
Mentre a Funchal, in Portogallo, le azzurre si classificavano in quarta posizione ai campionati europei di pallanuoto femminile, a Parma c’è chi si divide tra libri e vasche. Quello tra cui le giovani atlete della Serie A2 si giostrano è un delicato equilibrio tra lavoro, allenamenti e studio universitario: un’utopia fino a qualche anni fa, ma che oggi è diventata realtà grazie alla Dual Career. L’iniziativa, a cui aderiscono tra gli altri enti l’Università di Parma e lo sport center di Parma, apre le porte aa una nuova consapevolezza: con un percorso strutturato, gli atleti possono studiare, laurearsi e costruirsi un futuro senza dover scegliere tra sport e studio.
Il progetto Dual Career
Nata dall’approvazione delle linee guida della Commissione Europea nel 2012 e recepita in Italia nel 2016 con la firma del protocollo di intesa Miur, Coni, Crui, Cip, Cusi, Andisu, la Dual Career è un’iniziativa che permette a chi compete in campionati di alto livello di conciliare attività sportiva e accademica.
Il progetto d’ispirazione anglosassone è sbarcato tra le mura dell’ateneo emiliano nel dicembre 2022 e, esattamente tre anni dopo, erano in 125 ad usufruire del progetto, tra studenti delle università e delle scuole superiori (i secondi rientrano, ancor più precisamente, nel programma sperimentale Studenti Atleti di Alto Livello). Tra le offerte su misura degli studenti-atleti: tutor di supporto, iscrizione in sovrannumero, deroga dalle frequenze e dalle tasse universitarie e premi per il merito accademico e sportivo.
Lo sport center
L’adesione al progetto dello sport center di Parma è arrivata lo scorso luglio, offrendo l’opportunità a due giovani attaccanti, Vittoria Ravenna (2005) e Cecilia Grasso (2006), di trasferirsi all’università di Parma senza penalizzazioni. Grasso e Ravenna sono arrivate lo scorso agosto per iniziare rispettivamente la triennale in Scienze e tecniche psicologiche e Scienze gastronomiche. Con loro c’è anche Martina Todeschi, 2000, attaccante e dall’anno scorso capitana della squadra: Martina ha già conseguito una triennale in ambito zootecnico a Parma e, lo scorso dicembre, ha conseguito una magistrale. Nel mentre, ha portato avanti un corso post diploma di tre anni che le ha lasciato un diploma di Psicomotricista.
Le tre ragazze si giostrano così tra studi, allenamenti da sei o sette ore al giorno e lavoro da istruttrici nel centro sportivo, seguendo una routine serrata ma che, da qualche anno a questa parte, è diventata finalmente sostenibile.
L’esperienza di Cecilia, Vittoria e Martina
«Quello che mi ha spinta a venire qui era la possibilità di aderire al progetto: era la prima volta che ne sentivo parlare, e non è un’offerta di cui tante altre Università italiane dispongono», ha dichiarato Cecilia. Pure la scelta di Vittoria è stata molto orientata dalla possibilità di una doppia carriera: «Ho comunque dovuto sostenere il test di ammissione per accedere al corso di Scienze e tecniche psicologiche a Parma, ma sono migrata in sovrannumero, cosa che nella mia città d’origine non avrei potuto fare. La Dual Career mi ha aperto una strada che, per me, era un sogno».
Grande è anche l’apprezzamento sia per l’ambiente che per la gestione: «Mi sento già parte della squadra. – ha dichiarato Vittoria – Inoltre, ho notato come qui ci sia una grande organizzazione: non è scontata da trovare in Italia, specie nel settore della pallanuoto».
E se in passato, così come ha ricordato Martina, «ti vedevano più come lavoratore che come part-time», adesso le ragazze possono contare sull’appoggio dei tutor in momenti quali l’iter di immatricolazione o la preparazione degli esami: «Uno trai responsabili del progetto – ha spiegato Cecilia – ha già convocato un colloquio conoscitivo su Teams per dare spazio a eventuali domande o dubbi. Li ho trovati molto disponibili».
L’equilibrio tra agonismo e studio
Organizzarsi significa anche passare sei ore di trasferta in pullman con i libri sulle ginocchia: dalle parole delle ragazze, emerge forte e chiaro lo spirito di sacrificio richiesto da una simile tabella di marcia. «Anche se sono stanca, so che per due ore dovrò studiare perché altrimenti non avrò altro tempo. – ha raccontato Martina – Anche quando vado a lezione all’università, devo per forza stare attenta: i concetti che spiegano mi devono rimanere, non ho tempo di riascoltare la lezione o rivedere gli appunti».
Prezioso anche l’aiuto di compagni e professori: «Ho avuto la fortuna di far parte di un gruppo di ragazzi che mi ha aiutato molto: sapevano che non riuscivo sempre a studiare tutto e mi mandavano i loro riassunti. Con la magistrale il rapporto con i docenti è cambiato: all’inizio c’era qualche scontro, ma col tempo i professori hanno imparato a riconoscermi e, vedendomi a lezione, è stato più facile andare a parlare con loro e spiegare le mie difficoltà».
«Di pallanuoto non si vive»
La consapevolezza delle atlete è lucida: la pallanuoto non garantisce una rendita a vita. «A differenza di altri sport con più garanzie economiche, per noi studiare significa garantirci un futuro anche una volta conclusa la carriera agonistica», ha spiegato Cecilia.
Una convinzione che spesso passa per il contesto familiare. Per Cecilia, è la madre Francesca Romano, ex pallanuotista e campionessa europea a Vienna nel 1995, a spiegarle che il solo sport non basta per costruirsi un futuro. «Se non avevo voglia di andare a lezione, – ha aggiunto Cecilia – la punizione era non andare in piscina». Per Vittoria, invece, erano i genitori a ricordarle fin da bambina «l’importanza dello studio: sono cresciuta con l’idea che se volevo fare sport, dovevo anche andare la scuola. Se non c’era uno, non poteva esserci l’altro».
Il valore educativo dello sport
Cosa emerge dai racconti delle tre giovani atlete, è che come nell’istruzione ci deve essere spazio per lo sport, anche nello sport c’è spazio per imparare: organizzazione, spirito di sacrificio, resilienza e risoluzione dei problemi sono solo alcune delle preziose soft skill che le atlete imparano in vasca e che possono impiegare anche nel mondo del lavoro: a detta di Martina, «quello che succede in acqua resta in acqua. Ci si può dare un calcio in allenamento e cinque minuti dopo ridere insieme sotto la doccia».
Le parole delle allenatrici
Se in Italia si stanno vedendo solo adesso le prime tutele per gli studenti-atleti, in Russia questo bivio è già stato superato da generazioni. Natal’ja Kutuzova, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney e oggi allenatrice della squadra, si è laureata all’Accademia statale di Cultura fisica di Mosca, paragonabile all’attuale facoltà di Scienze motorie: «Già trent’anni fa, in Russia gli atleti di alto livello venivano messi nelle condizioni di conciliare efficacemente studio e sport. Per noi, studiare e praticare sport faceva parte di un unico percorso formativo».
Ma, così come osserva anche l’allenatrice, questo principio non è così facile da applicare al contesto italiano: «Nella nostra squadra, nove atlete su quattordici studiano, giocano e lavorano contemporaneamente nel centro sportivo come istruttrici o assistenti. Da questo punto di vista possiamo considerarci privilegiate».
Sara Catellani, portiera, assistente allenatrice della squadra e laureata in economia, vede nella Dual Career una «rete di sicurezza» fondamentale da un punto di vista psicologico: «Prima le ragazze arrivavano all’allenamento con l’ansia di un esame o con il senso di colpa per il tempo sottratto allo studio. Ora, sapendo di avere tutele e flessibilità, entrano in acqua più serene e concentrate».
Un «evoluzione radicale»
Catellani parla di un’«evoluzione radicale» nell’agonismo sportivo: «Fino a qualche anno fa – ha concluso l’assistente allenatrice – studio e sport erano visti quasi come antagonisti. Io stessa, tredici anni fa, ho dovuto smettere di giocare per riuscire a laurearmi. Oggi c’è molto più rispetto per lo studente-atleta. Finalmente le istituzioni, sia sportive che scolastiche, hanno iniziato a dialogare, permettendo di conciliare l’eccellenza in entrambi i campi senza dover rinunciare a nulla».
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