Gino Cecchettin: quello che ho imparato dai giovani per combattere la violenza sulle donne

Giulia Cecchettin

Non avrei mai immaginato che, dopo tutto quello che è successo, mi sarei trovato così spesso davanti a una lavagna, in piedi in un’aula, circondato da ragazzi e ragazze che potrebbero avere l’età di mia figlia.

All’inizio avevo paura. Paura di entrare in quelle classi portandomi dietro un dolore troppo grande. Paura di trovare silenzio, distanza, imbarazzo. Invece ho trovato sguardi attenti. Mani alzate. Domande dirette. E, soprattutto, un bisogno enorme di essere ascoltati.
Nei primi incontri i ragazzi erano timidi. Mi guardavano come si guarda un adulto che arriva da lontano, con una storia troppo pesante. C’era rispetto, ma anche una certa rigidità. Parlavo io, loro ascoltavano.

Poi qualcosa è cambiato.

Col tempo hanno iniziato a raccontarsi. A parlare delle loro relazioni, delle prime gelosie, delle paure di non essere abbastanza, del bisogno di sentirsi visti. Alcuni mi hanno detto che fanno fatica a riconoscere le emozioni. Altri che non sanno come gestire un rifiuto. Qualcuno ha confessato di aver controllato il telefono della propria ragazza o del proprio ragazzo, «senza pensarci troppo». Qualcuna ha detto che certe attenzioni la fanno sentire importante, anche quando la fanno stare male.

Ho capito che non sono indifferenti. Sono confusi.

Vivono immersi in messaggi contrastanti: da una parte si parla di rispetto, dall’altra continuano a ricevere modelli di possesso, dominio, stereotipi. Crescono tra social, serie TV, pubblicità che raccontano l’amore come controllo e la forza come sopraffazione. E nessuno insegna loro davvero come si costruisce una relazione sana.

Quello che vedo oggi è diverso dai primi mesi. Ora entrano in dialogo. Mi interrompono. Mi fanno esempi concreti. Mi chiedono: «Ma allora è normale provare gelosia?», «Come si fa ad accettare un no?», «Come capisci se stai sbagliando?». Non cercano risposte perfette. Cercano parole. Cercano strumenti.

E io, ogni volta, imparo più di quanto insegni.

Ho imparato che i ragazzi non hanno bisogno di prediche. Hanno bisogno di adulti presenti. Di spazi sicuri in cui poter dire: ho paura, sono arrabbiato, mi sento perso. Hanno bisogno che qualcuno dica loro che amare non significa possedere. Che il consenso non è un dettaglio. Che il rispetto non è debolezza.
Raccolgo storie di fragilità, ma anche di desiderio di cambiamento. Sogni semplici: relazioni vere, libertà di essere sé stessi, un futuro in cui non dover dimostrare continuamente qualcosa. Molti vogliono studiare, viaggiare, costruirsi una vita diversa da quella che vedono intorno. Ma hanno anche una grande paura di fallire, di non essere all’altezza, di restare soli.

In questi mesi ho imparato un’altra cosa: la prevenzione della violenza non inizia nei tribunali. Inizia nelle classi. Inizia quando un ragazzo capisce che può chiedere aiuto. Quando una ragazza smette di sentirsi in colpa per un no. Quando un gruppo impara a non ridere di una battuta sessista.

E ho capito che non esistono spettatori neutrali.

Ogni adulto che entra in una scuola lascia un segno. Ogni silenzio è un messaggio. Ogni parola può ferire o curare.
Guardando indietro nel tempo, penso che il vero cambiamento non sta solo nelle leggi o nelle statistiche. Sta nelle conversazioni che iniziano. Sta nei ragazzi che trovano il coraggio di fare una domanda in più. Sta negli insegnanti che aprono spazi di ascolto. Sta negli adulti che smettono di voltarsi dall’altra parte.
Io continuo a entrare nelle classi pensando a Giulia. E continuo a uscire portandomi dietro i volti di questi ragazzi. È a loro che dobbiamo il nostro impegno più grande.

Perché il futuro non è un’idea astratta. Ha già un volto. Ed è seduto nei banchi.

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