Etnopsicologia, perché serve (anche) in azienda

Tutti gli esseri umani sono etnocentrici. Chiunque di noi, infatti, utilizza il filtro della propria cultura di riferimento per valutare ciò che è giusto o sbagliato, vero o falso, accettabile o non accettabile. E così via.
Un aspetto che inevitabilmente si ripercuote nel rapporto con chi è diverso da sé, ma anche nell’interpretazione di ciò che accade.

Lo sguardo etnocentrico è particolarmente problematico in ambito psicologico, dal momento che porta a interpretare benessere e malattia senza tener conto della cultura di riferimento della persona. Sebbene questa sia un elemento essenziale della questione. Al variare del background culturale, infatti, mutano aspetti come: interpretazione dei sintomi, rapporto con la sofferenza e il dolore, motivazione alla cura, ricerca di aiuto, terapia e così via.

Ecco allora che è necessario adottare un approccio transculturale al benessere psicologico, non solo in sanità, ma anche in tutti quei contesti – come scuole e aziende – che oggi si caratterizzano per la convivenza sempre più radicata di culture diverse.
In particolare nelle organizzazioni, serve integrare una visione etnopsicologica, che permetta di acquisire consapevolezza in tal senso e garantisca una rilettura della dimensione mentale a lavoro.

A tal proposito, è necessario partire da tre elementi che, più di altri, determinano culturalmente il rapporto con il benessere psicologico: l’interpretazione dell’origine del malessere, il rapporto mente-corpo e l’eventuale stigma associato alla dimensione mentale.

Origine del malessere

Al variare della cultura, variano le credenze sulle cause della malattia. Ci sono società che le ricercano a livello individuale, così come culture che le imputano a quello naturale, spirituale o sociale. Ecco allora che vi è, ad esempio, chi attribuisce l’insorgenza della malattia alla possessione da parte degli spiriti, al “malocchio”, alla magia nera o alla rottura di tabù. Con la conseguenza di affidare la responsabilità e la competenza della cura a guaritori, anziani, sciamani e così via.
Diverso è invece ciò che avviene nell’Ayurveda – il principale sistema di guarigione tradizionale in India – che considera la salute mentale come prodotto del karma o delle proprie azioni.
Il sistema di credenze che determina la causa della malattia ha un impatto profondo sulla ricerca di soluzioni alla stessa. E, di conseguenza, sulla gestione del suo decorso e della sua cura.

Rapporto mente-corpo

Un altro elemento che muta da cultura a cultura è il rapporto mente-corpo. Non solo nella medicina indiana già citata, ma anche in quella cinese, ad esempio, non viene enfatizzata alcuna demarcazione tra mente e corpo: l’individuo è curato come un tutt’uno.
Questo approccio è molto diverso da quello nostro, occidentale, che tende invece a separare mente e corpo, caratterizzandosi per un orientamento spesso riduzionista.
Non a caso, la psicosomatica, che indaga il legame tra disturbo somatico e causa psicologica, è il più delle volte sottovalutata. Per la quasi totalità dei disturbi fisici la principale forma di cura occidentale è quella attribuita ai farmaci. Si fa fatica a tenere insieme mente e corpo.

Stigma

Al variare della cultura, si interpreta diversamente la malattia mentale a livello sociale. Non esistono solamente società ad alto o basso stigma, ma anche forme diverse di stigmatizzazione.
Tutti aspetti che influenzano inevitabilmente l’accesso alle cure.
Sebbene negli ultimi anni lo stigma sia stato in parte minato, nelle società occidentali permane l’idea che la malattia mentale sia pericolosa e imprevedibile. Con la conseguenza che chi ne soffre viene spesso escluso o discriminato.
In molte società asiatiche, invece, i problemi di salute mentale sono più che altro percepiti come un segno di debolezza o di vero e proprio fallimento a livello di autocontrollo personale. Con un conseguente sviluppo di un forte senso di vergogna, che limita la possibilità di farsi aiutare.

Applicare una lente transculturale al benessere psicologico in azienda non consente solamente di comprendere meglio i propri colleghi e colleghe, ma anche di poter progettare soluzioni e programmi di well-being realmente a misura di persona. Dal momento che essi sono tali solamente se in grado di superare uno sguardo etnocentrico. Altrimenti sono sì, a misura di persona, ma di persona esclusivamente occidentale.

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