Il Maternage è rock: l’empatia è la scelta educativa di Paola Maugeri

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La gentilezza è una virtù o una debolezza? Mostrare le proprie emozioni è un gesto che denota forza o fragilità? Empatizzare con i sentimenti altrui, ci rende più umani o più esposti? Sì, lo so, sono tutte domande tendenziose e un po’ retoriche. Quando parliamo tra adulti sicuramente siamo pronti a dire che è meglio essere gentili che prepotenti. Ma sotto sotto, forse, una vocina ci dice che i prepotenti se la passano meglio. 

Faremmo meglio ad ascoltarla quella vocina. Non perché abbia ragione, ma perché viene da lontano, dalla nostra infanzia. Molto probabilmente è la voce del bambino che siamo stati, a cui tutta la buona educazione che oggi sappiamo mostrare è stata impartita con una forma di prepotenza. Ho visto genitori dare schiaffi a bambini violenti dicendo: “Chi ti ha insegnato a usare le mani”? Ho visto genitori strappare un gioco dalle mani del proprio figlio per darlo a un altro bambino dichiarando: “Devi condividere”. Chissà perché, con i bambini si assumono sempre atteggiamenti contraddittori: pretendiamo di insegnare il rispetto senza mostrare rispetto verso di loro, pretendiamo di insegnare a non essere violenti usando la violenza, ci accontentiamo di ottenere obbedienza attraverso la paura invece che cercare la collaborazione. Pullulano i manuali che millantano metodi infallibili per educare i bambini, con una sola gigantesca controindicazione: i metodi, per definizione, per essere applicati prevedono una serie di assunti a priori, che di fatto uniformano qualcosa che in questo caso è impossibile uniformare. Le persone.

Cosa ci dice la maggior parte dei manuali per genitori? Il bambino deve essere addestrato. Un pianto insistente di notte è un bug da correggere. La frustrazione è un valore, da insegnare più precocemente possibile. In nessuna pagina di questi libri si presuppone che il bambino sia una persona. E ci si sente dei deboli, se intimamente si rifiutano quei metodi, perché richiedono uno sforzo che sentiamo come una violazione intima della nostra natura. Tutto bene. Siamo umani. L’educazione di un figlio non è un addestramento, e sono in molti ad averlo capito ormai. 

adorable-beautiful-child-1914770Empathy parenthing, lo chiamano oltreoceano. Disciplina dolce, in Italia. Ma anche maternage, alto contatto. Fondamentalmente si tratta di un modo totalmente diverso di pensare alle genitorialità e ai bambini. Non è un metodo,  si tratta piuttosto di un mindset, un modo diverso di guardare il mondo e relazionarsi al bambino riconoscendone i bisogni, legittimandone le emozioni. Un sistema educativo che si basa sostanzialmente sulla comunicazione non-violenta di Marshall Rosenberg o sull’ascolto attivo di Thomas Gordon. L’idea di base è che solo attraverso una relazione empatica, che accolga le emozioni in tutta la loro gamma senza rifiutarle o ridicolizzarle, si può educare il bambino in modo equilibrato e collaborativo. 

Recentemente su questi temi si è esposta anche Paola Maugeri, che oltre a essere la “signora del rock” è diventata negli anni ambasciatrice di uno stile di vita consapevole sotto tutti gli aspetti, da quello ambientale a quello spirituale. Scrive nel suo profilo Instagram: “Un bambino che è stato continuamente criticato e sminuito dai suoi genitori diventa nemico di se stesso. In questo modo, sviluppa un dialogo interiore nel quale le costanti sono l’auto-rimprovero e l’auto-recriminazione. Questo bambino, in età adulta, probabilmente non si sentirà mai in accordo con ciò che fa o pensa. Troverà sempre il modo di sabotare i suoi piani e gli sarà difficile capire che possiede anche delle virtù e che può avere successo. Sentirà di non meritare l’affetto né la comprensione di nessuno, e che le sue espressioni d’amore nei confronti degli altri mancano di validità”.

baby-boy-child-67663Ecco, l’effetto collaterale di questo sistema educativo è che molto spesso, diventando il tipo di genitori che avremmo voluto in quanto figli, ci scontriamo con tutto il dolore sepolto nell’infanzia che è sì superata, ma pungola ancora da qualche parte sotto lo sterno. Scrive ancora Paola Maugeri: “Siamo spesso accuditi (maternamente) da donne che non sono state accudite loro stesse e che non hanno la profonda capacità di un sostegno materno rilassato che permetta ai bambini di fidarsi del loro posto nel mondo”. Ma scrive ancora in un altro post: “La vita è evoluzione e diventare genitori è una grande chance per guarire e sanare le ferite del passato”. 

Ci vuole coraggio, una forza d’animo che farebbe impallidire gli eroi greci, e tutto l’amore del mondo. Paola Maugeri ci ha messo anche un po’ di rock’n’roll, che sicuramente aiuta, per fare la scelta più difficile in un momento di cambiamento come quello della gravidanza: “Al di là di decidere il colore della cameretta, usiamo questo tempo per capire chi siamo, che genitori vogliamo essere e che benvenuto vogliamo dare alle creature che portiamo in grembo così che non abbiano da soffrire ciò che ha abbiamo sofferto noi”.