Chiedimi se sono felice al lavoro

scritto da il 01 Ottobre 2019

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Nessuno lascia mai un lavoro perché è tutto fantastico, giusto?

Con queste parole il fondatore di Instagram Kevin Systrom ha lasciato la sua compagnia nel 2018, circa sei anni dopo l’acquisizione da parte di Facebook. Tralasciamo le quasi ovvie motivazioni che possono esserci state dietro tale abbandono, di sicuro Systrom ha racchiuso in queste parole una grande verità. Stare bene in un posto di lavoro è non solo la prima ragione per non andarsene, ma anche per lavorare con entusiasmo, per progettare, per avere prospettive sul futuro. Perchè in fondo non si tratta solo di lavorare: quella che spendiamo sul luogo di lavoro, è una grossa fetta di tempo della nostra vita. Trascurarne gli effetti sull’umore e la salute dei lavoratori, o peggio rimandare al lavoratore stesso la responsabilità di gestirli, fa parte di un sistema di pensiero antiquato, improduttivo, insensato. E infatti, queste poche righe suoneranno superate a molti ormai, che già si sono mossi per creare un modo nuovo di pensare il lavoro.

Essere felici al lavoro si può? Certo, e deve essere la norma, non l’eccezione. Questo è l’assunto da cui sono partiti i promotori della Settimana Internazionale della Felicità al Lavoro, che dal 23 al 27 settembre per la seconda volta ha unito nell’azione consapevole molti Paesi. L’idea è partita, neanche a dirlo, dall’Olanda, e ancora una volta il Nordeuropa si conferma luogo di cura e di attenzione al benessere sociale. Maartje Wolff e Fennande van der Meulen sono le promotrici di un manifesto in cui si dichiara, tra le altre cose: “La felicità al lavoro paga. Per te stesso: quando sei felice, sei più sano, più vitale, più allegro, più sociale. Per le organizzazioni: i dipendenti più felici sono più coinvolti, più produttivi, più cooperativi, più creativi e più innovativi”.
Forse la settimana non ha ancora una grande cassa di risonanza, ma gli eventi in Italia non sono mancati e sono state diverse le realtà aziendali, da Nestlè a Biogen, a rispondere all’appello degli organizzatori nostrani, People 3.0.

C’è davvero bisogno di parlare di felicità al lavoro? A giudicare dal rapporto BES 2018 dell’Istat, sull’analisi del benessere dei cittadini italiani, sì. Nel 2017 l’indice composito del Benessere soggettivo ha registrato un peggioramento: quasi 2 punti inferiore al 2016.  L’arretramento ha interessato soprattutto il Mezzogiorno (-3,2 punti percentuali), e in misura più contenuta il Nord e il Centro. Secondo i dati più recenti disponibili per i paesi Ocse, il giudizio complessivo di soddisfazione per la vita risulta nel nostro Paese al di sotto della media. Tra i vari ambiti, il più insoddisfacente risulta quello sulla situazione economica sia in Italia sia nella media Ue, mentre le relazioni interpersonali registrano i più alti livelli di soddisfazione. A dimostrazione che siamo e restiamo degli animali sociali, e questo non va sottovalutato. È nella relazione che si annidano degli insight importanti per la felicità, anche quando tutto il resto va male.
Va detto però che un segnale positivo è nel dato relativo alla soddisfazione per il lavoro svolto: su una scala da 0 a 10, la media è 7,4.

Allora siamo felici o non siamo felici? Secondo il World Happiness Report, che ogni anno prova a offrire delle riflessioni sulla felicità globale, facendo un focus sul lavoro si scopre che professionisti, manager, esecutivi sarebbero tra i lavoratori meno felici e soddisfatti della propria vita. Dovendo assegnare un voto da 1 a 10 alla qualità della propria esistenza la maggior parte ha attributo 6. Chi svolge lavori fisicamente più impegnativi (contadini, pescatori, ecc.) avrebbe espresso a sua volta un voto medio di 4.5. 

È comprensibile pensare che su un peschereccio al lavoro nel Mar Baltico sia difficile creare “un posto di lavoro per stimolare divertimento, apprezzamento, feedback positivi, sfide fantastiche, fiducia, risultati significativi e responsabilità”, per citare il suddetto manifesto. Ma per altre categorie di lavoratori, è forse un dovere morale trasformare quella sufficienza in un voto molto più alto. Indagarne le ragioni, discuterne, provare a instaurare nuove logiche. Si può fare. E si deve.

Ultimi commenti (2)
  • Letizia Giangualano |

    Buongiorno Daniele, grazie per la segnalazione. Sarà mia cura approfondire. Cordialità.

  • Daniele Ielli |

    Grazie per l’argomento, mi sarei aspettato anche qualche dato Italiano, visto che proprio in Settembre 2019 l’Italian Istitute for positive organizzation ha realizzato il primo percorso di certificazione CHO (Chief Happiness Officer) in Italia.