Bif&st 2026, a Bari la grande festa del cinema delle donne

Un’immagine, più di tutte, racconta il senso del Bif&st 2026: quella di Claudia Cardinale, in movimento e con una valigia in mano, che guarda verso il mare. È lei il volto simbolo della diciassettesima edizione del Bari International Film&Tv Festival che, omaggiando “La ragazza con la valigia”, dal 21 al 28 marzo ha trasformato il capoluogo pugliese in un crocevia di narrazioni, sguardi e geografie.

Quella figura in transito, sospesa tra partenza e approdo, è diventata la metafora del festival: un cinema che attraversa confini, che si muove tra storie e identità, proprio come le onde del Mediterraneo. Il mare, in questo senso, non è solo sfondo, ma orizzonte narrativo: luogo di passaggi, contaminazioni, incontri.

Un’icona del cinema italiano, ma anche una figura femminile complessa, autonoma, capace di rompere gli stereotipi. Da Cardinale parte il racconto di questa edizione. Non da una dichiarazione programmatica sul cinema delle donne, ma da una scelta visiva e simbolica che restituisce centralità a uno sguardo femminile capace di attraversare epoche e linguaggi.

Il Bif&st, nato nel 2009, si conferma così come uno spazio di incontro tra pubblico e autori, ma anche come osservatorio privilegiato sulle trasformazioni del cinema contemporaneo. E, tra queste trasformazioni, quella del ruolo delle donne – sempre più centrali e protagoniste – è la più evidente.

Irene Maiorino, madrina dell’edizione 2025: «Ogni scelta è politica»

A incarnare questo passaggio è la madrina di questa edizione, Irene Maiorino, che negli ultimi anni ha costruito un percorso coerente attorno a personaggi femminili segnati da forza, complessità e tensione politica. Dalla Lila de “L’amica geniale” alla Grazia Deledda di “Quasi Grazia”, fino alla testimone nel processo Tortora in “Portobello”, Maiorino rivendica una postura precisa: «Ogni scelta è politica». Un modo di intendere il mestiere che passa dal lavorare “a pelle scoperta” sui personaggi, seguendo un’idea di interpretazione che non è mai neutra.

In questo scenario, anche l’omaggio a Claudia Cardinale assume un significato ancora più profondo. «Claudia Cardinale, alla cui memoria ci inchiniamo, è un’icona degli splendori del cinema italiano nelle sue stagioni d’oro – dice Oscar Iarussi, direttore artistico del Bif&st2026 –. Ma anche un simbolo “indomabile”, come la definisce la figlia Claudia Squitieri, del coraggio e della tenacia delle donne». L’iconica attrice, sottolinea il direttore artistico, è «un’incarnazione, senza retorica alcuna, dei fervidi incroci culturali, artistici e sociali tra l’Europa e il Mediterraneo, che ispirano il nostro lavoro al Bif&st».

Le sezioni: il cinema come spazio plurale

La vocazione alla pluralità di sguardi e racconti si riflette nella struttura del programma. Il concorso Meridiana è il cuore internazionale del Bif&st: dodici film dall’area euro-mediterranea che raccontano il Mediterraneo non solo come geografia, ma come spazio politico e culturale attraversato da tensioni, migrazioni, identità in trasformazione. Qui convivono storie diverse, unite da un tratto comune: la centralità dei corpi e delle soggettività. Donne che attraversano conflitti interiori e sociali, come la protagonista di “Nomad Shadow”, costretta a confrontarsi con una terra d’origine da cui è stata lontana per anni, o come le figure femminili di “Sorda”, che ridefinisce maternità e comunicazione in un mondo costruito per chi sente. In altri casi, il racconto si fa più allegorico, ma resta ancorato a una riflessione sull’identità e sull’appartenenza.

Accanto a Meridiana, la sezione Per il cinema italiano restituisce uno spaccato eterogeneo della produzione nazionale, tra fiction e documentario, mentre Frontiere amplia ulteriormente lo sguardo, accogliendo opere che mettono al centro storie di emancipazione, conflitto e autodeterminazione femminile. A completare il programma, insieme a un vasto calendario di eventi speciali, la rassegna Rosso di sera porta al Teatro Petruzzelli le grandi anteprime, trasformando il festival anche in un luogo di visione condivisa e di incontro con il grande pubblico, dove il cinema si fa evento e racconto collettivo. Invece che essere circoscritte a uno spazio tematico, le traiettorie femminili attraversano l’intero impianto del festival, emergendo come una componente strutturale e diffusa del racconto cinematografico contemporaneo.

Nuovi sguardi ampliano le rappresentazioni: «Raccontare le donne è il mio motore»

Il Premio Arte del Cinema, assegnato a protagonisti e protagoniste della scena contemporanea, restituisce con particolare evidenza il ruolo delle donne nel cinema italiano e internazionale. Tra le premiate ci sono Trudie Styler, Valeria Golino, Luisa Ranieri, Kasia Smutniak, Elena Sofia Ricci e Francesca Archibugi: percorsi diversi che, nel loro insieme, raccontano un cambiamento profondo. Styler porta nel cinema internazionale uno sguardo attento alle questioni sociali e civili. Golino rappresenta una delle voci più compiute dell’autorialità femminile contemporanea. Ranieri, invece, interpreta personaggi femminili che rivendicano e mostrano le loro radici, lontane dalle rappresentazioni stereotipate. È proprio l’attrice ad approfondire questo aspetto, parlando di Lolita Lobosco – la vicequestora della Polizia che interpreta nella fiction Rai “Le indagini di Lolita Lobosco” – come «un femminile che in televisione non vedi mai raccontato: Lolita è una donna di oggi con tutte le sue contraddizioni, le sue difficoltà, una donna del Sud, che però guarda verso il futuro, moderna, con tutti i conflitti legati a un certo tipo di cultura come la nostra». Un personaggio che tiene insieme tradizione e cambiamento, autonomia e pressione sociale, restituendo una complessità raramente concessa alle protagoniste televisive.

Accanto a lei, Kasia Smutniak esplicita una posizione che è insieme personale e politica: «Raccontare le donne è il mio motore». Ma nelle sue parole c’è anche qualcosa di più: la consapevolezza che il cinema può e deve contribuire a modificare lo sguardo collettivo. Raccontare le donne, per Smutniak, significa sottrarle a una narrazione univoca, restituire loro ambiguità, forza, fragilità, e soprattutto libertà. È un lavoro che parte dalla scelta dei progetti, ma che si estende alla responsabilità di costruire personaggi che non siano funzionali alla storia degli altri, ma portatori di una propria centralità narrativa.

Un discorso che trova un ulteriore approfondimento nelle parole di Elena Sofia Ricci, premiata e protagonista di un incontro con il pubblico. Parlando del film di cui ha fatto parte, “La farfalla impazzita”, l’attrice lo definisce «un’opera necessaria», capace di mettere in relazione tragedie del passato e presente, «una catastrofe dalla quale sembra che l’uomo non abbia imparato nulla». Ma è soprattutto nel racconto dei personaggi interpretati che emerge il senso del suo lavoro: donne reali, da Rita Levi Montalcini a Francesca Morvillo, Giulia Spizzichino e Veronica Lario, che richiedono uno studio profondo, quasi fisico, dello sguardo e della memoria. «Giulia Spizzichino parlava poco, ho dovuto osservare molto i video, studiare il suo sguardo: lei vedeva quello che raccontava» ha ricordato l’attrice. E ancora, parlando di Veronica Lario in “Loro”, «Quando un grande amore arriva alla fine è sempre doloroso, per tutti». Una riflessione che supera il genere e restituisce un’umanità condivisa, ma che parte da una precisa volontà: dare alle donne una voce complessa, mai ridotta a funzione narrativa.

Il segreto dell’attrice: prendere parola

Questa consapevolezza si estende anche al ciclo “Il segreto dell’attrice”, che al Bif&st è tornato come uno spazio fondamentale di autoriflessione. Non solo racconto del mestiere, ma presa di parola. Curato da Piera Detassis – che ad Alley Oop aveva già spiegato l’esigenza di avere donne in ruoli decisionali per abbattere il soffitto di cristallo nell’industria cinematografica – insieme al direttore artistico Oscar Iarussi, il format mette al centro il dialogo tra interpreti e pubblico, costruendo un racconto stratificato del lavoro attoriale oggi.

A confrontarsi con Detassis sono tre interpreti che rappresentano sensibilità e percorsi diversi del panorama contemporaneo: Maria Chiara Giannetta, volto della serialità più popolare ma anche di nuove produzioni in arrivo tra piattaforme e cinema; Anna Ferzetti, capace di muoversi tra cinema d’autore e teatro, portando sullo schermo e sul palco una ricerca costante; e Tecla Insolia, tra le voci più promettenti della nuova generazione, già la più giovane candidata ai David di Donatello e vincitrice per la sua interpretazione ne “L’arte della gioia”. Un riconoscimento che segna non solo un talento “precoce”, ma una presenza scenica capace di imporsi con autenticità. Nei loro interventi emerge un filo comune: oggi essere attrici significa muoversi in uno spazio più complesso, in cui la costruzione del personaggio si intreccia con una responsabilità più ampia, quella di contribuire a ridefinire lo sguardo. Qui il protagonismo femminile si sposta dal personaggio alla persona. Non più solo interpretazione, ma consapevolezza del proprio ruolo pubblico, della propria voce, della possibilità di incidere sull’immaginario collettivo. Lo dimostrano film diventati successi internazionali come “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, presente al Bif&st proprio nei giorni dell’ultimo appuntamento elettorale: la storia di Delia, tra le donne che per prime votarono nel 1946 e protagonista del suo film, continua a parlare nel presente. Cortellesi, in veste di interprete per la proiezione restaurata de “Il posto dell’anima” di Riccardo Milani, dal palco del festival ha rassicurato il pubblico sul prosieguo del suo lavoro alla regia: «Non è il momento di fare promozione a proposito di qualcosa di cui non si sa ancora nulla – ha detto – Però continuo». Dietro e davanti la macchina da presa, le donne nel cinema continuano a trasformare la differenza in uno spazio di racconto e di visione.

A War on Women: la resistenza delle donne iraniane come racconto politico

Nello sguardo internazionale il Bif&st mostra con maggiore forza il valore politico del racconto femminile. “A War on Women”, della regista iraniana Raha Shirazi, ha aperto il concorso Meridiana.

«Volevo ridefinire il modo in cui viene raccontata l’insurrezione femminile iraniana, non come una rivolta improvvisa, ma come l’esplosione di una resistenza maturata in 40 anni», spiega la regista. Il documentario ricostruisce una genealogia della protesta che passa attraverso gesti quotidiani, immagini clandestine, memorie personali.

Il velo diventa simbolo ambivalente: imposto, ma anche trasformato in segno di libertà quando viene agitato per strada come una bandiera. «Ci sentivamo le donne più potenti del mondo», raccontano le protagoniste. Una frase che restituisce la dimensione emotiva di una rivoluzione che nasce dal corpo e dalla presenza. Ma a questa energia segue la repressione: violenze, arresti, isolamento. Donne trascinate via, private della dignità, trasformate in nemiche dello Stato. Le immagini raccontano una catena di resistenza fatta di storie individuali che diventano collettive: ragazze uccise per aver scelto di essere libere, vite segnate da soprusi, ma anche atti di coraggio che continuano a generare mobilitazione. Il film ricostruisce anche un contesto storico spesso dimenticato: un Iran in cui esisteva un ministero per gli Affari femminili, prima che la rivoluzione del 1979 imponesse una progressiva restrizione dei diritti. «Presto furono imposte le prime restrizioni alle donne, proibiti i jeans, il rossetto, i canti, i balli. E imposto il velo». Da lì, una lunga storia di repressione, esilio e censura. Eppure, ciò che emerge con più forza è la richiesta che attraversa tutto il documentario: che queste storie vengano viste, ascoltate, riconosciute. Che il mondo non si volti dall’altra parte.

Un festival che cambia lo sguardo

Tra l’icona “indomabile” di Claudia Cardinale, le scelte politiche di Irene Maiorino, le parole delle attrici e le storie che arrivano da contesti di conflitto, il Bif&st 2026 restituisce un’immagine chiara: il cinema sta cambiando. Non perché improvvisamente “parla di donne”, ma perché le donne stanno ridefinendo il modo in cui il cinema racconta il mondo. Non presenze accessorie, ma soggetti attivi, capaci di attraversare generi, linguaggi e contesti. È proprio questa la trasformazione più significativa: non la visibilità, ma la centralità.

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