
Una delle “camminate in rosso” che Senza veli tiene il 25 novembre (Foto Deborah Dall’Agnese)
«Ho fatto un corso di sartoria che è durato quasi un anno. Eravamo sette donne e per me è stata vita. Vita e ossigeno. Io ho imparato come muovermi, come camminare. Ho imparato a respirare. Non sapevo tenere neanche in mano le forbici e due sarte bravissime ci hanno insegnato tutto. Io adesso spero che con questo corso posso cominciare la mia vita».
Silvia (nome di fantasia), è nell’età della piena maturità, quando di solito si inizia a guardare – magari – alla pensione. Ma per lei, che ha passato la maggior parte della sua vita con un ex marito marito violento («tantissimi anni. Si può dire sempre»), la vita, la sua vita, inizia ora. Silvia ha trovato il coraggio di uscire fuori da quello che oggi chiama «incubo, inferno», grazie al supporto di Senza Veli sulla Lingua, associazione no profit che si occupa del sostegno alle donne vittime di violenza di genere su tutti i fronti, oltre a sensibilizzare ragazze e ragazzi nelle scuole.
Grazie all’associazione e all’impresa sociale Freedom Power che ne fa parte – fondata da Ebla Ahmed, la presidente di Senza Veli -, Silvia ha poi potuto iniziare un corso di formazione sartoriale per provare a inserirsi nel mondo del lavoro. «L’associazione mi ha preso per mano. Mi ha dato coraggio. Sono uscita da poco da un percorso psicologico che mi hanno dato loro. Io praticamente devo tutto» a loro, racconta Silvia ad Alley Oop. «Io sono nata» a quest’età, quando con il corso ho iniziato a lavorare. «Adesso so che» l’impresa «farà altri corsi e vorrei farne con loro un altro di computer. Vorrei fare quello che non ho potuto fare per tutta la mia vita e li ringrazio di avermi fatto rinascere». Di donne «come me” però “ce ne sono tantissime», aggiunge.
Uscire dal tunnel. E ritrovare la strada
Senza Veli sulla Lingua esiste dal 2013 e fornisce alle vittime di violenza domestica «una serie di servizi gratuiti, dall’assistenza legale, alla mediazione culturale per le persone straniere, fino a percorsi civilistici, psicologici e di counseling, per supportare le donne che denunciano e aiutarle a trovare il coraggio di farlo», spiega Ebla Ahmed, che insieme a alla vicepresidente Patrizia Scotto di Santolo e alla consigliera nazionale Elisa Buonanno guida Senza Veli Sulla Lingua. «Quando la situazione è di grave difficoltà forniamo loro un supporto economico. Insomma – ha sintetizzato – le aiutiamo a uscire dal tunnel». Nel corso della sua attività, l’associazione ha supportato più di 10.400 vittime di violenza in tutta Italia. Però, alla conclusione del percorso, «tante donne venivano da me per ringraziarmi e mi chiedevano “ma ora come mangio?”», afferma Ahmed.
Proprio da questo interrogativo è nata l’impresa sociale Freedom Power, che mira a creare percorsi di inclusione lavorativa e a migliorare le condizioni socio-economiche delle donne in difficoltà. «La vera libertà infatti è anche l’indipendenza economica e molte donne non denunciano non perché non hanno il coraggio di farlo ma perché non sanno come andare avanti». Bisogna considerare che molte di loro hanno sempre lavorato solo in casa, a servizio del marito o del compagno. Lavorare e guadagnare un salario in maniera autonoma è «un modo per completare il puzzle», emancipandosi dalla dipendenza affettiva e dalla violenza economica. Solo così possono «evitare di ricadere in una relazione tossica». L’obiettivo di Freedom Power quindi «è insegnare alle donne», come Silvia, «un lavoro», anche per dimostrare loro «che non sono fallite, anche se sembra loro di non sapere fare nulla».
Insegnare un lavoro
Uno dei progetti pilota dell’impresa è stata la sartoria sociale. «Abbiamo affiancato a sette/otto donne delle sarte esperte che hanno insegnato loro a cucire. Hanno creato dei bellissimi abiti da sposa – racconta Ahmed – Inizialmente volevano venderli o metterli all’asta, ma poi hanno deciso di creare “L’abito del sogno infranto“». Le partecipanti al progetto hanno deciso di macchiare gli abiti che avevano cucito di rosso e di esporli in diverse città italiane, come atto di creatività e sensibilizzazione per il 25 novembre. «Volevano dare un segnale, ricordare le bugie e le violenze subite» durante il matrimonio.
Ora «vorremmo fare anche altri corsi per l’empowerment femminile», spiega Ahmed, anche per uscire dallo stereotipo delle «donne sarte». Tra questi, ci sono lezioni di informatica, tecniche di ricerca di lavoro online, di utilizzo di Linkedin o per potenziare una lingua straniera, anche destinati a chi «non è ancora uscito dalle violenze», dice la presidente dell’associazione. «Il processo però è lungo ed, essendo una startup, è tutto finanziato da noi o dalle donazioni. Quindi abbiamo risorse limitate per comprare le stoffe o nuovi computer e possiamo farlo, al momento solo per un certo numero di donne». La domanda e la voglia di rimettersi in gioco non mancano. «Abbiamo richieste anche da 100-150 donne – dice Ahmed – Se Freedom Power va avanti e prende piede, avremo bisogno anche di altre donazioni».
Diritto a lavorare
«Nel frattempo – racconta Ahmed – stiamo cercando di fare assumere le donne dalle aziende», anche per la pulizia dei treni o degli uffici, nelle mense o come segretarie. Le risposte però sono ancora poche da parte del mondo imprenditoriale. Nell’associazione «abbiamo diverse persone che lavoravano in amministrazione, prima che avvenisse la loro storia di violenza e che dovessero andare in casa rifugio, perdendo il lavoro. Donne che potremmo dare alle aziende, ma che nessuno le vuole, anche perché magari anno 50 o 60 anni», ammette la presidente di Senza Veli. Freedom Power «vuole diventare un’agenzia per trovare lavoro, ma le aziende devono essere disponibili da assumere».
Oltre ai rapporti concreti con manager e uffici del personale, la realtà si sta muovendo anche dal punto di vista istituzionale. Freedom Power è stata audita a Roma presso la Commissione Lavoro. L’associazione Senza Veli Sulla Lingua e l’impresa sociale appoggiano infatti la proposta di legge relativa all’inclusione delle donne vittime di violenza domestica tra le categorie protette (art. 18), nonché sgravi contributivi per le imprese che le assumono. Anche l’assunzione «di una sola donna per noi va bene. Dimostra alle altre che non sono finite», afferma Ebla Ahmed. «Le donne devono avere una seconda opportunità», prosegue. Riprendere o iniziare a lavorare significa infatti «ritrovare l’autostima e la dignità, diventare indipendenti e rialzarsi, dando un esempio anche ai propri figli».
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