Roberta: “Sono una risorsa dimenticata in un angolo dalla mia azienda”

scritto da il 29 Gennaio 2018

pexels-photo-458530

Cara Alley Oop,

credo che sia tu il posto giusto per poter raccontare di me, della mia situazione, della situazione di tante persone. Mi permetto quindi di scriverti qui.

Qualche anno fa il termine MOBBING era di moda, era un trend topic; spesso usato e abusato dimenticando il suo reale significato più vicino a concetti come vessazione, umiliazione, o addirittura aggressione fisica o verbale. Nel Bel Paese invece si usava parlare di MOBBING soprattutto nei casi di demansionamento lavorativo o di volontario allontanamento di una risorsa dal suo contesto professionale.

Adesso si legge e si parla molto di discriminazioni nei confronti delle donne – soprattutto delle madri – oppure si parla di molestie di tipo sessuale sul luogo di lavoro, di licenziamenti ingiusti, delle tecnologie che consentono di rendere autonomi interi processi produttivi o servizi rendendo superfluo il ruolo umano nell’organizzazione e gestione del lavoro. Ci sono però delle situazioni che stanno in una zona tra il bianco e il nero, situazioni che sono antipatiche sfumature poco etichettabili. Tra queste c’è un fenomeno di cui non si legge mai: l’amaro far niente.

Si, perché se oggi ti lamenti che sul posto di lavoro non hai niente da fare la risposta, nel 90% dei casi, sarà: “Ma di cosa ti lamenti, almeno tu un lavoro ce l’hai” oppure, ancora peggio “Beh, e ti lamenti pure?”. Per questo vorrei raccontare col cuore in mano quanto è terribile la vita – professionale e non – in questo limbo, in questa terra di nessuno.

Siamo in tanti in questa situazione e la fattispecie è facilmente delineabile. Nella maggior parte dei casi siamo figure di livello “middle/senior”, per dirla alla Linkedin, risorse con più di dieci anni di esperienza alle spalle, fedeli all’azienda e magari un tempo considerate figure “chiave” nell’organizzazione aziendale. Fatichiamo a trovare un nuovo lavoro per via dell’anzianità professionale perché ormai i profili ricercati al massimo richiedono 5 anni di esperienza, non di più.

Gli anni intanto passano, gli amministratori delegati cambiano e con loro anche il management ma tu rimani. I nuovi manager si portano dietro le loro persone di fiducia e tu diventi, inevitabilmente, un nome in un organigramma. Nessuno sa bene di cosa ti occupi, ma sei brava, volenterosa e quindi resisti agli tsunami riorganizzativi, ai licenziamenti. Sei in azienda da tanto tempo, conosci tutti i processi, sei una rubrica vivente, sai come muoverti, lavori da più di un decennio con tutte le aree e i vari dipartimenti ma col tempo la tua professionalità si sfilaccia, si dissolve un po’ come das Nichts, Il Nulla de La Storia Infinita di Michael Ende. A poco serve parlare con le risorse umane perché nel frattempo anche lì le facce sono nuove e tu sei una scheda in un faldone, una scheda non aggiornata.

Arrivi la mattina in ufficio e trovi la casella mail intasata da spam, tolto quello, il nulla. Poche mail di lavoro, la maggior parte poco operative, magari in qualche scambio sei in copia. E leggi, con un po’ di invidia nei confronti dei colleghi che sono su un progetto, che stanno gestendo un contratto che hanno da fare. Al caffè cerchi di carpire qualche informazione, cerchi di vedere se puoi fare qualcosa, butti lì un’idea per far capire che ci sei, che sei sul pezzo o anzi, che VUOI essere sul pezzo ma ad essere coinvolto poi è sempre qualcun altro, qualcuno con un “Ruolo”.

Le giornate non passano, alle sei chiudi tutto con gesti lenti e con una mestizia infinita che non puoi condividere con nessuno perché “beata te che non hai nulla da fare”. Arrivi a casa e ti senti stravolta, stanca. Hai mal di testa e sei di cattivo umore. Lo so, questo sembra in contrasto con il fatto di non aver fatto nulla tutto il giorno ma invece è proprio così. Quando capitano quelle giornate in cui magari c’è un’urgenza o un lavoro grosso il tempo vola, ti senti utile, produttiva, soddisfatta e piena di energia e quando torni a casa ti senti carica ed è una sensazione meravigliosa. Questi alti e bassi (più bassi che alti ahimè) ti spezzano le gambe, ti confondono e azzerano la tua motivazione. Siamo in tanti a far parte del silenzioso popolo di coloro che vorrebbero lavorare, siamo in troppi e nessuno parla di noi. Perché se guadagni 2mila euro al mese per non lavorare devi stare zitto e ringraziare il cielo, è questo che ti dicono. E invece no, dobbiamo parlarne e gli uffici del personale, i manager delle HR dovrebbero sensibilizzarsi e non trascurare questo prezioso popolo di ombre improduttive dimenticate dalle aziende. Basterebbe incontrarci, conoscerci, farci raccontare la nostra storia professionale e non; basterebbe aggiornare quella scheda nel faldone ogni tanto. Il rapporto umano alla fine sarebbe la soluzione più semplice, più scontata ma mail e cloud lo hanno reso obsoleto e faticoso. Se chiedi un colloquio, se cerchi di uscire dal limbo rischi di essere etichettato come un piantagrane.

Se questa lettera potrà servire ad aprire gli occhi anche a una sola persona questa sera, alle sei, quando spegnerò il mio PC potrò andare a casa felice, serena e senza mal di testa perché vorrà dire che qualcosa di buono oggi l’avrò fatto.

Roberta

Ultimi commenti (73)
  • Cristiana |

    Mentre leggevo questa lettera ed altre esperienze mi è venuto il magone perchè tutto quanto scritto è esattamente quello che sto passando io e che sto sentendo dentro di me Però allo stesso tempo un sospiro di sollievo….. Allora non sono sola…..Quante volte sono arrivata al punto di credere di essere forse malata di manie di persecuzione o poco equilibrata e che magari il problema era proprio la mia stessa persona. La cosa più grave di queste situazioni è proprio questa: che tutto ciò arriva a limare all’osso la tua autostima e ti fa sentire sbagliata. Affettuosi auguri a tutti.

  • Isa |

    Grazie a tutti vo! Veramente rileggere il mio dramma vissuto da altri mi ha un pò sollevata. Da fuori nessuno comprende. Ho lavorato seriamente e con passione per tanti anni. Ho raggiunto risultati strardinari superiori alle mie aspettative. Non era neanche quelloa cui miravo, ma alla fine ero tanto felice e questo ha suscitato invidie. Il trasferimento dei miei capi ha portato ad no stravolgimento in cui i ruoli si sono ribaltati. I nuovi dirigenti sono stati incapaci di valutare il personle e si sono fattti coinvolgere appunto dai soliti “lecchini”che in precedenza stvano per essere licenziati per gravi inadempienze e motivi disciplinari. Per la rabbia e delusione mi sono ammalata (succede anche questo in casi estremi e dopo anni di stress e ingiustizie subite). Con fatca e offerenza sono riuscita a tornare al lavoro, dove mi hanno iniziato a guardare con ironia e pietà, e a niente sono serviti gli sforzi pr sorridere sempre e comunque.Ormai tutti i miei incarichi erano stati delegati ad altri . Ad un nuovo cambio ai verticimi hanno detto che non sapvano come giustificare la mia presenza ai nuovi dirigenti che stavano per arrivare, visto che non avevo nessun ruolo attivo. Premesso che fino al giorno prima dela malattia mi svolgevo i compiti più importanti e ho continuato a lavorare per tutti fino allo stremo, anche con la seconda dirigenza. Con il nuovo cambio di personale speravo che tutto sarebbe cambiato, ma le cose sono peggiorate, e anche i vecchi amici mi hanno abbandonato, per non essere coinvolti e non rischiare il posto.Oggi faccio parte degli arredi degli uffici esono considerata utiie quanto un portamatite, E’ impossibile rivoltare questa situazione e sembra di impazzire. Con lo smart working mi era sembrato di uscire da un incubo, restando a casa la percezione di questo stato di cose si era mitigata. Ma la domanda è se mi faranno rientrare e con quali prospettive. l momndo delavoro è profondamente ingiusto, e il conflittodi interessi genera crudeltà.Non so se la condivisione di questa mia esperienza potrà essere utile nche a voi, come lo è stata la vostra per me, ma lo spero.
    Io non mollo. Il mio profilo professionale non è compatibile con altri contesti lavorativi. Sono disperata,ma non mollo, per dignità e per necessità, Perchè rinunciare i nostri diritti contrattuali? Grazie se avete avuto la pazienza di leggermi finora. Un forte in bocca al lupo a tutti !

  • Lara |

    Sta succedendo anche a me. Nuovo direttore, dimissione del Responsabile, nuova direzione generale. Nessuno conosce più nessuno. Le info vengono prese dal lecchino raccomandato del precedente. Chi prima lavorava e portava risultati messo in un angolo piano piano e in silenzio. I lecchini e quelli che da vent’anni erano considerati i peggiori (assenteisti, fancazzisti, incapaci) piano piano posizionati nei posti strategici. Io (e non solo io) esclusa dalle riunioni, dalle decisioni e dai progetti aziendali, molti dei quali nati dalla mia creatività ed esperienza. Sono stata portata in palmo di mano da ogni responsabile, direttore e direzione generale che si sono succeduti negli anni, perché preparata, orientata agli obiettivi, affidabile. Un elemento necessario, valido e competente, riconosciuto da tutti e all’improvviso mi accorgo che per questa nuova direzione non esisto più. Anzi a volte ho la sensazione di disturbare anche.. Relegata in un angolino, per soddisfare l’ego di un qualcuno a cui non piacevo o forse per pura antipatia, ancora non l’ho capito. Terrò duro ancora un paio d’anni, poi se non cambia qualcosa me ne andrò .. nel frattempo cerco di lavorare come sempre e non pensarci troppo, perché quando ci penso arriva un peso tremendo ad opprimermi il petto. Mi faccio mille domande, mi chiedo se io abbia sbagliato qualcosa, metto in discussione la mia professionalità, il mio modo di essere e mi sento malissimo, ma io sono la stessa che fino a due anni fa era considerata uno dei più brillanti collaboratori dell’azienda, non sono cambiata e non sono cambiati gli obiettivi e le strategie aziendali.. l’unica cosa cambiata sono le persone e questo è devastante e inaccettabile, per me.

  • Claudio |

    Grazie per aver condiviso questa situazione. Purtroppo da anni anche io sono stato relegato dalla mia azienda a fare solo i lavori più scomodi, che mi occupano pochissimo tempo. La mia capa mi ha totalmente de mansionato dai miei compiti non includendomi in nessun lavoro. La motivazione non mi è chiara, forse la verità è che se non “fai a botte” con i colleghi per fare carriera o non hai un atteggiamento particolarmente competitivo e non vuoi primeggiare a tutti i costi in certe aziende ti mettono da parte. Questo lo trovo profondamente ingiusto perché cosi facendo una persona perde esperienza e quindi possibilità di reinserirsi. E’ un danno oggettivo oltre che personale. Credo però che sia sempre meglio essere onesti e sedersi la mattina a fare le proprie 4 cose in modo onesto e pulito piuttosto che riuscire a lavorare facendo questi giochini, falsi ed opportunisti.

    Purtroppo non esiste un garante o qualcuno che possa “salvarci” e farci uscire a testa alta da una situazione del genere, a tutti in questo mercato conviene salvare la propria pelle e “farsi belli” a discapito degli altri, soprattutto dei propri colleghi.

  • Elisa |

    Sono in una situazione simile a quella descritta nella lettera. L’azienda dove lavoro io però è a conduzione familiare. 5 anni fa sono stata assunta con tante idee e progetti da fare (sito nuovo, partecipazioni a fiere di settore, brochure, cataloghi..) una volta terminate queste mansioni per il quale sono stata assunta e che si avvicinano al mio percorso di studi mi hanno dovuto spostare a gestire gli acquisti e i fornitori ma con una mole di lavoro molto bassa. In tutto questo la titolare quasi ottantenne non delega altri tipi di lavori (amministrativi) e controlla per non dire boicotta tutti i miei lavori e proposte.
    In tempi di covid con relativi mesi di cassaintegrazione a giorni alterni il lavoro è ulteriormente calato e praticamente ora mi ritrovo a non fare nulla. Rispondere a qualche email, qualche preventivo, ma tutti lavori che occupano il 10% della mia giornata.
    Sono addirittura arrivata a chiedere di estendere la cassa integrazione nei prossimi mesi pur di non dover venire in ufficio tutti i giorni a non fare nulla. Opzione negata non so per quale motivo, evidentemente preferiscono tenermi qua a scaldare la sedia.
    Arrivata al limite ho parlato con il titolare che si è trovato d’accordo con i miei ragionamenti e ha capito il mio malessere ma senza trovare una reale soluzione a nessuno dei problemi. L’unica cosa che è riuscito a dirmi è che capirebbe nel caso io decidessi di trovarmi un altro lavoro.
    La situazione è arrivata a un punto di non ritorno. Venire a lavoro è diventato degradante, non c’è alcun stimolo, mi sembra solo di perdere tempo e di subire un peggioramento delle mie capacità.

  • Enza |

    Sto vivendo anch’io la stessa situazione…causa cambio management. Il nuovo AD ha avuto modo di conoscere solo i diretti responsabili, che hanno presentato il lavoro e la relativa organizzazione esclusivamente dal loro punto di vista. L’attività che svolgevo io non è stata presentata come svolta da me, tutto quanto ho fatto in questi anni non è stato valorizzato nè fatto conoscere. Il mio lavoro è molto specifico. In azienda sono l’unica che lo conosce nei dettagli. Pertanto, approfittando di questa situazione, di questa “unicità”, è stato facile insabbiare quanto da me fatto e i relativi obbiettivi di successo raggiunti, attribuendo tutta l’attività e il merito a un consulente che, guarda caso, è riuscito ad ottenere un incarico firmato dall’AD solo pochi giorni dopo il suo insediamento. Tutta la mia attività è passata in consulenza, io non ho lavoro, non ho più nulla da fare. Faccio parte anch’io del silenzioso popolo di esperti, di senior, in grado di affrontare il lavoro con metodo, esperienza, volontà, caparbietà, con tante idee innovate basate sul costante aggiornamento professionale, sulla curiosità, sulla voglia di fare, ma che sono stati messi da parte…perchè? forse perché ne sanno troppo? Forse perché erano e sono una minaccia per chi si è voluto far bello davanti al nuovo AD?

  • Dailyfirst |

    Cara Roberta, con la tua storia mi ricordo di una collega demansionata e costretta a passare il tempo a guardare le serie tv per non soffocare dentro. Io ero appena arrivata piena di energia e progetti, dividevo la scrivania con un collega (lui la mattina io il pomeriggio). Lei era nella stanza accanto sempre spazientita, triste e aggressiva. Favoleggiavano su di lei bisbiglìi fastidiosi da ufficio pettegolo. Alla fine con la riorganizzazione degli spazi finisco in stanza con questa collega. Mi sono presentata dandole la giusta importanza, essendo una dipendente storica, ed ho fatto gruppo con lei. Ho ascoltato il suo punto di vista e rivedo nella tua lettera le sue emozioni. La sua boccata d’aria era la pausa pranzo e la tristezza quando entrava nell’ufficio. La storia nasce dalla sua voglia di cambiare azienda per creare un nuovo settore, che pur essendo sancito con contratto scritto non si e’ mai palesato. Dopo anni di lavoro e crescita al primo tentennamento da parte sua, per un problema familiare, la rimpiazzano con un giovane affamato di carriera. Morale lei e’ finita dallo psicologo perché relegata a non fare nulla. I pochi mesi passati insieme sono stati molto divertenti sia di ascolto sulle dinamiche aziendali vecchie e nuove che a fare le cose in tandem (non ufficialmente).

  • Eleonora Sami |

    Ciao Paolo,

    la tua situazione è ben strana: nuovo assunto e già in questa situazione? Beh, parlane pure con il titolare con il quale farai di certo un’ottima figuara!
    A meno che tu non sia un dipendente pubblico e che il tuo unico titolare sia il conrtribuiente!

  • Eleonora Sami |

    Sono nel tuo stesso limbo: non vorrei dovermi cercare un nuovo lavoro in era covid e con i miei 52 anni compiuti ma è frustrante per me “buttare via” un’esperienza più che ventennale. Ma non so, mi tocca sopportare anche se, visto che la pensione è lontana, mi chiedo cosa farò e come farò!

  • Eleonora Sami |

    Io mi trovo in analoga situazione. Solo che -pur lavorando per una grande azienda- io sono stata spostata in una sede in cui siamo solo in 6. Io, reduce da una cessione di ramo di azienda, sono arrivata da poco e senza un compito preciso. Oltre a non fare nulla, devo anche trascorrere tutto il mio tempo a lavoro senza che nessuno si scomodi neppure di salutarmi. Mi consolo solo pensando a quello che, in effetti, tutti dicono e direbbero: almeno lavori! Ma rimpiango persino le arrabbiature, le ansie il giorno prima di certe scadenze, ed i colleghi antipatici (sempre meglio di chi neppure fa casa a che tu ci sia o meno)