
Il Terzo Settore in Italia vale circa 84 miliardi di euro, pari al 4,5% del Pil, e occupa 949 mila persone (fonte Istat 2025). Eppure, continua a essere percepito più come uno spazio vocazionale che come una reale infrastruttura organizzativa, economica e sociale del Paese. Un paradosso che pesa ancor di più oggi: una fase in cui al non profit viene chiesto di essere sempre più manageriale, trasparente e capace di attrarre competenze altamente qualificate per far fronte alle mutate esigenze del Paese.
Aumento delle disuguaglianze, invecchiamento crescente della popolazione, nuove esigenze di cura richiedono un impegno sempre maggiore alle organizzazioni del terzo settore, ma come si può chiedere al no profit di competere sui talenti se la retribuzione annua lorda media del settore è appena di 13 mila euro (Terzjus report 2025)?
La sfida del non profit
«Le nuove generazioni mostrano un interesse molto più forte verso i temi sociali rispetto al passato. Oggi è spesso il candidato a scegliere l’organizzazione, arrivando ai colloqui molto preparato su ciò che quell’ente rappresenta davvero» osserva Roberto Battaglia, chief operating officer di Fondazione AIRC. Un interesse crescente che però si confronta con una realtà più complessa di quella immaginata.
«Spesso si pensa che lavorare nel Terzo Settore significhi un impiego meno impegnativo e articolato rispetto al mondo profit. Sicuramente la missione si sente, c’è una forte sensibilità ai valori e al senso di comunità, ma le organizzazioni non profit svolgono un lavoro non privo di complessità che si accompagna a livelli retributivi che mediamente, non sono paragonabili a quelli di un’impresa».
E proprio qui si gioca il passaggio decisivo per trasformare il non profit italiano da sistema eroico a sistema strutturato, in cui professionalità elevate possano essere adeguatamente remunerate. «La riforma del Terzo Settore fissa dei limiti retributivi che sono derogabili ad alcune condizioni, ma talvolta prevale la convinzione che investire sul rafforzamento dell’organizzazione sottragga risorse alla missione. Questa visione rischia di diventare un freno strutturale all’impatto complessivo che il non profit può avere nel Paese. L’eroismo non è scalabile» – sottolinea l’esperto.
Oltre la frammentazione
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla frammentazione del sistema: quasi 368 mila enti attivi e 949 mila dipendenti attivi, significa una media di 2,5 collaboratori per ogni realtà. Ma una dimensione così ridotta rende difficile investire in know-how, tecnologie e processi. «Quando si è molto piccoli, non si ha la forza economica per strutturarsi, per questo sarebbe importante ragionare in termini di alleanze e sinergie per condividere servizi e competenze» continua Battaglia, ricordando che anche il non profit oggi è esposto a dinamiche di competitività e reputazione simili a quelle del settore profit.
La generosità dei donatori, infatti, non cresce all’infinito e spesso le organizzazioni, con l’obiettivo di tutelare la propria unicità, fanno fatica a mettere a fattor comune le forze. Inoltre, per costruire una reputazione sana e coerente con la missione, è fondamentale disporre delle giuste professionalità, spesso attratte da realtà profit più strutturate.
Mettere le competenze a sistema
La vera sfida è riuscire ad attivare nuove logiche che valorizzino le competenze presenti nel settore profit, a favore del non profit. Uno dei modelli è quello del “volontariato di competenza”, adottato nel 2025 da 2.950 imprese (dati Unioncamere). Una formula che coinvolge direttamente i professionisti delle aziende, chiamati a donare al non profit, non solo il proprio tempo, ma l’intero bagaglio professionale, tecnico e specialistico per contribuire alla realizzazione di progetti di valore che spesso una realtà del Terzo Settore non ha la forza di lanciare.
Una vera e propria “palestra” per le persone coinvolte e al tempo stesso un trasferimento concreto di conoscenza, di grande aiuto per il non profit. Un modello che può funzionare assicura Battaglia, solo se si basa su fiducia reciproca, apertura e capacità di superare diffidenze culturali.
Contaminazione tra mondi
Accanto a tutto ciò occorre anche considerare che molti ruoli stanno diventando obsoleti o si stanno modificando per effetto dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Perciò, anche nel non profit, oggi non basta più possedere una competenza tecnica specifica: servono curiosità, capacità generative, apertura mentale, disponibilità a superare i confini del proprio mestiere. Le organizzazioni dovranno, di conseguenza, imparare a ripensare gerarchie e modelli tradizionali, rivedendo i ruoli in modo molto più flessibile e adattabile.
In questo scenario, la contaminazione tra profit e non profit è strategica: «Il non profit può insegnare alle imprese semplicità, autenticità e senso di comunità. Il profit può trasferire metodo, pianificazione, capacità strategica e strutturazione delle competenze» – chiarisce l’esperto. Una contaminazione che deve andare oltre la logica della semplice donazione o della giornata simbolica di volontariato aziendale, per basarsi su collaborazioni strutturali e di lungo periodo. «Solo così produrremo un impatto reale, e genereremo nuova attrattività» – conclude Battaglia.
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