Adolescenti: un selfie fa la felicità?

scritto da il 29 Giugno 2017

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Adolescenti, soprattutto ragazze, affollano di selfie le pagine dei social. Già a 10-12 anni, secondo una recente ricerca inglese, scattano più foto prima di arrivare al selfie perfetto (il 15% più di 6), soffrono nel vedere che un loro autoscatto viene ignorato, si sentono tristi o in ansia per una foto, postata da altri, che li ritrae in modo non soddisfacente (il 27%). Davanti a questi dati viene da chiedersi: ma i selfie rendono felici?

Le ricerche purtroppo suggeriscono che per molti adolescenti non è così. Uno studio pubblicato sull’International Journal of Eating Disorder ha evidenziato come le adolescenti che condividono più selfie sui social, rispetto alle altre, presentino ai test una sopravvalutazione dell’importanza della forma e del peso, una più elevata insoddisfazione rispetto alla propria immagine corporea, un rigido ideale di magrezza e un più frequente ricorso alla dieta (oltre che al fotoritocco).

selfieLa pratica dei selfie, da strumento divertente per costruire la propria identità individuale e sociale, per alcuni adolescenti può trasformarsi in una vera e propria compulsione. Poco contano, purtroppo, i commenti ricevuti da parte di coetanei e amici: i “che bella!”, insomma, risulterebbero essere un palliativo, una soddisfazione di breve durata, laddove l’insicurezza e la vergogna per il proprio corpo siano presenti.

selfie6L’aumentare del numero di selfie, in questi casi, non solo si associa ad una bassa autostima e all’insoddisfazione per la propria immagine corporea (che, non va dimenticato, sono fattori di rischio per disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia), ma può costituire anche un meccanismo di mantenimento dell’ansia: negli stessi luoghi online in cui si cerca di dare sollievo all’infelicità per il proprio aspetto, si alimentano processi mentali che accrescono il disagio emotivo. Tra gli altri: un controllo costante del numero di like ricevuti, il rimuginio sui possibili motivi per cui un selfie non viene accolto come dovrebbe e, tra quelli più studiati, un irrefrenabile impulso a confrontare il proprio aspetto fisico con quello di celebrità e coetanee, i cui selfie e le cui foto sono attivamente cercate sul web e studiate con lente di ingrandimento. Tale confronto si concluderebbe, il più delle volte, con un giudizio negativo su di sé. Questi processi cognitivi – riscontrabili sia in adolescenza sia in età adulta – sembrano avere un esordio sempre più precoce: già a 10-12 anni, il 20% degli adolescenti inglesi ammette di preoccuparsi per il proprio aspetto fisico quando si trova di fronte alla foto di una celebrità.

selfie5Posto che le domande sul corpo e sull’immagine sono tipiche dell’adolescenza – età nella quale l’identità si costruisce grazie a qualcuno che ci identifica, ci riconosce e ci rispecchia – è evidente che ci troviamo all’interno di un processo culturale più ampio e complesso, nel quale sono coinvolti anche gli adulti, costretti ad una ridefinizione dell’identità ben oltre il periodo adolescenziale. Siamo sottoposti, fin dall’infanzia, alla pressione di media che diffondono una sorta di “obbligo” a soddisfare precisi criteri di bellezza e, al tempo stesso, una pericolosa abitudine al controllo dell’immagine.  “Le immagini – scrive il filosofo Byung-Chul Han in Nello sciame. Visioni del digitale – non sono solo riproduzioni, ma anche modelli. Ci rifugiamo nelle immagini per essere migliori, più belli, più vivi”. Ci stiamo abituando alla fuga nell’immagine, in una realtà ottimizzata davanti alla quale ogni altra appare imperfetta: in questo senso, il corpo si sta trasformando in un oggetto da controllare, in un’immagine bidimensionale dalla quale si possono eliminare le imperfezioni, non importa se con il fotoritocco o con la chirurgia estetica. Facebok, Instagram, Snapchat, fanno parte di questo processo culturale e lo amplificano, rendendo il ritorno alla realtà offline, al confronto con il proprio corpo e all’accettazione delle sue inevitabili imperfezioni sempre più difficile. “Se riesci ad assomigliare alla foto del tuo profilo ce l’hai fatta”, leggevo qualche tempo fa su Twitter.

selfie4Evitando di cadere nella trappola di considerare l’eccesso di selfie come una “patologia” tipicamente adolescenziale, è importante iniziare ad interrogarci su questi mutamenti culturali che, anche attraverso la tecnologia, passano alla psicologia di ciascuno di noi. Sul diffondersi nella rete delle “facce da Instagram” (alla Kim Kardashian, per fare un esempio), che le ragazzine di New York iniziano a portare con sé dall’estetista come riferimento, e sulle contro-risposte – anch’esse presenti nella rete – da parte di giovani che contrastano questi modelli con spirito giocoso, a colpi di hashtag come “uglyselfie”, “no-filter” e “nomakeup”.

Molti ragazzi rischiano di rimanere impigliati in questi miraggi. Rischiano (rischiamo?) di appiattirsi sull’immagine e di fallire nell’incontro con il corpo, crocevia di sensazioni, messaggi, significati, risorse e imperfezioni. Mi torna in mente Tim Parks che, nel libro “Insegnaci la quiete”, racconta di essersi accorto di avere un corpo solo quando, a causa di un dolore, gli era diventato di intralcio: “Sono rimasto davvero stupefatto, quando mi è stata mostrata la strada verso la guarigione, nel riconoscere che non sapevo nulla del mio corpo, nulla delle sue risorse, nulla della sua compenetrazione con la mia mente, nulla di me stesso”.

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Ultimi commenti (4)
  • duesudue |

    Sono un fotografo e mi rende triste vedere questa moda del selfie, specie quando sono i ragazzi adolescenti a farla. Visto il culto dell’immagine e dell’apparire che si è creato, sarebbe interessante proporre agli adolescenti all’interno delle ore scolastiche delle lezioni di fotografia perchè possano scoprire e avere un diverso tipo di approccio e cultura a quella che in realtà è un arte che può essere preziosa e poetica.

  • Laura Barbera |

    Lavorando come psicoterapeuta e fotografa con i ragazzi ma anche con gli adulti, mi sonor esa conto di quanto sia profondo il buco emotivo che si portano dentro fin dall’infanza. E’ molto facile oggi demonizzare i mezzi tecnologici, gli esempi dati dalla società, ricordiamoci che la costruzione della propria identità e del proprio mondo affettivo nasce con la relazione genitoriale, ed è lì che dobbiamo andare a cercare le falle del disagio giovanile per poterle risanare. Sarebbe sano ed auspicabile che venisse fatta prevenzione attraverso una educazione emotiva e anche formativa dei genitori.

  • Barbara |

    È vero, il corpo si sta trasformando in un’immagine bidimensionale da ritoccare. Quanto di più reale e diffuso, non solo tra i più giovani. Per questo noi di Pepita Onlus lavoriamo con le ragazze e i ragazzi su due antidoti: rispetto e responsabilità. Rispetto prima di tutto per se stessi. Quel rispetto che ti porta a riflettere prima postare, a comprendere il valore della tua immagine prima di perderla per sempre nella rete. Responsabilità per le tue azioni. Ogni azione porta con sé una conseguenza. Come condividere senza consenso un’immagine, come partecipare a quello che sembra un gioco tra amici e in verità fa male all’altro, perché lo demolisce nel suo intimo.

  • Barbara Reverberi |

    È vero, il corpo si sta trasformando in un’immagine bidimensionale da ritoccare. Quanto di più reale e diffuso. Per questo noi di Pepita Onlus lavoriamo con le ragazze e i ragazzi su due antidoti: rispetto e responsabilità. Rispetto prima di tutto per se stessi. Quel rispetto che ti porta a riflettere prima postare, a comprendere il valore della tua immagine prima di perderla per sempre nella rete. Responsabilità per le tue azioni. Ogni azione porta con sé una conseguenza. Come condividere senza consenso un’immagine, come partecipare a quello che sembra un gioco tra amici e in verità fa male all’altro, perché lo demolisce nel suo intimo.