
«Gentile Signora, un proverbio dice: “Tutte le strade portano a Roma”. Nella sua opera letteraria, tutte le strade portano al cuore umano». Con queste parole, l’arcivescovo Nathan Söderblom, membro dell’Accademia di Svezia, esprimeva la sua ammirazione per le opere di Grazia Deledda, cogliendone un aspetto fondamentale: la produzione letteraria della scrittrice barbaricina non si limitava semplicemente a raccontare una terra, i suoi abitanti, una società con le sue tensioni e le sue fragilità, ma toccava la dimensione più profonda dell’umano, rendendo sentimenti, emozioni e conflittualità vividi, vivi ed esprimibili. Attraverso la forza espressiva e l’intensità psicologica dei suoi personaggi e dei loro luoghi – al contempo connotati da una dimensione onirica e ancestrale e da una presenza concreta e sostanziale – Deledda elabora una critica incisiva delle convenzioni sociali e delle contraddizioni dell’esistenza umana.
Lo fa innanzitutto mettendo in discussione stereotipi consolidati. È il caso del mito del matriarcato sardo, secondo cui le donne avrebbero tradizionalmente occupato una posizione di centralità e di potere nella società isolana. Le figure femminili dei romanzi deleddiani rivelano le ambiguità di questa rappresentazione: pur ricoprendo ruoli fondamentali nella vita familiare e comunitaria, sono spesso profondamente sole, sottoposte a scelte ineluttabili, soggette a convenzioni sociali che ne limitano la libertà e l’autonomia. Questo divario tra centralità femminile e subordinazione sociale emerge anche nelle riflessioni di Michela Murgia* che, citando le parole di sua nonna, «sas crais de domu ddas porto deu, le chiavi di casa le tengo io», sottolineava la persistenza di un matricentrismo nella realtà isolana, ovvero «una forma più evoluta di patriarcato, scambiato per matriarcato», in cui la donna detiene le chiavi di casa, ma di quella stessa casa è prigioniera.
Anche le donne dei romanzi deleddiani sono spesso prigioniere, dei loro corpi, delle loro comunità, di loro stesse, lacerate da una tensione che trascende la loro individualità e i confini della propria isola, fino ad assumere la portata universale di un dilemma esistenziale. La profondità introspettiva dei suoi personaggi e la trasposizione delle criticità della sua epoca nella dimensione della scrittura rendono Grazia Deledda una visionaria che ha dato forma narrativa a ciò che la critica femminista avrebbe poi tematizzato. Basti pensare, ad esempio, al romanzo Dopo il divorzio del 1902 (di cui è stata pubblicata nel 2022 una nuova edizione, arricchita da materiali inediti, a cura di Giancarlo Porcu per Il Maestrale), che ben si presta ad una rilettura alla luce delle riflessioni della femminista americana Catharine A. MacKinnon sulla presunta neutralità della legge. Oppure si pensi a Cenere, del 1904, in cui la tragica vicenda di Olì rivela come il controllo sociale della sessualità femminile e lo stigma della maternità illegittima possano determinare il destino di una donna, un tema in dialogo con le istanze femministe contemporanee che individuano nel controllo del corpo femminile uno degli elementi attraverso cui il sistema patriarcale dispiega il suo potere, tangibile o intangibile.
Nella ricorrenza del centenario dell’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura, ad oggi l’unica donna italiana ad averlo ricevuto, abbiamo ricordato anche questi aspetti dell’opera deleddiana durante il convegno internazionale Grazia Deledda’s Waves: Networks, Memories and Legacies 100 Years After the Nobel Prize, da noi concepito e organizzato presso il Murray Edwards College dell’Università di Cambridge. Il convegno, a cui è stato conferito l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è stato impreziosito dalla partecipazione degli artisti Alessandro Sanna e Tonka Uzu e dalla proiezione dei film Anime galleggianti di Maria Giménez Cavallo a Cambridge e Quasi Grazia di Peter Marcias a Londra, con la partecipazione dell’attrice Irene Maiorino e dell’attore Jack McEvoy. Queste iniziative hanno contribuito alla rivalutazione della biografia e dell’opera di Grazia Deledda, mettendo in luce l’unicità del suo percorso intellettuale, segnato da una straordinaria forza di volontà e determinazione.
A cent’anni dal Nobel, studiare Grazia Deledda significa anche riscoprire e riconoscere la profondità con cui ha esplorato la condizione femminile, dando voce alle aspirazioni delle donne e ai loro conflitti interiori. Ma non solo. Significa anche cogliere e comprendere appieno la rilevanza di una scrittrice capace di oltrepassare i confini del proprio tempo, rivelandosi straordinariamente attuale sia per il suo che per il nostro presente.
Scritto dalle organizzatrici del Convegno internazionale Grazia Deledda’s Waves: Networks, Memories and Legacies 100 Years After the Nobel Prize 25–26 settembre 2026 | Murray Edwards College, University of Cambridge:
Sara Delmedico (PhD, University of Cambridge) – Adjunct Professor of Methods and Sources for Women’s History – Adjunct Professor of Women’s Movements Worldwide University of Bologna
e
Elena Sottilotta, Research Fellow presso il Murray Edwards College and Affiliated Lecturer in Italian University of Cambridge.
* Intervista in «Donne in Sardegna. Creatività ed espressione di sé», Chronica Mundi, 2022-2023, a cura di Sara Delmedico ed Elena Sottilotta
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com