Carriera e figli si può. La storia di Francesca Garcea, cfo di Unilever

scritto da il 20 Settembre 2018

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Vivere la maternità come un momento di serenità durante il quale fare progetti e crescere professionalmente. Per molte (anzi troppe) donne in Italia è ancora un miraggio. Eppure – ma sarebbe meglio dire “fortunatamente – le eccezioni esistono. È questo il caso di Francesca Garcea. Entrata in Unilever 20 anni fa, Francesca è attualmente direttore finanziario per l’Italia della multinazionale anglo-olandese proprietaria di molti marchi nel campo dell’alimentazione, bevande, prodotti per l’igiene e per la casa. Un ruolo a cui Francesca è riuscita ad arrivare anche perché, come spiega lei stessa, “in Unilever la maternità non è qualcosa da tenere nascosto”.

Oggi la branch italiana della multinazionale conta un consiglio di amministrazione composto per il 50% da donne, mentre il 39% delle posizioni manageriali è occupato da professioniste. Un dato che, spiega l’azienda, “si punta a migliorare”, aumentando i nuovi ingressi in azienda di donne (arrivati al 51%) e lavorando anche sulle promozioni alle posizioni manageriale, giunte negli ultimi 3 anni al 53% (contro il 47% di uomini). Si tratta di risultati che l’azienda ha ottenuto anche attraverso la creazione di una serie di strumenti a sostegno della genitorialità. Nel corso degli ultimi anni Unilever ha promosso infatti misure come la presenza di una sala allattamento, l’agile working, il welfare aziendale e iniziative come un servizio di baby sitter. Ma anche la possibilità di accedere a un servizio di “dialogo e programmazione carriera” per futuri genitori attraverso il quale, come spiega l’azienda, ci si prepara “ad affrontare le diverse fasi della vita professionale”.

img_2632Una sfida che ha dovuto affrontare anche Francesca Garcea quando a 30 anni, dopo un’esperienza nella brach olandese della società, ha scelto di tornare in Italia per “creare una famiglia”. “A 30 anni – spiega – dopo tre anni trascorsi a lavorare in Olanda ho iniziato a concentrarmi sulla mia vita privata oltreché sulle mie scelte professionali. Mi sono chiesta cosa volevo fare della mia vita è mi sono risposta che avrei voluto creare una famiglia e quindi ho scelto di tornare in Italia”.

Una scelta che qualche anno dopo ha portato nella sua vita anche due bambine e un nuovo approccio al lavoro. “Nel 2010 sono arrivate le gemelle che hanno dato un passo diverso alla miaa vita professionale. Quando ho scoperto di aspettare due bambine ho detto all’azienda che sarei tornata dopo un periodo un po’ più lungo del normale perché volevo impostare un’organizzazione che poi mi consentisse di tornare al lavoro tranquilla. Molte persone mi hanno detto che ero pazza ma l’azienda, nonostante io già all’epoca ricoprissi un ruolo da dirigente, non ha battuto ciglio quando ho detto che mi sarei assentata per 11 mesi. Non solo, quando sono rientrata mi ha concesso di andare a ricoprire un nuovo ruolo a cui puntavo”.

Tutto il contrario quindi di ciò che, purtroppo, accade a molte professioniste italiane, come spiega la stessa Garcea: “La maternità ancora oggi in Italia viene vissuta come qualcosa da tenere quasi nascosto, come un problema mentre nel mio caso è andata diversamente. C’è inoltre ancora lo stigma secondo il quale chi rientra dalla maternità non riuscirà più a svolgere il suo lavoro come prima. Io, invece, le più belle soddisfazioni in termini di performance le ho avute proprio dopo la maternità. Ho cominciato a eliminare le cose poco utili, a delegare di più e sono diventata ancora più brava nella ricerca dell’efficienza”.

Un’efficienza che si rende necessaria se, come succede a Francesca, si vuole conciliare un lavoro impegnativo con la voglia di trascorrere in famiglia del tempo che sia di qualità. “La mia ricetta si chiama flessibilità. Cerco di tornare sempre a casa non troppo tardi per passare qualche ora con le mie bambine. Dopo di che posso collegarmi di nuovo e lavorare da remoto. Non significa lavorare di meno ma farlo in maniera diversa. E la stessa cosa avviene anche per le persone del mio team. Se mi chiedono di lavorare da casa e garantiscono il rispetto delle scadenze non c’è nessun problema perché non conta dove lavori ma il risultato che porti”.

Raggiungere risultati, ottenere successi è infatti secondo Garcea un obiettivo che si raggiunge solo se i lavoratori e le lavoratrici stanno bene tanto a casa quanto sul luogo di lavoro. “Se ci sono problemi a casa – spiega – le persone non sono tranquille e non lavorano bene. Serve la felicità e la tranquillità per rendere sul lavoro”.

Ultimi commenti (1)
  • FRANCESCO MATRANGA |

    Non mi sorprende il successo di Francesca nel campo lavorativo, una ragazza che già al liceo dimostrava di avere una marcia in più : intelligente , studiosa, brillante,intuitiva. E quando Francesca afferma che non conta il luogo in cui lavori , ma i risultati che raggiungi, o che sono indispensabili “la felicità e la tranquillità per rendere sul lavoro”, dice una sacrosanta verità. L’auspicio è che altre aziende siano di così larghe vedute da consentire alle proprie dipendenti la stessa autonomia avuta da Francesca dalla propria azienda.