
In ogni sua forma e attraverso qualsiasi mezzo, non solo nella vita quotidiana ma anche in quella digitale: la violenza maschile contro le donne è un fenomeno strutturale e, per prevenirla e contrastarla, come tale va affrontata. Da questa consapevolezza nasce la campagna nazionale “Libere anche qui”, dedicata al consenso digitale e al contrasto alla violenza di genere online. Il web non è uno spazio sicuro per le donne: secondo i dati della polizia postale, nel 2024 sono stati registrati in Italia quasi 2mila casi di reati online a danno di donne, con il cyberstalking in crescita dell’8%. Il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura sessuale.
Amnesty International segnala che la violenza digitale in Italia è triplicata tra il 2023 e il 2024, mentre la Mappa dell’Intolleranza (Vox, 2025) rileva che il 44,59% dei contenuti riferiti alle donne online ha carattere misogino. «I recenti casi emersi attorno a piattaforme come Mia Moglie e Phica.eu hanno acceso i riflettori su una realtà che molte donne conoscono da tempo, ma sarebbe un errore pensare che il problema nasca online», spiegano le promotrici Valeria Campagna, Anna Frattini, Lucrezia Iurlaro, Giulia Pelucchi e Laura Sparavigna.
Dall’indignazione all’azione
Presentata il 5 giugno al Senato, “Libere anche qui” nasce da esperienze dirette di violenza digitale vissute dalle promotrici: fotografie pubblicate senza consenso, attacchi sessisti sui social, contenuti offensivi, molestie, denunce rimaste senza risposta e forme di delegittimazione online legate all’impegno politico, istituzionale e civile. Esperienze personali che diventano l’occasione per un impegno collettivo e una proposta politica concreta.
«La violenza digitale non crea dal nulla sessismo, controllo, prevaricazione e cultura del possesso: li rende più veloci, più visibili e più difficili da contrastare – sottolineano le promotrici – È dalla rabbia e l’indignazione verso la società patriarcale nella quale viviamo che nasce la campagna: serve affrontare le radici culturali di questa violenza, promuovere una cultura del consenso e costruire strumenti capaci di garantire libertà e rispetto anche negli spazi digitali».
Dalla cultura alle istituzioni, come agisce la campagna
La campagna si muove su due assi complementari. Il primo è culturale e si sviluppa nell’Atlante del consenso digitale, un documento in 15 punti pensato come strumento pratico e accessibile per promuovere una cultura del consenso e della reciprocità negli spazi online. L’Atlante affronta temi che vanno dalla diffusione non consensuale di immagini all’hate speech, dai deepfake alla responsabilità delle piattaforme, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale come possibile strumento di violenza. Il secondo asse, invece, è politico e istituzionale: la campagna mette a disposizione delle amministratrici e degli amministratori locali uno schema di mozione pronto per essere presentato nei consigli comunali, con impegni concreti che spaziano dall’educazione al consenso e alla cittadinanza digitale nelle scuole alla promozione di percorsi di alfabetizzazione digitale e di prevenzione della violenza online.
Uno strumento pratico ed efficace, la cui esigenza parte dal fatto che l’attuale quadro normativo italiano, in particolare gli articoli 612-ter e 612-quater del codice penale, non copre in modo adeguato la pluralità delle forme di violenza digitale emerse negli ultimi anni.
«Serve una legge che riconosca la violenza digitale»
«Sul piano normativo, il lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha avuto il merito di portare il tema nelle istituzioni, ma a nostro avviso il risultato non è ancora sufficiente – spiegano le promotrici – Chiudere un sito o trattare la tecnologia come una semplice aggravante non risolve il problema; serve una legge che riconosca la violenza digitale nella sua specificità, insieme a obblighi reali per le piattaforme e a investimenti veri su educazione e prevenzione». Con questo obiettivo, il prossimo step della campagna sarà aprire «un tavolo che lavori dal basso, insieme ai Centri antiviolenza, in vista del recepimento della direttiva Ue 2024/1385».
Il lavoro sarà sinergico: la campagna può contare sul supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido, per cui «la rete può essere anche uno straordinario strumento di dialogo, collaborazione e costruzione di comunità: è urgente costruire insieme una cultura digitale fondata sul rispetto e sulla responsabilità» e dell’associazione Tocca a Noi, che assicura: «Supporteremo il lavoro dal basso per calarlo nel quotidiano – nelle scuole, nello sport, nei luoghi di lavoro e nelle famiglie – mobilitando i territori e costruendo nuove alleanze». Insieme a loro, a sostenere la campagna, anche D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, Casa Internazionale delle Donne, Differenza Donna, Giulia Blasi, Martina Carone, Ilaria Maria Dondi, Barbara Leda Kenny, Azzurra Rinaldi, Vanessa Roghi e Silvia Semenzin.
«Credo sia davvero significativo aver iniziato a stigmatizzare i comportamenti digitali lesivi e violenti – spiega la presidente di D.i.Re Cristina Carelli – La nostra esperienza di accoglienza e supporto alle donne ci mostra una sempre maggiore presenza di violenza online. È ormai consuetudine che gli hate speech siano per lo più rivolti alle donne, con minacce e insulti a sfondo sessuale». Anche Barbara Leda Kenny, commentando l’adesione alla campagna da parte della Casa internazionale delle donne che presiede, aggiunge che è necessario intervenire «con la stessa attenzione e la stessa pratica femminista» da cui la Casa internazionale delle donne a Roma è nata, «facendo crescere i saperi delle donne e restando anche in ascolto delle nuove istanze».
D’Elia: serve alleanza tra donne e uomini che si sottraggano alla mascolinità tossica.
«Questo evento arriva il giorno dopo l’approvazione al Senato da parte della maggioranza della legge Valditara, che chiede il consenso preventivo e di fatto boicotta i percorsi di educazione sessuo-affettiva, afferma un’idea proprietaria dei minori e di fatto ostacola il principale strumento di prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne», ha commentato la senatrice Cecilia D’Elia, capogruppo Pd nella commissione Istruzione e vicepresidente della bicamerale d’inchiesta contro il Femminicidio, aprendo la conferenza stampa.
«Questa campagna contro la violenza digitale – ha continuato D’Elia – è promossa da un collettivo fantastico di giovani donne e pone un tema che come bicamerale femminicidio abbiamo affrontato, producendo una relazione. Ci sono anche proposte di legge depositate a mia firma e non solo. Siamo ancora all’inizio di un percorso di consapevolezza: la violenza digitale è un nuovo campo della violenza maschile contro le donne, ma deve essere chiaro che la radice culturale è la stessa, quella del patriarcato. L’approccio importante è che non se ne esce da sole. Anche la violenza digitale è un dato strutturale che si sta replicando nella logica dell’online, si sconfigge insieme in un’alleanza tra donne e con gli uomini che si sottraggono alla mascolinità tossica».
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