Minori e reati violenti: cresce l’allarme coltelli e casi di terrorismo giovanile a Napoli

«A 11 anni mi facevo le canne. Da lì a cominciare a spacciare il passo è stato breve» racconta Ibra, 23 anni, detenuto del carcere Due Palazzi di Padova e redattore della rivista Ristretti Orizzonti. Così come Mirko che confessa: «Avevo tanta paura e solo ora riesco a dirlo. Bisogna insegnare ai ragazzi a dire che hanno paura».

Sono due delle testimonianze emerse nel corso della giornata nazionale di studi dal titolo “Punire i giovani”, che si è tenuta il 22 maggio alla casa di reclusione di Padova. Una giornata per chiedersi chi sono i giovani che finiscono in uno dei 17 istituti penali per i minorenni (IPM) o in carcere, ma soprattutto quali sono i percorsi che li portano a commettere reati e come agire per evitarlo, andando oltre gli strumenti repressivi. Fra i relatori Paola Brunese, presidente del Tribunale per i minorenni di Napoli, alle prese con nuovi reati fra i giovanissimi che richiedono nuovi strumenti di intervento. 29 i fascicoli aperti nel 2026 per terrorismo a Napoli e che vede coinvolti minorenni. Non ce n’è traccia negli anni precedenti.

«Aderiscono a ideologie suprematiste, cercano adepti, fabbricano ordigni rudimentali» spiega Brunese. «E’ un fatto nuovo per noi. Questi ragazzi sono attirati dall’idea di sovvertire l’ordine, trasformare tutto e distruggere. Salvo rari casi, non vengono disposte misure cautelari, però si parla con i ragazzi, si cerca di capire come sono arrivati a questo, di farli desistere, si coinvolgono le famiglie, che spesso non si sono accorte di nulla».

E aumentano sempre di più i reati commessi dai minori con i coltelli. Per i quali Paola Brunese ha adottato un protocollo che consente di intervenire con estrema rapidità. «La norma del ’92 consentiva di celebrare i processi con rito direttissimo, a prescindere dall’arresto in flagranza, quando non sono necessarie particolari indagini. Un caso che ben si adatta al sequestro del coltello. Per cui noi siamo in grado di chiamare questi ragazzi in udienza immediatamente, nel giro di un mese, insieme ai genitori. Con il coinvolgimento dei servizi sociali, si cerca di conoscere meglio il contesto familiare. Se verifichiamo che non c’è nulla di particolarmente allarmante, finisce tutto con un provvedimento di indulgenza, altrimenti si interviene. E’ fondamentale intervenire con rapidità. Ricevere anche tre-quattro anni dopo i ragazzi trovati con un coltello non ha senso. E’ troppo tardi: il ragazzo potrebbe essere maturato e non aver più bisogno di interventi, oppure potrebbe già aver commesso un omicidio. Invece con questo protocollo si accende subito un faro sulla sua situazione cercando di prevenire il peggio».

Un protocollo che sta funzionando, assicura Paola Brunese, che però ammette con rammarico che sono tanti i ragazzi che nella zona di Napoli vengono “attenzionati”. La maggior parte è italiana. Quando vengono fermati raccontano di essere usciti col coltello per difendersi. Allora compito del Tribunale per i minorenni è quello di spiegare loro che la difesa si attua in altro modo: non frequentando certe zone, avvertendo i genitori o chiamando le forze dell’ordine.

E hanno spesso un coltello anche le bande di ragazzini sotto i 14 anni, quindi non punibili, che terrorizzano da qualche tempo la città, compiendo vari reati, ci racconta Paola Brunese: «Sono ragazzini che hanno capacità forse maggiori dei loro coetanei di un tempo, perché con internet si aggiornano, acquisiscono conoscenze. Però l’età li rende meno capaci di resistere agli impulsi, alle pulsioni. Basta un niente per commettere azioni che uno più grande non commetterebbe, perché ha maggiori strumenti per ponderare le conseguenze di quello che si fa. In questi casi fare un processo penale è ridicolo, perché comunque siamo di fronte a dei bambini. Se sono pericolosi, nei casi previsti dalla legge, vanno contenuti con misure di sicurezza che però dovrebbero essere applicate in modo adeguato, non buttandoli in una comunità a caso. Andrebbero previsti trattamenti idonei».

Proprio per questo Paola Brunese si sta muovendo per disporre comunità che sappiano gestire le particolari fragilità dei più piccoli. «Ora i tempi per applicare le misure di sicurezza sono molto lunghi. E spesso questi bambini vengono collocati in comunità dove ci sono anche adulti o altre fragilità. Ci vogliono invece psicologi e terapeuti in grado di curare una patologia, quando presente, e di seguire i ragazzi nelle loro specifiche necessità. E deve essere prevista anche una sorveglianza perché spesso i ragazzini non imputabili scappano dalle comunità e non si può fare niente. La legge non ci consente di fare altro».

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