Caro Moccia, la violenza non è un romanzo d’amore

scritto da il 12 Ottobre 2018

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Parlare di violenza contro le donne, denunciare il fenomeno, riflettere, è certo utile. Ma se si fa con le parole sbagliate, forse è meglio lasciar perdere. Perché le parole creano le idee, modellano il pensiero, fanno la differenza. E allora, con le parole serve prestare attenzione, su un tema come questo che riguarda la vita e, purtroppo, la morte.

Per noi giornalisti per esempio esistono delle regole, delle indicazioni precise. Ne abbiamo parlato in maniera dettagliata in un capitolo dell’ebook #Hodettono, ci sono linee guida dettate dall’Ordine dei giornalisti, esiste il Manifesto di Venezia a cui attenersi. Insomma, le indicazioni le abbiamo. Eppure, quante volte abbiamo letto per esempio che un femminicidio è stato “causato” da un “raptus” magari dovuto alla gelosia? Troppe. Quante volte l’uccisione di una donna per mano del partner è stata spiegata, motivata, come alla ricerca di una spiegazione. E’ questa la deformazione inaccettabile del racconto della violenza: portare il lettore a mettersi nei panni dell’assassino, del carnefice e non della vittima.

Come ha fatto uno scrittore, Federico Moccia, dalle pagine romane del Corriere della Sera in un articolo dal titolo “Femminicidio, la cultura dell’amore e del rispetto contro la violenza”. Ora, la prima domanda è perché Moccia, autore di libri che narrano in genere amori adolescenziali, sia considerato un opinionista sulla violenza contro le donne? E, in ogni caso, se di violenza di genere si vuole parlare, va fatto rispettando le vittime e non cercando giustificazioni.

Chiara Cretella, sociologa esperta di violenza di genere si è occupata di questo tema insieme a Inma Sanchez in un libro uscito nel 2014, “Lessico familiare. Per un dizionario ragionato della violenza contro le donne”. Ho chiesto a lei di esaminare il testo di Moccia e di darmi un suo parere.

“Il primo problema – dice Chiara Cretella – lo trovo già nel titolo: va bene la cultura del rispetto, ma il perdono forse riguarda i familiari delle vittime, non l’atto in sé che è imperdonabile”. Il problema delle motivazioni e delle giustificazioni però è quello più evidente: “Già i giornalisti non dovrebbero cercare le ‘cause’ di un atto del genere, perché non sono giudici. Quando raccontiamo un femminicidio, non sappiamo quali sono le ‘motivazioni’ perché non siamo nei panni dell’assassino, nella sua testa”. Con frasi come “era deluso”, “non sapeva perdonare”, “non sapeva dimenticare” o “non si sentiva amato”, “era accecato dalla gelosia” il lettore si identifica più facilmente con l’assassino perché questi sono sentimenti che tutti possiamo provare. “Ma raccontare così un femminicidio è deleterio: significa spostare il focus sulla giustificazione del carnefice, invece di parlare della parte lesa, della donna uccisa, dei figli che sono anche loro vittime”. E’ quello che fa Moccia quando fa l’esempio dell’uomo di una certa età che decide di uccidere la moglie o la compagna di una vita perché la relazione è finita, il progetto di vita è fallito: “la colpevolezza è pari”, dice, perché non hanno saputo vedere le loro mancanze. Questo è non rispettare la vittima, con le parole.

C’è un altro aspetto che fa riflettere: “Moccia parla di cultura dell’amore e della gelosia che impedisce la vita: mi pare però che dai suoi libri emerga proprio un’immagine dell’amore adolescenziale come una catena, come un lucchetto chiuso per l’eternità, la cui chiave va buttata. Si tratta – riflette Chiara Cretella – di un romanticismo estetizzante e idealistico che fa male alla nostra cultura, un’idea di eternità dell’amore ottocentesca, un amore che ha fine solo nella morte. Un’idea, purtroppo, ancora molto attuale soprattutto tra gli adolescenti”, come dimostra l’aumento dei casi di violenza contro le donne in età sempre più bassa. Il punto, nei casi di femminicidio, non è tanto la singola storia, quanto la dimensione sociale del fenomeno, “che giustifica una cultura del possesso, patriarcale, in cui la donna è considerata al pari di un oggetto”.

Bene, quindi, che si parli di violenza di genere, che si sottolinei la gravità di un fenomeno purtroppo strutturale nella nostra società. Ma perché questo sia utile, perché serva a riflettere, perché qualcosa cambi, va fatto con attenzione e cura. Non come nelle pagine di un romanzo rosa.


L’ebook a cura di Alley Oop #HoDettoNo – Come fermare la violenza contro le donne, uscito nel novembre scorso e scaricabile gratuitamente sul sito del Sole 24 Ore, descrive nel dettaglio le proposte del Governo contenute nel piano e lo stato di fatto di risorse e finanziamenti. Nel testo, inoltre, il confronto con gli altri Paesi, le storie di donne che sono riuscite a reagire e gli strumenti da implementare per la lotta contro la violenza sulle donne.copertina

Ultimi commenti (1)
  • Monia Baldacci Balsamello |

    Apprezzo sempre molto la capacità di analisi dei giornalisti de Il Sole. Ma amo anche la realtà dei fatti. Stavolta è stato alzato un polverone secondo me ingiusto. Una di quelle tempeste di odio improvvise che dovrebbero preoccupare tutti noi.
    Esempio di errata interpretazione di un articolo.
    Fare un taglia e cuci del periodo e ridurlo a “Se un uomo di una certa età decide di uccidere la moglie, (…) la loro colpevolezza è pari” (come riportato praticamente da ogni post ricondiviso) stravolge il senso complessivo. Il periodo completo riguardava un’analisi di cosa capita a volte nelle relazioni amorose, non affermava che la colpa di uomo e donna e analoga in un femminicidio.
    È stata da molti estrapolata dal contesto un’unica frase, trasformata poi in titolo e da lì, nei mille passaparola del web, tutto poi è stato snaturato. Un po’ come accade nel gioco del telefono senza fili: il primo inventa una frase e la dice nell’orecchio del suo vicino, il quale la ripete all’orecchio dell’altro e così via, fino in fondo alla fila. L’ultimo dice la frase ad alta voce e nella maggioranza dei casi non corrisponde più a quella iniziale. Ecco. Lo stesso è accaduto stavolta.
    E quando partono le gogne mediatiche, contro chiunque siano rivolte, è periocoloso oltreché dannoso per la causa. Ho letto anch’io l’articolo. E le decodifiche sintattiche che hanno scatenato questo putiferio (spero dovute solo a leggerezza nella lettura e non a malefede), sono state anche strumentalizzate da persone e contesti che si dichiarano in prima linea contro la violenza di genere. Una fiammata di acidità che non capisco e che invece di far bene alla causa del rispetto delle donne, fa esattamente il contrario, ovvero fomenta l’odio e l’incomprensione.
    È oggettivo che il testo sia una condanna completa del femminicidio e che non lo giustifichi in alcun modo. Anzi. Cerca pure di analizzare certe mentalità maschili distorte e malate che portano alla tragedia. Descriverle non vuol dire giustificarle. Moccia ha espresso un passaggio in modo non chiaro e infelice sintatticamente, è vero e nessuno lo nega, ma l’articolo andava letto e interpretato nel suo complesso.
    Ho letto commenti di donne che gli hanno augurato la morte, gli hanno dato del cerebroleso e del demente, una violenza verbale inaudita. Moccia ha anche scritto un articoletto ulteriormente esplicativo, dove chiarisce ciò che era già ovvio, si è scusato pure sul Corriere, ma si è continuato ad attaccare ciecamente.
    So perfettamente che le intenzioni di chi si è indignato sono buone, ma argomenti sensibili come questi non vanno trattati con un astio simile, che poi porta anche a fraintendere completamente un articolo.
    L’onestà intellettuale e il rispetto implicano correttezza. Quella correttezza che impone di non travisare con frasette a effetto per alzare un polverone di visibilità un articolo che passaggio dopo passaggio nei “riportata” è diventato mostruoso.
    Si è scusato (gesto peraltro non così ovvio e comune) e ha chiarito ancora meglio. Che lui abbia usato una sintassi zoppicante a un certo punto è veo e lo ha anche ammesso, ma che si debba intendere che il suo articolo giustifichi il femminicidio dicendo “è colpa anche della donna”, è illogico. E scatena poi la gogna, che è prassi pericolosa.
    Ho visto comunque che alcune donne vittime di violenza hanno ben inteso l’articolo, per fortuna.
    Al di là di argomentazioni e interpretazioni, l’odio non è mai un’opinione e l’etica della comunicazione è fondamentale. Si può dire tutto e non essere d’accordo, ma sempre argomentando i fatti e non astraendosi dal concreto. Leggere quei commenti è stato davvero squallido. E auguro che a nessuno accada mai.
    Un errore di sintassi non può essere preso a pretesto per un attacco simile, vanificando tra l’altro il valore di una presa di posizione antiviolenza.
    Ognuno di noi è guardiano di una sana comunicazione, che passa anche dal contare fino a dieci prima di sparare sentenze inesatte, micce di odio verbale e di errati giudizi.
    Un saluto.