Dieci anni di donne ai vertici della politica e delle imprese

«Cosa succede quando le donne guidano il mondo?», si chiedeva il World economic forum (Wef) poche settimane prima della fine del 2016, in un articolo significativamente intitolato “Un punto di svolta mancato: le donne nella leadership globale”.

In quei giorni si consumava la sconfitta di Hillary Clinton, prima candidata alla presidenza statunitense. All’epoca, la sua corsa alla Casa Bianca aveva alimentato la speranza che si stesse realizzando un cambio di passo. E che, se si fosse rotto il tabù del potere nella maggiore potenza mondiale, si sarebbe (ri)lanciata la corsa verso la parità ai vertici.

Solo qualche mese prima, il quotidiano online Politico scriveva: «Immaginiamo i principali attori (dell’anno). Tra i maggiori candidati per la posizione di Segretario generale delle Nazioni unite per il 2017 ci sono molte donne. Se una di loro verrà scelta, si unirà a una direttrice generale del Fondo monetario internazionale e a una direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della salute. (Theresa) May e (Angela) Merkel si troveranno sul palcoscenico internazionale insieme alle presidenti e premier di Cile, Norvegia e Corea del Sud, tra gli altri Paesi. E – se Hillary Clinton riuscirà a vincere questo autunno – degli Stati Uniti».

Continuava poi il giornale chiedendosi, se, per quanto con numeri bassissimi, sarebbe stato quello “l’anno delle donne?”. Si può «festeggiare a ragione – continuava – questa pietra miliare. Che sarà però un promemoria della lunga strada che abbiamo ancora da fare».

Come ben sappiamo, nessuna delle previsioni si è avverata. E il momentum che sembrava stesse portando a una nuova giocata, si è raffreddato.

Certo, in questi dieci anni hanno continuato a crescere le percentuali delle professioniste ai vertici nelle imprese, dove si sono registrati alcuni record in Europa e negli Stati Uniti, come nelle istituzioni internazionali. Pensiamo solo al fermento attorno alla scadenza del mandato di António Guterres, a capo delle Nazioni Unite, fino a dicembre di quest’anno: è lunga la lista dei nomi di potenziali candidate per sostituirlo e portare alla prima segretaria generale dell’organizzazione. Oppure ai primati di una manciata di nazioni che negli ultimi anni hanno eletto le loro prime premier (come l’Italia).

Allo stesso tempo però, molti indicatori segnalano un rallentamento del progresso generale, che comunque, già dieci anni fa, andava a passo di lumaca.

Cosa è cambiato e cosa non ancora

Indubbiamente in questo decennio il percorso verso la parità di genere è evoluto. Abbiamo una coscienza e un vocabolario condiviso sempre più ricchi. Vediamo aziende più pronte a cercare le migliori candidate per i loro board – attenzione che, tra l’altro, ha portato ad alzare il livello di tutti i profili considerati per le posizioni aperte. Inoltre, oggi, le stesse leader o aspiranti tali sono preparate, coscienti del loro valore e decise nel conquistarsi gli spazi.

Insomma, che sia a seguito di imposizioni iniziali o per un parziale cambiamento culturale, sono evolute certe condizioni ed è cresciuta la “massa critica” di quante possono arrivare a occupare ruoli di potere.

Resta ancora innegabilmente però quanto restiamo lontani dall’equilibrio di genere ai vertici. E, per quanto migliorato, non si è livellato completamente il percorso delle carriera per le donne. Nemmeno con l’avvicinarsi della soglia del 2030, traguardo fissato dalla Dichiarazione di Pechino per una partecipazione bilanciata e una divisione equa del potere tra uomini e donne.

Cosa è cambiato quindi in dieci anni per la leadership femmine? E dove siamo arrivati oggi?

Alla guida dei Paesi

Pariamo guardando ai vertici della politica.

Nel 2016 la media di donne elette nei parlamenti nazionali registrata dall’Unione interparlamentare (Ipu, Inter-Parliamentary Union, dal nome inglese dell’organizzazione globale dei parlamentari), era del 23,3%. In crescita lievissima rispetto all’anno precedente. Ma significativamente più alta del 16,8% registrato nel 2006 o dell’11% del 1995.

Se, inoltre, a dicembre di dieci anni fa, in 44 assemblee nazionali le parlamentari erano meno del dieci per cento, erano almeno il 30% in 68 Paesi (il 25% del totale). E a livello globale, erano 53 (il 19,1%) le Speakers of Parliament – cariche corrispondenti, per esempio, al presidente di Camera e Senato in Italia.

Nonostante queste premesse, non abbiamo ancora assistito per il momento a una trasformazione consistente. La stessa Ipu indicava, intanto che nemmeno nel 2024, anno dei record storici per numero di elezioni e di elettori chiamati alle urne in tutto il mondo, si è verificato lo sperato cambio dei numeri della partecipazione femminile al potere politico. Oggi, stando alle ultime rilevazioni dell’organizzazione, a livello mondiale le parlamentari coprono il 27,2% dei posti a disposizione.

Inoltre, se in sette Paesi le assemblee conoscono almeno l’equilibrio di genere (dove cioè le elette sono il 50% o più) e altri 21 hanno raggiunto o superato il 40% di seggi occupati da donne, sono 21 anche le nazioni in cui la partecipazione femminile è sotto il 10%. In tre Paesi le camere basse (cioè i corrispettivi della camera dei deputati in Italia o la House of Common nel Regno Unito) sono totalmente al maschile.

Tra l’altro, dalle ultime rilevazioni disponibili, sono solo 54 le presidenti di una delle Camere dei 189 parlamenti considerati (di cui 81 bicamerali). Cioè  il 20% dei posti totali, una sola donna in più rispetto a dieci anni fa.

A voler essere precisi, stiamo vivendo più uno stallo che – almeno per ora – un regresso generale. Ma facilmente, soprattutto se dal livello mondiale passiamo a considerare la situazione nei diversi Stati o aree del mondo, le poche storie di successo sono affiancate da difficoltà continue e attacchi diretti alla partecipazione delle donne. Questo nonostante sempre più evidenze dimostrino che una maggiore presenza femminile nei processi decisionali degli Stati migliora la qualità delle politiche adottate.

Per quanto non stiamo (ancora) andando all’indietro, comunque procedendo a questo ritmo, secondo le prospettive riportate dalle Nazioni unite, la parità di genere ai massimi livelli del potere politico si raggiungerà solo tra 130 anni.

Nelle imprese

Se resta limitato il cambiamento nella politica, anche ai vertici delle imprese le donne rimangono una minoranza. Premettiamo: nel mondo del lavoro è avvenuta negli anni una crescita importante sia del numero di quelle alla guida di team di lavoro, che le professioniste pronte a occupare posizioni manageriali o gestire gli sviluppi delle organizzazioni.

Ma evidentemente per loro restano rotti i gradini della scala verso il top.
E alcune scelte recenti mandano segnali di una parziale retromarcia nell’impegno per una maggiore presenza femminile ai piani alti delle aziende.

A inizio anno, proprio su queste pagine, segnalavamo come negli Stati Uniti sia riemersa la tendenza a preferire profili maschili al momento di aggiornare i board. E ricordavamo che in Europa, dove nel 2025 si è scritto certo un record storico di nuove ceo nelle aziende Fortune 500, siamo davanti a un timidissimo passo avanti che ha portato a 38 le donne alla guida di una delle 500 più grandi imprese nel continente. Questa percentuale “da primato”, tra l’altro, corrisponde solo al 7,6% del totale. E inoltre è già destinata a scendere a breve sotto il 6,8%.

Sul decennio, quindi da una parte siamo ancora di fronte a numeri bassissimi. E dall’altra la crescita continua a muoversi a passo glaciale. Riportava il World economic forum alla fine dell’estate 2016, come erano (già) il 4% le donne alla guida di una dell’indice S&P Euro 350, che rappresentava all’epoca circa il 70% del mercato azionario europeo per capitalizzazione.

Non solo le ceo

Oltre a restare bassissimo il numero di amministratrici delegate nelle maggiori imprese del mondo, oggi come un decennio fa non spiccano né spiccavano le percentuali di quelle che occupano posizioni c-suit (cioè, per esempio, Ceo, Cfo, o Cto).

A fine 2016, il Women in the Workplace di McKinsey e LeanIn indicava che nelle aziende americane «le donne sono sotto rappresentate a ogni livello delle carriere nel aziende. Al momento in cui raggiungono le posizioni di vice-presidenti senior, occupano il 21% di queste posizioni». E scendevano poi al 19% tra i chief financial officer (Cfo) o chief operational officer (Coo).

Dieci anni dopo, l’edizione corrente dello stesso report conferma le sue considerazioni e indica una situazione evoluta solo leggermente. Oggi le senior vice-president sono il 32%, e le professioniste con una posizione c-level arrivano al 29% .

Presenza femminile nelle aziende (Women in the workplace, McKinsey)

A dettagliare ulteriormente la situazione per le donne leader, arrivano anche i numeri dell’ultimo report LinkedIn sullo stato di salute della leadership femminile in 74 Paesi del mondo. La crescita registrata in dieci anni ha visto le professioniste passare dall’occupare dal 27,9% di tutte le posizioni c-suitsenior vice president, al 30,6%. Un progresso lento che è, inoltre, in stallo dal 2022. Se infatti a partire dal 2015 le spinte in avanti sono state di 0,4 punti percentuali all’anno, negli ultimi tre anni queste percentuali di crescita, comunque minime, si sono addirittura dimezzate.

Quanti decenni dobbiamo ancora aspettare?

Si leggeva sulle pagine online del World economic forum nal novembre 2016:

«Quando il mondo raggiungerà finalmente il punto in cui le donne non saranno più una rarità ai tavoli del potere, quando il loro numero raggiungerà un punto di svolta, le loro voci saranno ascoltate in modo diverso e le loro opinioni avranno più peso tra gli uomini che le circondano».

Se dieci anni fa sembrava si fosse arrivati più vicini che mai a quel punto di svolta, nel 2026, nonostante tutti gli sforzi e gli indubbi avanzamenti, rimane valida la constatazione con cui si chiudeva l’articolo del Wef. «Dovremo aspettare ancora decenni per vedere cosa succederà» quando raggiungeremo quel traguardo.


* Se era stata mal digerita all’inizio la legge italiana Golfo-Mosca del 2011, sono nate in un clima più pronto le direttive europee per le quote di genere. E  quella per la trasparenza salariale che entrerà in vigore a giugno.

** Si tratta del Rwanda con il 64%. Seguito da Cuba (56%), Nicaragua (55%), Bolivia (50,8%), Andorra, Messico e Emirati Arabi Uniti (tutte e tre al 50%).

*** Questa quota è relativa al 2017. Nel 2016 erano il 24%.

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