Covid-19, perché i bambini di Lesbo possono aiutare i nostri

scritto da il 06 Maggio 2020

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In questo inizio di “Fase 2”, in tempi di lockdown e coronavirus, sempre più la domanda è: e i bambini? I minori, dalla prima infanzia alla adolescenza, quelli della nostra comunità si intende, sembrano i grandi dimenticati della pandemia. Oltre a non avere soluzioni certe in termini di salute pubblica per garantire ai più piccoli il diritto allo studio, alla socialità, alle relazioni, ci sono anche altri minori, ancora più in difficoltà, che sembrano dimenticati.

In questi giorni è stato pubblicato nella rivista  “Medico e Bambino”, a firma di Alessandro Ventura, Professore emerito di Pediatria, già direttore della Clinica Pediatrica, il Dipartimento di Scienze della Riproduzione e dello Sviluppo dell’Universita’ di Trieste un articolo che ricorda quello che, ancora oggi, ma da mesi, sta succedendo nell’isola di Lesbo, in Grecia, documentato da Medici senza Frontiere.
C’è un’altra epidemia che avanza, indomabile e mostruosa. L’epidemia degli adolescenti e dei bambini che tentano di togliersi la vita nel famigerato campo profughi di Moria, nell’isola di Lesbo – scrive Ventura – dove sono accalcati più di trentamila rifugiati siriani e afgani scampati alle violenze di Assad e spinti dalla brutalità di Erdogan, e ora perseguitati dalle squadre fasciste di alba dorata e dai militari greci che bruciano gli accampamenti, le strutture assistenziali di emergenza e i rifornimenti alimentari portati dai volontari delle ONG come Medici senza frontiere. Da lì, dimenticati come sacchi di immondizia tra i sacchi di immondizia, mancanti del minimo per vivere, spesso soli o affettivamente devastati come le loro famiglie, fatti fango dal fango, gli adolescenti, ma anche i bambini, provano a evadere cercando nel suicidio la fine della loro angoscia: i più grandi, più spesso, tentando l’impiccagione; i più piccoli (lo ha fatto un bambino di 9 anni) cercando di fracassarsi la testa contro una roccia o saltando dai dirupi o tagliandosi le vene“.

L’articolo si conclude con una valutazione sull’operato della Comunità europea, ma non è questo il punto. Il punto è che dove ti aspetteresti un intervento sui ‘nostri’ bambini, lo sguardo si apre su uno scenario più ampio e certamente raccapricciante. Così come qualche tempo fa avevamo raccontato di una iniziativa a favore delle favelas brasiliane mentre il Covid-19 qui aveva già travolto e stravolto la nostra quotidianità. Perché, quindi, provare comunque ad alzare gli occhi dalla nostra realtà? Lo spiegano Aldo Ravaglia e Chiara Guidoni, pediatri e soci dell’Associazione Culturale Pediatri, nata nel 1974, che vede l’adesione di circa millecinquecento pediatri per promuovere la salute dei bambini, facendo informazione, ricerca, educazione sanitaria, supportando programmi di cooperazione internazionale.

Proprio l’associazione si sta adoperando per divulgare l’articolo e la realtà che racconta alla comunità nazionale ed estera. “La ragione per cui abbiamo deciso di far conoscere, attraverso le parole di Alessandro Ventura, la situazione di bambini dell’isola di Lesbo, è perché crediamo che accendere i riflettori su quello che accade lì sia doveroso innanzitutto da un punto di vista deontologico. Ma pensiamo anche che guardare a situazioni ben peggiori di quelle che stanno vivendo i nostri bambini sia un modo di utile per relativizzare le restrizioni e la mancanza di libertà a cui sono sottoposti oggi“. Che non significa minimizzare. Conclude Ravaglia: “Dal mio punto di vista di medico, il dato di fatto è che non conosciamo ancora bene la storia naturale del Covid 19. E se non ci sono ancora certezze, è giusto che valga il principio di precauzione. Però attenzione, come si legge in un documento recentemente sottoscritto da venti medici di area pediatrica e come affermato dall’UNICEF, senza un’azione mirata e veloce questa crisi sanitaria rischia di diventare una crisi dei diritti dei minori“. Nessuno si salva da solo, a maggior ragione i bambini.