
Il pinguino imperatore è l’esempio per eccellenza di condivisione delle cure parentali in natura: sono infatti i maschi a mantenere al caldo le uova per circa due mesi. Le femmine, dopo la deposizione, affidano l’uovo al compagno e si dirigono verso il mare per nutrirsi. Anche dopo la nascita dei pulcini, i genitori si alternano con turni di pesca e cova.
Un istinto che, lo sappiamo bene, non si riscontra allo stesso modo nei papà italiani, tra i quali si registra ancora molta resistenza all’utilizzo degli strumenti che permetterebbero una maggiore presenza e condivisione dei compiti in famiglia. Le rielaborazioni di Save the Children sui dati INPS hanno confermato che il 35% degli aventi diritto non usufruisce nemmeno dei 10 giorni di paternità cosiddetta “obbligatoria”, che permette di assentarsi dal lavoro con un indennizzo pari al 100% della retribuzione.
Le scelte che incidono sulla sfera professionale per contribuire all’accudimento dei figli sono ancora rare da parte dei padri. Non sono sempre scelte facili per gli uomini, ma quando avvengono possono trasformare le relazioni, supportare il lavoro femminile, costruire una nuova idea di paternità e incidere anche su un’evoluzione, consapevole e virtuosa, dell’identità maschile.
Perché i papà non scelgono il congedo
«Noi pensiamo che sia una combinazione di fattori culturali: c’è una pressione sociale e anche una pressione da parte dei datori di lavoro. Dai dati emerge che i lavoratori che prendono il congedo sono quelli con contratti migliori, assunti a tempo indeterminato, mentre per i precari è più difficile». Angela Di Perna fa parte della community “Papà Pinguino”, che si ispira proprio alla predisposizione di questo animale ad una gestione paritaria dei compiti in famiglia. Dal 2020 svolge attività di sensibilizzazione attraverso incontri e diffusione di contenuti sui social. L’obiettivo dichiarato della campagna è l’istituzione di una forma di congedo paritario. C’è delusione – ma una sorpresa – per la recente bocciatura della proposta di legge delle opposizioni in merito. Il gruppo intende comunque proseguire nel percorso intrapreso.
La proposta prevedeva di portare a 5 mesi i 10 giorni attuali di paternità obbligatoria. Il 24 febbraio scorso, proprio nel giorno in cui veniva fermata dalla commissione Bilancio della Camera, l’Inps presentava il terzo Rendiconto di genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza. I dati, ancora una volta, scattano una fotografia chiara e che ben conosciamo: in Italia le donne, che continuano a sostenere gran parte del lavoro di cura, hanno un livello di istruzione più elevato che poi non si rispecchia nel numero di assunzioni stabili e posizioni apicali. I loro stipendi sono in media di oltre il 25% più bassi.
Le aspettative delle donne
Un cambiamento culturale, per Di Perna, è più necessario che mai ed è in atto. «La situazione è già completamente diversa rispetto anche a quella in cui siamo cresciuti. Noi donne in particolare ci aspettiamo una condivisione del carico di lavoro e anche delle responsabilità. Ci aspettiamo anche che la gioia di prendersi questo impegno sia molto più condivisa e, appunto, paritaria». Nata come gruppo informale e poi diventata associazione, “Papà Pinguino” è formata da trentenni, uomini e donne, che non sono ancora genitori, ma che guardando in prospettiva hanno sentito la necessità di mobilitarsi.
«Noi donne in particolare sappiamo già che in tante occasioni potremmo essere discriminate per le nostre maternità, in futuro, nel mondo del lavoro. Vogliamo, però, anche affermare che ci sono delle nuove madri e anche dei nuovi padri: vogliamo ridisegnare questi equilibri» aggiunge Di Perna.
Congedi parentali, anche all’80%, ancora poco usati dagli uomini
Resta elevato, si legge sempre nel Rendiconto Inps, anche il gap nella fruizione dei congedi conosciuti come “facoltativi”, che permettono anche ai padri di assentarsi dal lavoro per la cura dei figli: 15,4 milioni di giornate utilizzate dalle donne nel 2024, contro appena 2,8 milioni degli uomini. Il differente trattamento salariale pesa anche in questo caso generando un circolo vizioso, perché la percentuale di indennizzo prevista – il 30% della retribuzione – non incoraggia certo la famiglia a sacrificare quella che, verosimilmente, è la sua entrata più consistente.
Il Rapporto Inps 2025 analizza gli effetti delle leggi di bilancio 2022 e 2023, che avevano portato rispettivamente a uno e a due i mesi di congedo parentale indennizzati all’80%, per i nuovi nati, prima che l’aumento venisse esteso e reso strutturale anche per il terzo mese dalle manovre successive.
L’incremento sembra avere un effetto anche sulla partecipazione degli uomini: tra i padri, la quota di chi ne fa ricorso durante i primi due anni del figlio sale dal 5 al 7%, ma il divario resta ancora molto ampio: per i nati negli stessi anni, a inserire periodi di congedo entro i 24 mesi di vita è stato infatti il 60,5% delle madri.
Lo smart working non è solo “per le donne”
Tra gli strumenti che stanno consentendo ai genitori di non rinunciare ai percorsi di carriera trovando nuove forme di organizzazione e di cooperazione c’è anche il lavoro agile. «Dalla pandemia in poi ha consentito a un numero crescente di padri di essere presenti e trovare maggiore pienezza nel ruolo genitoriale. Ho sempre contestato la narrazione che lo identifica come uno strumento declinato al femminile» sottolinea Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. «È un modello che piace in egual misura a donne e uomini, cambia semmai come questo viene recepito in termini di risposta al bisogno di cura. Dalle donne emerge maggiormente la difficoltà nel conciliare il lavoro e la vita personale, che porta in molti casi alla scelta di cambiare lavoro, cercando questa dimensione».
I dati più recenti raccolti dall’Osservatorio evidenziano che il 23% di chi lavora in modalità agile dichiara di “stare bene”, più del doppio di chi lavora solo da remoto e del triplo dei lavoratori in presenza. «Non dobbiamo identificarlo con un lavoro che si svolge totalmente da casa, questo sarebbe un messaggio sbagliato», ci tiene a precisare Corso, «perché il valore viene percepito non tanto nel luogo, quanto nella flessibilità dell’orario, nella possibilità di organizzare il proprio tempo guardando al raggiungimento di un obiettivo». Uno schema orientato all’autonomia e alla meritocrazia che si contrappone a quello del presenzialismo, «il modello novecentesco che ti porta a dover uscire dopo il tuo capo, fermandoti in ufficio anche se non hai nulla da fare. Toglieva il senso della famiglia e della genitorialità, innanzitutto ai padri».
Rompere gli schemi del maschile
«Difficilmente se si ha una posizione di potere si cerca un cambiamento e l’identità degli uomini è molto collegata al lavoro. Credo che molti uomini entrino in una crisi profonda all’idea di sacrificare un percorso di carriera, è stato così anche per me», racconta Davide Bertolino, che oggi è presidente dell’associazione Cerchio degli Uomini, ma un po’ di anni fa ha scelto di lasciare una carriera promettente in azienda per fare l’insegnante e poter essere più presente con i suoi figli. Cerchio degli Uomini è nata nel 1999 a Torino con l’obiettivo di interrogarsi, dal punto di vista maschile, a partire dai cambiamenti messi in atto dal femminismo. Gli incontri si svolgono con un metodo che prevede la condivisione di esperienze personali in un contesto di riservatezza e sospensione del giudizio.
Tra le tante attività, svolge anche – in collaborazione con alcune amministrazioni comunali in diverse parti d’Italia – incontri gratuiti di condivisione e sostegno rivolti ai neo-papà, con figli e figlie nei primi due anni di vita. «Capita ancora di sentire l’uomo che “aiuta” la donna a lavare i piatti, e allora serve ragionare sul fatto che non è così, noi uomini non siamo chiamati ad “aiutare”, ma ad affrontare la cura dei figli in modo puntuale e continuativo, il che è un impegno enorme, dal punto di vista fisico ed emotivo».
Paternità senza aggettivi
«Nel secolo scorso l’uomo portava a casa lo stipendio, pagava le bollette, poi se c’era un figlio un po’ agitato la sera era lui a somministrare le punizioni. Oggi le trasformazioni sono in corso, sono evidenti. Basta andare ad un giardinetto alle quattro di pomeriggio e vedremo uno scenario diverso». Anche Andrea Santoro, counselor specializzato in tematiche di genere e trasformazioni della cultura maschile, facilita i cerchi di condivisione per neo papà di Cerchio degli Uomini.
Tra gli elementi che favoriscono il percorso dei padri di oggi cita anche la trasformazione dell’economia e la maggiore flessibilità dei lavori: «La rivoluzione sociale a cui assistiamo è un graduale, lento e sicuramente anche faticoso, ma progressivamente inesorabile ingresso dell’uomo nel contesto domestico, proprio per fornire del lavoro di cura e instaurare un dialogo con le aspettative delle nostre partner, delle donne».
Non manca, anche in questi casi, il rischio di riproporre antichi retaggi, mette in guardia Santoro: «cerchiamo di evitare che l’uomo, anche come papà, entri nel contesto familiare portandosi dietro logiche di prevaricazione, per intenderci “ecco, meno male che sono arrivato io. Lascia che ti spieghi come si fa”. Queste dinamiche possono presentarsi. Cerchiamo invece di aiutare il buono». Un “buono” che individua anche nel desiderio di specializzarsi, imparare, nei papà che vengono agli incontri col marsupio, la fascia, si organizzano per dare da mangiare. Infine, c’è un buon proposito, che ci consegna, per questa festa del papà: quello di non cercare più aggettivi per definirli. «Smettiamo di definire il ruolo paterno. Si sente parlare di paternità presente, paternità impegnata, paternità accudente. Come se la paternità in sé non fosse abbastanza».
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