Covid-19, anche i bambini a un metro di distanza

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Sono state giornate strane a scuola, quelle che hanno preceduto il decreto che ha sospeso l’attività didattica. Si respirava un filo di tensione, una paura invisibile che non si era mai provata prima, per un nemico che c’è ma non si vede. L’odore di disinfettante nelle narici, sulla cattedra i flaconi di igienizzante per le mani e confezioni di salviette imbevute di soluzione alcolica. Ho dovuto separare i banchi, secondo le direttive ministeriali.

“Quanto è lungo un metro maestra? E’ tanto?”. Questo mi hanno domandato gli alunni, con gli occhi della tipica curiosità della loro età, per qualcosa che hanno sentito e che però non conoscono. “Si, un metro è tanto”. Dentro quel metro, in una classe di scuola dell’infanzia ci sta dentro tutto il possibile. C’è il bacio all’arrivo, le carezze che consolano, gli abbracci che confortano e uniscono e tutti quei gesti ordinari che sono la “benzina emotiva” che noi usiamo quasi inconsapevolmente per portare avanti il progetto didattico.

E allora quando entravano al mattino, alunni e alunne, dovevo fermali. Le guance già sporte verso il mio viso e poi dovevo ricordare il metro, quel vuoto che mi appare non colmabile. Questa e ’una delle misure restrittive atte a evitare la diffusione del contagio del nuovo Covid-19, emanate dal governo e valide su tutto il territorio nazionale. Prima che le aule venissero chiuse. Niente baci, niente abbracci, niente strette di mano. Viviamo una situazione senza precedenti, che ci coglie impreparati, che ci tiene col fiato sospeso e con tanti dubbi.

“Perché non posso darti un bacio?”. Non so cosa rispondere, mi sento impreparata anche io. Mi ripeto “niente paura”, ma il mio sentire, adesso, conta davvero poco; gli eventi che ci ritroviamo, nostro malgrado, a vivere, ci forzano a portare la nostra attenzione sul sentire comune, sulla necessità della cura collettiva, sulla possibilità di comportarci, limitando la nostra libertà personale, per proteggere gli altri, oltre che noi stessi, e soprattutto le fasce più sensibili della popolazione.

Però, quanto è grande questa misura di distanza. A questo è difficile abituarsi. E’ uno spazio infinito, fatto di emozioni positive, è lo spazio necessario e insostituibile in cui si mischiano fiducia, conforto e relazioni. Questa distanza mi sembra di non riuscire a colmarla. L’alleanza affettiva che si crea in classe, tra l’insegnante e gli alunni e tra i bambini e le bambine, è fatta soprattutto di percezioni sensoriali e gesti tangibili che rimandano alla cura, a quegli aspetti psicologici che ci aiutano a creare rapporti di fiducia e collaborazione che è la base di ogni apprendimento efficace.

Mi rendo conto che, ancora una volta, ci si trova dinanzi ad una sfida e questa è davvero grande. Stare distanti per prenderci cura dell’altro, la massima lezione di educazione civica. Bisogna trovare, però, il modo di riempire il vuoto di un abbraccio mancato, puntando l’attenzione sulle parole e attivare la nostra “intelligenza interpersonale”. “Chi insegna deve guardare negli occhi, adoperando il meccanismo che il cervello, milioni di anni fa, ha scelto per la comunicazione intersoggettiva. La potenza dello sguardo è fonte: l’io cresce attraverso l’attenzione condivisa e la risposta del sorriso rende tutto un minuscolo miracolo di connessione del Noi”. Facciamo tesoro di queste preziose parole della dottoressa Lucangeli, esperta in Psicologia dello Sviluppo. Se allo sguardo si aggiunge l’incoraggiamento verbale, l’interruttore emozionale diventa ancora più potente. Allora forza, mi dico. E’ tempo di imparare il valore del bene comune, attraverso piccole rinunce. E’ tempo di trovare modi nuovi di riempire spazi vuoti. Ad un metro di distanza, ma sempre emozionalmente connessi.