E’ la fiducia nella scienza a fare la differenza nella lotta alla pandemia

scritto da il 17 Marzo 2021

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Più abbiamo fiducia nella scienza e in chi governa, più siamo propensi ad assumere comportamenti utili al contrasto della pandemia. Al contrario, l’effetto-paura, il terrore che potrebbe essere indotto dalla diffusione di notizie come le cifre relative a contagi e decessi sembra svolgere un ruolo marginale sulla messa in atto di tutti quei comportamenti che servono a limitare i rischi. E questo significa anche che la fiducia nella scienza e negli scienziati è preziosa e la comunicazione delle informazioni scientifiche deve essere curata e attenta, oltre che precisa.

La fiducia nella scienza ha avuto e ha un ruolo e un impatto che è andato oltre le nostre aspettative – spiega ad Alley Oop la professoressa di psicologia sociale e delle comunicazioni dell’Università Milano Bicocca, Simona Sacchi – ed è un impatto superiore a quello che hanno i dati oggettivi minore sulla risposta comportamentale“. Le considerazioni emergono da uno studio condotto da un team di ricercatori delle Università di Milano-Bicocca, Chieti e Perugia. La ricerca ha coinvolto 23 Paesi e 6.948 persone di diversi continenti (Europa, nord e sud America, Asia, Australia) ed è stato coordinato dalle professoresse Simona Sacchi e Maria Giuseppina Pacilli e ai professori Stefano Pagliaro e Marco Brambilla.

La ricerca è iniziata nell’aprile scorso e abbiamo coinvolto Paesi molto diversi per condizioni epidemiologiche, impatto del virus, profili sociodemografici, cultura e credenze morali“, spiega Sacchi. “Abbiamo raccolto i dati non solo sui comportamenti obbligatori – come mettere la mascherina, sanificare le mani e tenere le distanze – ma anche i comportamenti prosociali che sono a discrezione degli individui, come le donazioni alla protezione civile, dare aiuto ai vicini di casa e in generale quegli atti che aiutano la collettività, importanti ma non obbligatori“. A prescindere dal Paese di appartenenza e dalle notizie oggettive di infezioni e morti, si è visto che il comportamento è in gran parte predetto dalle differenze individuali nella fiducia riposta nelle persone nel proprio governo, negli altri cittadini e, in particolare, nella scienza. Inoltre, più le persone approvano i principi morali di correttezza e cura, più sono inclini a fidarsi della scienza e, di conseguenza, a mettere in atto comportamenti volti a contrastare la diffusione del Covid-19. Fattori come l’età, il sesso e il livello di istruzione, invece, non influenzano i risultati.

La ricerca si concentra sulle intenzioni di comportamento e non sui comportamenti reali, ma in questo momento ci offre importanti spunti di riflessione anche su un altro fronte, quello delle strategie di comunicazione. “Per incoraggiare comportamenti che limitano la diffusione di Covid-19 – è la conclusione degli autori – la comunicazione dovrebbe essere sempre più focalizzata sul diffondere una maggiore fiducia nella scienza e negli scienziati“. E non possiamo non pensare all’importanza della fiducia nella scienza in questi giorni, in cui lo stop precauzionale ai vaccini di AstraZeneca nella maggior parte dei Paesi europei sta provocando un terremoto nell’opinione pubblica.

Bisogna lavorare molto su come comunichiamo la scienza, su quali sono i fattori che vanno a minare la fiducia del pubblico nella scienza perché non possiamo non tenere gli aspetti psicologici che interferiscono con questi tipi di comunicazione, come quella delle percezione del rischio“, sottolinea la professoressa Sacchi. Fattori psicologici che la comunicazione di questi giorni, per esempio, sembra ignorare. “Abbiamo visto una comunicazione poco pianificata, che disorienta – osserva Sacchi – che non tiene conto delle difficoltà delle persone non addette ai lavori a interpretare per esempio correttamente concetti complessi come per esempio quello della correlazione“. Anche un concetto di probabilità, così importante nel caso dei vaccini, “è un concetto difficile da elaborare nella nostra mente. Per noi le cose accadono o non accadono, l’elaborazione mentale della probabilità non è spontanea. La scienza, soprattutto in momenti delicati come questo, non può essere comunicata senza tenere in conto i processi cognitivi e psicologici che ci sono alla base. Insomma, la pandemia ci ha trovati impreparati dal punto di vista medico, da quello sociale ma anche da quello della comunicazione“. E questi tre aspetti sono molto più collegati tra loro di quanto si possa pensare.

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