non sbagliare. Spero di tornare un giorno come signora».

Alcune, come lei, hanno trovato il riscatto che cercavano. Sono libere: lavorano, hanno una famiglia, accarezzano la felicità. Altre, hanno incontrato nuovi orchi. Sempre secondo l’indagine del 2019, realizzata dal Dipartimento nazionale di Censimento e Statistica, con l’assistenza tecnica dello United Nations Population Fund, l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva, tra le donne che hanno dichiarato di aver subito abusi sessuali prima dei 15 anni, il 58% aveva un’età compresa tra i 5 e i 9 anni al momento dell’accaduto. Per il 14% l’abuso è avvenuto prima dei 5 anni. Per il 56% delle donne l’abuso sessuale si è verificato una o due volte, mentre per il 41% è accaduto “alcune volte”.

Gli effetti sulla salute mentale sono, evidentemente, elevati, con forte disagio emotivo. Più di un terzo (35,7%) delle donne che hanno subito violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner ha pensato al suicidio. “Please relieve us from this hell we are living in” – “Per favore, liberateci dall’inferno in cui viviamo”, è la richiesta emersa dalle donne intervistate nel rapporto.

Lo stigma della violenza

«Chiedere aiuto per una donna significa esporsi a un’onta pubblica e nella maggior parte dei casi, perdere il diritto di abitazione. Le bambine, fino a qualche tempo fa, dopo la denuncia venivano portate in carcere, secondo le leggi coloniali risalenti al 1883»  aggiunge Preshani. Lo stesso aborto è tutt’ora criminalizzato e l’informazione sulla contraccezione è parziale. «Una mamma, tempo fa, mi disse: “Dopo tutto, è suo padre”» ricorda Mario Liberali, milanese d’origine e trentino d’adozione, che ha contribuito alla nascita di Casa Mihiri e continua tutt’ora a sostenerla attraverso l’omonima Organizzazione di Volontariato da lui fondata.

«Ho viaggiato in Sri Lanka per circa vent’anni, almeno due volte l’anno. Era il 2000 quando incontrai Lorenzo sulla spiaggia, era lì con sua moglie Lucilla Andreanelli e con delle bimbe cingalesi. Mi incuriosii e mi raccontò della loro missione umanitaria». Da quel momento in poi, Mario Liberali ha intensificato i viaggi nel paese, portando aiuti e contribuendo al progetto. «Grazie ad alcuni bandi messi a disposizione dalla provincia Autonoma di Trento, abbiamo ristrutturato degli orfanotrofi e supportato progetti di formazione professionale e di educazione alla sessualità. Perché il problema è culturale: c’è ancora la convinzione diffusa che la violenza domestica debba rimanere nascosta e non debba essere discussa apertamente» chiarisce.

Come è emerso da uno studio del Center for women’s research, in collaborazione con la National police commission e lo United Nations development programme, attualmente le agenti di polizia donna sono solo l’11% del totale. Un fattore che in parte condiziona le donne maltrattate: le agenti donne svolgono un ruolo cruciale nell’accoglienza delle denunce. Soprattutto nelle aree rurali, le donne hanno maggiore difficoltà a denunciare i casi di violenza domestica agli agenti di polizia uomini.

La disoccupazione femminile (il 37% delle donne ha un impiego, contro il 77% degli uomini) aggrava ulteriormente il problema, rendendo le donne finanziariamente dipendenti dai loro aggressori. Un dato confermato anche dall’indagine sul benessere delle donne del 2019, da cui emerge una correlazione diretta tra lo status socioeconomico familiare e l’incidenza della violenza da parte del partner.

Prevenire, supportare, condividere

«È solo attraverso il supporto della comunità che possiamo migliorare la condizione femminile in Sri Lanka. A oggi, Casa Mihiri è sopravvissuta solo grazie a Lorenzo e ai benefattori che hanno sposato il progetto, tanto che a volte mi chiedo cosa accadrà quando lui non ci sarà più. Non è semplice gestire una situazione di questo tipo, la pressione psicologica è fortissima. Lorenzo ha investito qui tutta la sua vita, sia economicamente che umanamente. L’ha fatto per dare una vera famiglia alle bambine» continua Liberali.

Un aiuto concreto potrebbe arrivare dal secondo Piano d’azione nazionale per affrontare la violenza sessuale e di genere (SGBV), approvato dal Governo dello Sri Lanka nel luglio 2024. Il piano, sviluppato in collaborazione con lo United Nations Development Programme e la United Nations Sexual and Reproductive Health Agency, e con la partecipazione di agenzie ONU, organizzazioni della società civile, partner per lo sviluppo e partner del settore privato, punta a intervenire su 13 settori: dall’emancipazione economica alla protezione sociale e di welfare, dalla giustizia all’istruzione. Tre i pilastri principali: prevenzione primaria, interventi di supporto alle vittime e politiche di advocacy, per mobilitare l’intera società verso un cambiamento trasformativo delle relazioni di genere, ridurre le disuguaglianze e promuovere il rispetto dei diritti umani. Unica strada per eradicare le violenze sulle donne.

Tornare a sorridere

La lezione di danza, nel frattempo, è terminata. Abbiamo iniziato a chiacchierare, le bambine parlano un ottimo inglese. Ci hanno chiesto da dove veniamo: Trento, dove ci sono le montagne e la neve. Ma non sanno cosa sia la neve. Mostriamo loro delle foto. Sono incantate. Ci mostrano la loro stanza: 9 letti a castello, anche questi coloratissimi. Alle pareti i loro disegni. Le finestre affacciano sulle risaie. Il verde smeraldo di questa terra bellissima e maledetta accompagna i loro sogni di bambine cresciute troppo in fretta.

Mi chiedo come poterci connettere, ancora di più. Quale possa essere il linguaggio universale dell’amore e dell’accoglienza, del rispetto e del non giudizio. Così ci ritroviamo a praticare yoga e a giocare a piedi nudi a pallavolo. C’è chi accenna un sorriso. Sono affascinate dai capelli lunghi di mio figlio. Facciamo merenda con una fetta di soursop, un frutto locale che raccolgono da uno degli alberi del giardino. Mi dicono che sia ottimo contro le infiammazioni. E il corpo torna, ancora una volta, nei loro pensieri. Come una ferita da guarire e un tempio da preservare.

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