Orfani di femminicidio, la storia di Giovanna Cardile: «Educare al rispetto fin da piccoli»

Aveva cinque anni quando sua madre e sua nonna vennero uccise davanti ai suoi occhi. Era la notte di Pasqua del 6 aprile 1985, a Messina. Lei era lì, vide suo padre premere il grilletto e sparare. Oggi Giovanna Cardile è pedagogista e insegnante, ha una figlia di otto anni e da anni si batte per i diritti degli orfani di femminicidio. Il recente femminicidio di Lorena Isceri l’ha profondamente colpita e raccoglie l’appello alla politica e alla prevenzione lanciato dal padre, Franco Isceri. «Mando un abbraccio al padre e alla madre di Lorena, comprendo benissimo il loro dolore. Lo Stato deve intervenire. Le leggi ci sono, è giusto che le donne denuncino, ma il problema è educare al rispetto le nuove generazioni», dice Giovanna Cardile, che oggi porta il cognome del padre adottivo.

«A 5 anni ho visto morire mia madre»

La madre di Giovanna, Rosalba Tedesco, aveva 29 anni quando fu uccisa. Aveva deciso di separarsi dal marito dopo anni di violenze. «Mia madre subiva violenza fisica, psicologica, economica e sessuale. Non poteva avere soldi, un conto corrente, prendere la patente o studiare. Mio padre voleva possederla e controllarla». Rosalba lo aveva denunciato e si era trasferita con i figli a casa della madre, Elvira Tracara.

La notte tra il 5 e il 6 aprile 1985, vigilia di Pasqua, l’uomo si presentò a casa loro armato di fucile e sparò prima alla suocera. Rosalba tentò di fuggire e Giovanna, cinque anni e mezzo appena, cercò di proteggerla. «Io mi misi davanti a mamma. Lui mi spostò, segno che era ben capace di intendere e di volere». In pochi istanti Giovanna perse la madre e la nonna. «Da quel giorno, ogni Pasqua rivivo lo stesso incubo».

Libertà culturale e libertà economica

Pochi mesi dopo il femminicidio, Giovanna incontrò quelli che sarebbero diventati i suoi genitori adottivi. «Ero seduta sulle gambe di mia zia paterna quando sentii dei passi e vidi arrivare questa coppia. Guardai quell’uomo, mi alzai, gli andai incontro e lo abbracciai». Decisero di non separare lei e il fratello e li accolsero entrambi. «Da lì nacque una grande storia d’amore», spiega. Il padre era medico, la madre insegnante e Giovanna li chiamò subito mamma e papà.

Fu soprattutto il padre adottivo ad aiutarla a tornare a fidarsi di una figura maschile. «Mio padre, nato nel 1934, mi ripeteva sempre quanto fosse importante essere economicamente indipendente. Mi ha insegnato a studiare, a costruirmi una mia vita e a non dover dipendere da nessuno». Sua madre, invece, aveva dovuto rinunciare anche agli studi per volontà del marito. A giugno le è stato consegnato un diploma alla memoria. «Libertà culturale significa anche libertà economica», sottolinea.

L’educazione e il peso delle parole

Oggi Giovanna è docente di una scuola secondaria di primo grado ed è referente per il bullismo. «Cerco di far capire ai miei alunni che non si può dire a una ragazza: “Stai zitta, devi fare quello che ti dico io” e che non si possono alzare le mani». È proprio osservando bambini e ragazzi che si è convinta che la prevenzione debba cominciare molto presto.

«Certi modi di parlare sono già radicati nella scuola primaria». Spesso, racconta, si sente dire che i bambini siano troppo piccoli per capire: «Non è vero. Già da piccoli si sentono battute rivolte alle compagne che non dovrebbero esserci». Per i genitori spesso si tratta di uno “scherzo”. «Niente di più sbgaliato perchè le parole hanno un peso». Per questo servono percorsi educativi fin dalla prima elementare, con il coinvolgimento delle famiglie (oggi pochi genitori partecipano agli incontri) e una maggiore formazione degli insegnanti.

L’impegno civile

Dal 2013 Giovanna racconta la sua storia per chiedere maggiore riconoscimento e sostegno per gli orfani di femminicidio. «Quando non ero ancora di ruolo, nelle domande per i concorsi c’era lo spazio per indicare se si era orfani di guerra o di mafia, gli orfani di femminicidio non erano riconosciuti», racconta la docente, che ha contribuito alla presentazione di una proposta per istiture la Giornata nazionale degli orfani di femminicidio. La proposta di legge è stata depositata alla Camera da Tommaso Calderone. La data scelta è il 12 gennaio, giorno successivo a quello dell’approvazione della legge a favore degli orfani di crimini domestici, l’11 gennaio 2018 (legge entrata poi in vigore il 16 febbraio 2018), e giorno in cui è nata la figlia di Giovanna. «Per me è stata un’ulteriore rinascita», racconta.

C’è infine un altro insegnamento che Giovanna porta con sé ancora oggi. «Mio padre mi ha insegnato a non odiare l’uomo che ha ucciso mia mamma. Ora provo indifferenza per lui e chiamo papà l’uomo che mi ha cresciuta. Così sono riuscita a trasformare il dolore in impegno per gli altri». Non vivere nel rancore le ha permesso di costruire una vita serena e di trasformare quello che le era accaduto in qualcosa di diverso. Oggi cerca di trasmettere tutto ciò a sua figlia. «Le dico sempre di essere libera, nel pensiero e nella mente e di rispettare gli altri.

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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