Violenza, la normalità di Giulia e l’anormalità di relazioni scambiate per competizioni

scritto da il 28 Dicembre 2023

In un vecchio film della regista e sceneggiatrice spagnola Iciar Bollain, “Ti do i miei occhi”, la protagonista Pilar subisce da anni violenza dal marito, secondo la classica spirale che vede alternarsi momenti di furia e tentativi di riconciliazione, botte e richieste di perdono. Quando finalmente lei si decide ad andare a denunciarlo, i poliziotti le domandano dove siano i lividi, la prova delle aggressioni. Pilar risponde: “Non si vedono, è tutto dentro.

È stato scritto che l’aguzzino di Giulia Cecchettin, Filippo Turetta, non avrebbe mai manifestato in precedenza comportamenti fisicamente violenti. Ma tanto la sorella di Giulia, Elena, quanto la sua migliore amica hanno riferito di manie di controllo, ricatti emotivi, love bombing e altre “bandiere rosse” note agli esperti come segnali di potenziale pericolo.

I lividi di Giulia erano tutti dentro? I segni erano invisibili?

Il femminicidio di Giulia Cecchettin è brutale come quello delle oltre 50 donne ammazzate dal partner o dall’ex partner nel solo 2023, lascia sgomenti come tutti gli omicidi maturati all’interno dei rapporti familiari o di coppia. Eppure è stato capace di smuovere le coscienze ancora più degli altri. Il motivo? Smonta le obiezioni più diffuse e le narrazioni distorte che tendono a minimizzare la violenza sulle donne in quanto donne. Ci costringe a guardarla in faccia, la violenza, nella sua crudezza: qui non ci sono presunte “cause” che possano essere spacciate per moventi. Nessuna parte di responsabilità può essere addossata alla vittima. Non può cominciare il gioco al massacro che troppo spesso diventa l’esercizio collettivo del giorno dopo, la risposta malata all’orrore.

Nessuno e nessuna, come avvenuto nel caso dello stupro di gruppo di Palermo, può dire di Giulia che “se l’era andata a cercare”.

Nessuno e nessuna, come successo con le violenze di gruppo ai danni delle cuginette di 10 e 11 anni di Caivano, può affermare che questo femminicidio è figlio del degrado del contesto sociale e familiare.

Nessuno e nessuna, come accade quasi sempre, può alzare il sopracciglio con saccenza inopportuna, la saccenza che deriva dalla mera fortuna di non aver incrociato sulla propria strada un violento, un manipolatore, un vampiro: “Eh, ma perché stava con lui? Come mai ci ha fatto dei figli?”.

Nessuno può farlo, perché Giulia era una normalissima studentessa universitaria di 22 anni (peraltro provata dalla perdita un anno fa della mamma), che, come tante normalissime studentesse, Filippo lo aveva lasciato, eccome. Entrambi sono cresciuti in famiglie in apparenza altrettanto normali: genitori che lavorano, figli che studiano, vita in provincia tra sport e amici. Gli ultimi messaggi di Giulia nello scambio che suo padre Gino ha pubblicato su Instagram sono strazianti. “Spero di non averti svegliato, sono andata a prendere l’autobus per andare a fare colazione con i miei amici. Ti voglio bene”, scrive lei. “Grazie amore, anch’io”, risponde suo papà. Quanta cura e quanto affetto, e quanta capacità di comunicarli.

Relazione vissuta come gara

C’è un aspetto che va sottolineato con ancora più forza di quanto già sia stato fatto: come ha riferito Elena Cecchettin, Filippo Turetta non avrebbe sopportato l’idea che Giulia potesse laurearsi in ingegneria biomedica prima di lui. Si è detto che non riusciva a fare i conti con il pensiero che lei potesse allontanarsi per inseguire i suoi sogni. Ma massacrarla di coltellate a pochi giorni dalla discussione della tesi, dopo averla persino accompagnata a prenotare per la festa, restituisce l’immagine terribile di una relazione vissuta come gara. Una competizione rancorosa in cui si può accettare soltanto di arrivare primi o al massimo di correre appaiati, altrimenti l’altra va eliminata. Non c’è traccia di amore: smettiamola con la retorica dei “fidanzatini”, con l’epopea della “fuga” romanzata dell’assassino “stremato”. Pietà, innanzitutto con le parole.

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, riconosce la violenza come violazione dei diritti umani e “manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”.

Rapporti di forza diseguali. La normalità di Giulia e l’anormalità di Filippo di non saperla accettare se non sua, se non inchiodata un passo indietro, se non controllata e controllabile, con le ali tarpate. Diseguale, appunto. Se tante donne sono scese in piazza per gridare la loro rabbia è perché lo sanno. Sanno cosa vuol dire provare a correre nella libertà e vedersi bloccate a terra dalla zavorra del possesso. Sanno che per tante, come per Giulia, i lividi non si vedono: è tutto dentro. Sanno che anche quando i lividi si vedono, quando la pericolosità è lampante – come per Vanessa Ballan, Anna Scala, Marisa Leo, Alessandra Matteuzzi e molte altre – la sottovalutazione è in agguato. Bisogna trovare il modo di salvarle.

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