Dalla denuncia di violenza all’affido, la paura di perdere i figli

scritto da il 08 Aprile 2021

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Non si può escludere che la paura e il rifiuto del bambino nascano da una violenza subita da parte del padre, diretta o indiretta. Nonostante questo dubbio, bisogna considerare la condotta alienante della madre. Per questo suggerisco l’interruzione di ogni rapporto con la madre e la famiglia materna attraverso l’allontanamento, con trasferimento temporaneo del minore in una comunità educativa, quindi l’affido super esclusivo al padre”.

Così scrive il consulente tecnico d’ufficio in una causa civile di separazione e affidamento di un bambino, dopo che la mamma ha denunciato il marito per violenza anche nei confronti del figlio, violenza documentata dai referti dell’ospedale. Lo stesso CTU (consulente tecnico d’ufficio) nella relazione scrive che il bambino non vuole vedere il padre neanche durante i colloqui protetti, perché ha paura di essere picchiato. I sentimenti del bambino e i maltrattamenti non vengono però considerati e alla fine il Tribunale civile recepisce la consulenza e determina che il bambino debba essere allontanato dalla mamma, messo in comunità e affidato il padre. Il motivo: il giudice non può escludere che il minore possa essere stato soggetto a violenza, ma appare fondato il convincimento che essa abbia riguardato i rapporti tra i coniugi e non direttamente il minore, quindi non violenza diretta ma assistita.

Casi simili a questo sono in aumento negli ultimi anni. Sono situazioni in cui si negano tutti gli studi sulla violenza assistita, che rappresenta un trauma come quella diretta”, ci spiega Maria Grazia Apollonio, operatrice del centro antiviolenza GOAP di TRIESTE, rete nazionale dei centri D.I.Re. La domanda è: perché un bimbo viene allontanato dalla madre che ha denunciato la violenza e affidato al padre maltrattante? “Purtroppo questo accade nei tribunali italiani in virtù di una scarsa formazione e scarsa conoscenza delle dinamiche della violenza da parte di giudici e psicologi, che promuovono falsi miti scientifici come quello dell’alienazione parentale”, continua Apollonio. “Sentiamo spessissimo dire: questo papà ha picchiato la mamma ma non ha mai toccato i bambini, quindi può essere un buon padre – precisa l’operatrice – Questo vuole dire disconoscere tutto quello che la scienza dice sulla violenza assistita”.

Che il padre sia violento o abbia agito violenza, spesso ai tribunali civili non importa: i figli devono essere seguiti da entrambi i genitori. Tutto viene tradotto come un banale conflitto per sostenere il concetto di bigenitorialitá a tutti i costi”, sottolinea Manuela Ulivi, avvocata e presidente CADMI – Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano. “A volte se la madre denuncia si dice che ha un negativo sentimento nei confronti del padre, sentimento che trasmetterebbe ai figli, i quali lo rifiuterebbero perché influenzati dalla madre. Pochi pensano alla violenza assistita dai figli. Così il cerchio si chiude con la CTU (consulenza tecnica d’ufficio) che nella peggiore situazione, purtroppo frequente, afferma che solo l’allontanamento dalla madre può rimettere a posto la relazione padre – figlio”. Questa teoria viene definita sindrome dell’alienazione parentale. “Se pur sconfessata in tutti i modi, continua a essere affermata. La sintesi è che la madre viene considerata malevola, in quanto responsabile di creare un pessimo rapporto tra padre e figli. Quindi se la donna denuncia o sottolinea la violenza subita nel corso di una causa civile per l’affido dei figli, passa dalla parte del torto. Le contestano di essere responsabile di creare un conflitto”, conclude Ulivi.

Dove dunque si sbaglia? “Uno degli errori più gravi che si possono fare, per le conclusioni errate che ne derivano il dolore che provoca è non considerare la violenza“, commenta Mauro Grimoldi psicologo e CTU, ex presidente Ordine psicologi della Lombardia. “Bisogna conoscere le leggi e le linee guida come la Convenzione di Istanbul, capire le dimensioni della violenza e come è stata vissuta – continua Grimoldi – Il Consiglio superiore della magistratura nel 2018 lo ha scritto e ha tirato le orecchie a tutti i CTU che non lo fanno, ricordando che anche in sede civile i consulenti incaricati di verificare le capacità genitoriali devono considerare gli episodi che hanno rilevanza in sede penale, l’esatto contrario di quello che fanno alcuni. L’ascolto nei casi di violenza è obbligatorio non facoltativo. Non si può quindi prescindere dall’accusa di violenza e di maltrattamento”.

Perché ciò vorrebbe dire non riconoscere la violenza, vorrebbe dire far diventare donne e bambini vittime due volte: si chiama vittimizzazione secondaria, istituzionale o giudiziaria quando riguarda magistratura, avvocatura, forze dell’ordine.
Da una parte la violenza viene ridimensionata, dall’altra c’è il pregiudizio che una donna in caso di separazione voglia approfittarsi della situazione, pur senza alcuna evidenza nella realtà”, ci racconta la giudice del foro romano, Paola Di Nicola. “Le donne hanno paura che vengano loro tolti i figli. A volte accade infatti che, di fronte a una denuncia di violenza, i tribunali minorili o civili ritengano che la madre sia stata poco tutelante. Ciò significa – ed è scritto in alcuni provvedimenti – che le donne non hanno tutelato i figli perché troppo fragili o vulnerabili, quindi non adatte a mantenere la responsabilità genitoriale. In più il giudice che non conosce il sistema della violenza e lo ridimensiona pensa che per i figli sia meglio rimanere in un contesto violento piuttosto che rompere la struttura familiare”.

Qual è il punto di svolta? La situazione cambia davanti a un magistrato formato? “La premessa è che bisogna saper vedere cosa accade quando il meccanismo si rompe e va contro la persona che ha denunciato”, spiega la giudice. “Una donna denuncia quando vede i propri figli in una condizione di rischio assoluto, finché può mantiene l’unità familiare nonostante il marito violento, anche per la paura di perdere i figli. Nel momento in cui nella famiglia entrano i servizi sociali, la prima cosa che si accerta è se la donna che ha denunciato è una buona madre, non se lui è un cattivo padre. Viene messa in discussione la responsabilità genitoriale della donna che ha denunciato la violenza. Non si va a guardare se il padre è stato violento, si va ad analizzare la responsabilità della donna e questo avviene in una catena istituzionale – dai servizi sociali al contesto sanitario alle aule di giustizia – in cui ciascuno cerca di individuare la responsabilità della donna che ha denunciato. Quando si comprende che l’oggetto dell’indagine è l’uomo violento, si inverte la rotta. Se questo meccanismo non viene individuato e compreso si rischia di arrivare all’assoluzione dell’uomo violento e alla colpevolizzazione della donna vittima di violenza”.

Negli ultimi anni sono aumentati i casi di donne che denunciano il marito e padre violento per poi vedere i figli affidati alle comunità e al padre maltrattante. Anche per questo motivo, il 90% delle donne vittime di violenza non denuncia e in ogni caso un quarto delle denunce viene archiviato. Quando si arriva al processo le percentuali di assoluzione variano da città e sono inversamente proporzionali alla rapidità: più il processo è veloce più il numero delle condanne aumenta. I numeri sono ancora quelli del 2018 della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ma il discorso è sempre lo stesso: le persone che di occupano di violenza contro donne e bambini devono essere formate, a partire dai giudici, consulenti e avvocati nelle aule di tribunale, dove si combatte ancora contro gli stereotipi.

Il reportage completo si può ascoltare nel podcast STORIE di chi FUGGE, prima puntata del progetto DONNE IN ROSSO di Radio24 contro la violenza sulle donne a questo link.

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Il Sole 24 Ore, con Alley Oop, è partner del progetto Never again, che ha come obiettivo quello di contrastare e combattere la vittimizzazione secondaria delle donne colpite dalla violenza.

NEVER AGAIN  è un progetto co-finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione europea (2014-2020), GA n. 101005539. I contenuti di questo articolo sono di esclusiva responsabilità degli Autori e non riflettono il punto di vista della Commissione europea.

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Ultimi commenti (1)
  • Ezio |

    “Non si va a guardare se il padre è stato violento, si va ad analizzare la responsabilità della donna e questo avviene in una catena istituzionale – dai servizi sociali al contesto sanitario alle aule di giustizia – in cui ciascuno cerca di individuare la responsabilità della donna che ha denunciato. Quando si comprende che l’oggetto dell’indagine è l’uomo violento, si inverte la rotta. Se questo meccanismo non viene individuato e compreso si rischia di arrivare all’assoluzione dell’uomo violento e alla colpevolizzazione della donna vittima di violenza”.”

    Mi permetto di obbiettare a queste considerazioni conclusive del problema trattato, leggendole più come un’interpretazione vittimistica piuttosto che razionale e di più completa visione.
    Ci possono essere casi mal gestiti e mal giudicati per tantissime ragioni, ma che non possiamo generalizzare, per non peggiorare ulteriormente la situazione della criticità dei rapporti famigliari già difficili, con facili strumentalizzazioni di una sola parte coinvolta.
    La mia obiezione alla conclusione riportata, riguarda soprattutto l’assenza dell’oggetto degli interventi delle figure istituzionali coinvolte, che non hanno lo scopo della ricerca della colpevolezza della donna al posto di quella dell’uomo come riportato, ma prioritariamente quella del benessere dei minori.
    Le cause civili di affidamento dei minori in fase di separazione e divorzio, non sono processi penali con indagini e ricerca di prove accusatorie, ma solamente la ricerca di soluzioni di miglior compromesso per l’assistenza ed il sostegno dei minori, che vengono quasi sempri affidati alle cure prevalenti della madre, salvo casi limite dove serve una denuncia penale ed indagini, queste si per la verifica di prove di violenze, di complicità e di incapacità di ruoli.
    In definitiva non si può trasformare una separazione/divorzio civile in un processo penale con sole dichiarazioni di violenze, senza intraprendere un iter adeguato per affronatre quello che è un vero e proprio reato penale, perseguibile come tale e con tutte le conseguenze del caso specifico.
    Sono consapevole che l’assunzione di responsabilità di una denuncia da parte della vittima fragile, può causare anche alcune rinuncie nei casi meno gravi ed iniziali del problema, ma è fondamentale dirimere le responsabilità dalle complicità volontarie ed involontarie, per arrivare ad una vera chiarezza e decisioni adeguate alle singole situazioni critiche.