Lavoro, l’importanza di dare voce a chi vive con un disturbo mentale

Ricordate la bufera scoppiata un paio d’anni fa per una puntata di Porta a Porta in cui sette uomini parlavano di aborto?
La risonanza mediatica accompagnò una certa indignazione. Eppure non è stato il primo caso e non sarà di certo l’ultimo. Quanto spesso le persone direttamente interessate da una questione non sono sedute al tavolo nel quale quella questione viene affrontata?
Succede ogni volta che dei bianchi parlano di razzismo, degli eterosessuali trattano il tema dell’omosessualità o delle persone non disabili si confrontano sulla disabilità.
Negli ultimi anni la sensibilità è cresciuta e le occasioni in cui questo succede stanno progressivamente – seppur lentamente – diminuendo. Esiste però un ambito in cui passi avanti se ne sono fatti davvero pochi: quello della salute mentale.
Le persone che vivono con disturbi psichiatrici sono le grandi assenti nelle occasioni in cui si parla del tema. Specialmente all’interno dei luoghi di lavoro, dove – nonostante il diffondersi di programmi e iniziative rivolte al benessere psicologico – lo stigma è ancora radicato.

A che punto è la salute mentale al lavoro

Soprattutto nelle medio-grandi aziende, parlare di benessere psicologico è ormai comune. Servizi di ascolto, percorsi di formazione e iniziative sul tema sono spesso portati avanti con l’obiettivo di offrire alle persone occasioni di confronto e di supporto. Eppure, il tutto si ferma spesso alla gestione dello stress, senza un reale sguardo ai problemi di salute mentale. In altre parole: si parla a chi affronta momenti di cambiamento, sovraccarico e difficoltà, ma non a chi vive con un disturbo mentale come depressione, disturbi d’ansia o disturbo bipolare. Come se ci fosse una convinzione implicita dietro questa assenza di rappresentazione: ossia che le persone affette da disturbi mentali non siano presenti nei luoghi di lavoro. Eppure, secondo il rapporto Ambrosetti-Angelini Pharma presentato nel 2025, il 39,5% dei casi di disturbi mentali trattati in Italia nel 2022 riguarda persone occupate.

Le implicazioni della mancata rappresentazione

Lavorare in un ambiente che si comporta come se le persone con disturbi mentali non esistessero, rende doppiamente difficile, per quest’ultime, condividere la propria condizione. Secondo l’indagine EU-OSHA OSH Pulse 2025, il 63% dei lavoratori italiani intervistati ritiene che rivelare di soffrire di un disturbo di salute mentale avrebbe un impatto negativo sulla propria carriera.
È anche in virtù di ciò, se gli individui che convivono con una patologia restano ai margini. Non mancano solamente le condizioni affinché si sentano sicuri nel condividere la propria esperienza. Ad essere assenti sono anche le occasioni in cui vengono attivamente coinvolti. In un circolo vizioso che alimenta se stesso. Sono infatti rari i casi in cui – nei momenti dedicati alla salute mentale – viene dato loro spazio per raccontarsi e contribuire al confronto.
Il tema scelto per la Giornata Mondiale della Salute Mentale – che ricorre il 10 ottobre – richiama proprio questo aspetto: “Lived experiences heard: real voices, real change”. Ossia: “Ascoltare le esperienze vissute: voci vere, vero cambiamento”. Coinvolgere chi vive con un disturbo mentale significa riconoscere ai diretti interessati un ruolo nel dibattito e nella costruzione dei cambiamenti che li riguardano. Si pensi, ad esempio, a come la loro esperienza potrebbe contribuire a progettare luoghi di lavoro e pratiche più aderenti ai bisogni reali.

Quando la performance decide di cosa si può parlare

La Giornata Mondiale della Salute Mentale ci ricorda dunque la necessità di dare voce a chi resta invisibile, soprattutto nei contesti in cui la presenza di disturbi mentali viene implicitamente negata. Come il lavoro. Perché, tuttavia, questa assenza persiste?
Una possibile spiegazione riguarda il ruolo che la performance occupa nella cultura lavorativa. All’interno dei contesti produttivi, è come se trovasse spazio soltanto ciò che può essere ricondotto al raggiungimento degli obiettivi. Parlare di sovraccarico e di stress è normalizzato forse perché questi fenomeni sono riconoscibili come effetti del lavoro. Sono, in qualche misura, assonanti all’idea di performance. Per quanto possano comunque compromettere il benessere della persona.
Una malattia come la depressione, invece, non si presta alla stessa lettura: nell’immaginario comune allontana dagli obiettivi e non contribuisce a rendere prestante una persona. Forse anche per questo si preferisce tacerla. Come se nominarla incrinasse l’idea di un’organizzazione nella quale ogni esperienza deve in qualche modo riflettere – e riflettersi – nella produttività. Ciò che non si nomina, però, non smette di esistere. Ecco perché, soprattutto alle porte di questo 10 ottobre, è importante ricordare di dare voce e spazio a chi vive con un disturbo mentale. È questo un passo imprescindibile per garantire luoghi di lavoro davvero rispettosi e capaci di riconoscere e accogliere ogni individualità.

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