Boom di diagnosi di disturbi dell’apprendimento tra i bambini: c’è un’epidemia?

scritto da il 01 Dicembre 2016

I nostri figli sono improvvisamente tutti malati? Oppure c’è un eccesso di diagnosi che sta medicalizzando situazioni in realtà assolutamente normali?

E’ questo l’acceso dibattito che si concentra sui DSA, ovvero sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Un dibattito che nasce dai numeri: dall’anno scolastico 2010/2011 i bambini con diagnosi di DSA sono passati dallo 0,7% al 2,1% della popolazione studentesca nel 2014/2015, con punte che toccano il 6,6% nella scuola secondaria di I grado nel Nord Ovest dell’Italia. Quello che è cambiato è che nel 2010  la legge 170 ha stabilito che bambini con questo tipo di difficoltà hanno diritto ad un percorso didattico personalizzato, a “strumenti compensativi” come la calcolatrice e a “misure dispensative” come l’astensione dal dettato. Basta che la famiglia presenti idonea certificazione di un medico specialista per fruire di questi percorsi di aiuto

backpack-1149461_960_720 E allora torniamo alla domanda iniziale: stiamo di fronte a un eccesso diagnostico che crea più problemi di quanti ne risolva oppure finalmente stiamo smettendo di etichettare come lenti o svogliati dei bambini che invece hanno un disturbo specifico, circoscritto e localizzato?

Chiariamo innanzi tutto di cosa stiamo parlando: dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia non sono generiche difficoltà dell’apprendimento ma disturbi specifici. Ci sono, per esempio, bambini che non collegano un numero alla parola che lo definisce e fuggono sistematicamente dai giochi in cui è richiesto l’uso dei numeri o bambini che invertono le sillabe e tagliano le parole e per cui il dettato rappresenta un incubo. Pur lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale e la creatività questi disturbi non solo incidono sul rendimento scolastico ma sono causa di grande stress per il bambino, associandosi molto spesso a problemi di autonomia, scarsa autostima, isolamento. Ancor più se l’insegnante non li riconosce e li punisce marcandoli come distrazione e svogliatezza: il bambino rischia di entrare in circoli viziosi di rabbia, frustrazione e isolamento in cui il fallimento e la demotivazione vanno ad aggravare lo specifico disturbo di apprendimento. Ed ecco che la diagnosi, in questi casi, può essere un ottimo punto di partenza perché il bambino riceva il sostegno adeguato. Ma attenzione: parliamo di punto di partenza e non di arrivo.

board-953153_960_720Se pensiamo che esiste un continuum che va da un polo di “normalità” verso un polo “patologico” dobbiamo chiederci se la valutazione che conduce a una diagnosi di Dsa e ha una certificazione abbia o meno un fondamento scientifico. Molti ricercatori ed esperti in materia, ad esempio, sottolineano come la somministrazione di una batteria di test non sia sufficiente: fattori individuali, eventi di vita, relazioni di attaccamento, sostegno degli adulti, contesto scolastico, devono essere indagati e non possono essere esclusi dal quadro diagnostico. Questa visione più ampia, multifattoriale e attenta alle numerose variabili in gioco, deve riguardare anche i percorsi di aiuto e cura. Come possono bastare gli strumenti compensativi e le misure dispensative? Sono un inizio importante, certo, ma sono troppo centrati sugli aspetti cognitivi del disturbo, sull’apprendimento e sul contesto scolastico, trascurando quelle difficoltà emotive e relazionali che inevitabilmente si associano ai DSA.

Oltre al problema dell’importanza e della centralità di una diagnosi seria e rigorosa, che non si riduca a una batteria di test depersonalizzanti e tra l’altro costosissimi per le famiglie (visto che l’accesso ai centri pubblici richiede spesso attese di parecchi mesi), c’è quello ancora più insidioso dell’utilizzo improprio di queste diagnosi. Perché per molti genitori e purtroppo anche per molti insegnanti la diagnosi è vista come una facile soluzione che solleva dalle responsabilità di mettere in discussione, magari, un metodo educativo e didattico troppo standardizzato e depersonalizzante oppure una relazione ambivalente con il genitore che magari, in preda all’ansia, scarica sul bambino la responsabilità dei suoi “insuccessi”. Mentre fioriscono centri per la diagnosi e il trattamento e farmaci che promettono guarigioni miracolose.

Il rischio da evitare, quindi, è quello di usare la malattia come scusa e di vedere la diagnosi come via di fuga dalla responsabilità. Non basta che un bambino vada male a scuola perché si tratti di Dsa: non si devono confondere delle difficoltà didattiche o di relazione con un disturbo, peraltro complesso e difficile da diagnosticare. Si rischia di etichettare un bambino o una bambina e di farli sentire diversi dai loro coetanei, magari incapaci rispetto ai compagni perché magari hanno modalità leggermente diverse nell’apprendimento o perché necessitano di un maggiore ascolto da parte di genitori e insegnanti.

Il supporto costante di genitori e insegnanti, le parole di incoraggiamento, la fiducia, la rassicurazione sono, come sempre, gli ingredienti più preziosi, capaci di riscrivere in positivo la storia di un bambino. Di quello che ha delle difficoltà facilmente superabili con un’attenta osservazione e cura da parte di genitori e insegnanti e di quello che ha una diagnosi di Dsa. Perché, in caso contrario, la certificazione rischia di trasformarsi in una etichetta che, anziché aiutare, si attacca al bambino e lo definisce. Intrappolandolo. Privandolo di possibilità e di speranza.

(in collaborazione con la dottoressa Barbara Forresi, psicologa e psicoterapeuta)

Ultimi commenti (25)
  • elsam |

    Insegno da quasi 30 anni e sono meravigliata dalla superficialità con cui viene trattato l’argomento da parte di chi non ha esperienza, formazione e preparazione su questi problemi, come appunto i docenti. E’ il nostro mestiere, siamo abilitati a svolgerlo e ci aggiorniamo continuamente. Ormai tutti si arrogano il diritto di pretendere che a scuola i docenti siano esecutori di dettami didattici imposti da medici, logopedisti o psicologi. Se i Disturbi Specifici di Apprendimento sono una “malattia” (altrimenti non occorrerebbe una diagnosi stilata da medici) allora dovrebbe essere affrontata come tale: quindi chi ne è “affetto” deve avere diritto al sostegno e alla 104. Non è realisticamente possibile attuare davvero nelle scuole percorsi personalizzati e alla fine si è costretti ad applicare solo le misure dispensative che di fatto accentuano e aggravano il problema (se c’è davvero) o spingono genitori e alunni verso un tunnel dal quale sarà difficile uscire se la diagnosi (come spesso accade) non è fondata.
    L’intelligenza, la volontà, le attitudini, le capacità sono variamente distribuite nella popolazione, come l’altezza, il colore dei capelli, il temperamento. NON SIAMO TUTTI UGUALI e quindi anche scolasticamente ci sono alunni più capaci e meno capaci. Le difficoltà di apprendimento sono solo in minima parte attribuibili ai Disturbi Specifici di Apprendimento che, ripeto, andrebbero trattati come malattia e non come “caratteristica neurobiologica” , definizione che non vuol dire nulla.
    Le diagnosi presso le AUSL sono necessariamente incomplete perché questi presunti “disturbi” (dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia) vengono accertati attraverso test, molti dei quali gestiti da software (come ad esempio GIADA di Erikson). Ai docenti (che pure conoscono i ragazzi e trascorrono con loro centinaia di ore all’anno) non resta che accettare il responso, esattamente come se fosse un’influenza o una appendicite. Nei centri privati (ai quali ci si può rivolgere per avere diagnosi valide ai fini della certificazione solo in alcune regioni ) spesso si lucra sul problema e i ragazzi vengono avviati a costose e lunghe sedute di logopedia o affiancati da tutor per l’esecuzione dei compiti.
    I “veri” DSA sono molto meno numerosi di quelli realmente certificati e il mio consiglio di insegnante non è quello di farli lavorare meno, ma , se occorre, di più, con metodologie diverse da attuarsi a casa. Nella mia lunga esperienza di docente ho avuto solo due casi “veri” di dislessia e in entrambi i genitori non hanno voluto certificarli. Con grande sacrifico e passione li seguivano nei compiti, inventandosi anche con i nostri consigli strategie di studio e di lavoro ma consapevoli che i loro figli dovessero impegnarsi più degli altri.
    Molti genitori al contrario fanno di tutto affinchè sia stilata una diagnosi di DSA che sollevi loro per primi e poi i figli da un impegno pomeridiano che non vogliono accollarsi e non accettano che le difficoltà dei loro figli possano ricondursi semplicemente a scarsa volontà, mancanza di una metodo di studio, preparazione di base carente o a scarsa attitudine per lo studio. Esiste anche questa possibilità

  • Alessandro PRISCIANDARO |

    La scuola deve essere messa in grado di aiutare tutti i bambini, senza etichettarli.

  • Liliana Brezoi |

    Dove si fa questa valutazione ..per il disturbo dell’apprendimento ? Io sono di Roma , grazie !

  • silvana |

    Perche ‘ non si conoscevano questi disturbi e si consideravano i bambini semplicemente asini! E non c ‘erano tutti questi vaccini che per quanto tentino di negare l’evidenza in realta’ incidono eccome!

  • Francesco Toro |

    Potrebbe esistere una correlazione tra l’aumento del disturbo e l’aumento delle separazioni nelle famiglie? Io penso…si, potrebbe esserci un legame. Lo scombussolamento psicologico in bambini in eta’ prescolare o di primo grado che provoca un trauma del genere e’ proprio enorme. Ma troppi genitori oggi si lasciano con estrema leggerezza per il proprio egoismo. La societa’ sta cambiando in peggio e questo continua perche’ e’ stato sdoganato il concetto che i figli contano meno dei sentimenti, seppure tanti si riempiano la bocca di “bambini che devono essere tutelati al massimo” con questo o quell’altro provvedimento che in definitiva non gli restituira’ la serenita’ della famiglia unita.

  • Angela |

    Rispondo alla signora Teresa: Questa patologia è stata presa in considerazione esattamente nell’anno 1956 da un medico Tedesco. Come può dire che queste patologie non esistevano? Lei è certa? Quanti bambini venivano bocciati ed eclissati davanti ai compagni? Messi dietro la lavagna, o esclusi? Derisi e umiliati ? E quanti hanno ripetuto lo stesso corso scolastico per più anni? Quanti facevano i bulli terrorizzando “i bravi della classe’? Ed il bullismo,realmente qualè è la scintilla che lo enfatizza? Credo, che sono stati pochi gli, insegnanti, di ieri e di oggi, che si siano accorti di questi grandi problemi, anche ,perche ‘ costa molta, troppa, fatica insegnare ad un dislessico.

  • Rosangela |

    Se un bimbo e’ sordo , non sente anche quando lo chiami x giocare……,,

  • Claudia |

    Consiglio la lettura di uno dei libri-inchiesta più ben scritti e completi sull’argomento: “Salviamo Gian Burrasca” del giornalista Luca Poma, portavoce della campagna “Giù le mani dai bambini” (Terra Nuova Edizioni): http://www.terranuovalibri.it/libro/dettaglio/luca-poma/salviamo-gian-burrasca-9788866812753-236169.html

  • teresa |

    Anziché curare i bambini si dovrebbero aiutare i genitori e in particolare le madri ad essere pronte prima di scegliere di avere un figlio. Curare le cause e non gli effetti. Come mai tanti bambini di 50 anni fa non soffrivano di questi disturbi?

  • Chiara Di Cristofaro |

    @Vanessa
    Buonasera Vanessa, l’articolo risale a un periodo precedente le ipotesi di revisione della legge. Posto che non sappiamo in che direzione voglia andare questa eventuale modifica al testo, non è nostra intenzione appoggiare o contrastare una particolare legge. Ci interessa poter contribuire al dibattito dal punto di vista culturale e con chi poi le leggi dovrà applicarle, con giudizio, capacità di ascolto, consapevolezza della complessità. Proprio di questa complessità abbiamo voluto dar conto, illustrando – ovviamente senza pretesa di essere esaustive – le varie posizioni sul campo. Ponendoci delle domande, non certo dando delle risposte.