
Lo Stato che entra in una scuola, in un quartiere residenziale di Roma, autorizza la forza pubblica e porta via una bambina di sei anni, affetta dalla rara sindrome di Fabry, che da tempo rifiutava di vedere il padre. A Monteverde sono le 13.30 del 15 maggio quando la piccola viene prelevata proprio dal genitore, con la polizia e i servizi sociali, per ordine del Tribunale dei Minorenni. Tutto nonostante ci sia un giudizio in corso aperto nei mesi scorsi davanti al Tribunale ordinario, che proprio a luglio, sulla base del parere di un medico ospedaliero, aveva annullato un precedente provvedimento con cui la piccola sarebbe stata prelevata e trasferita in una casa famiglia. «Pregiudizievole per la sua salute», aveva obiettato il Ctu medico al giudice, che aveva quindi fatto macchina indietro disponendo che la piccola Stella dovesse continuare a stare con sua madre come, per altro, chiedeva in tutti i modi.
Allontanamenti forzosi, extrema ratio o pratica diffusa?
La vicenda di Stella, la bimba di Monteverde, si riapre all’improvviso e torna a mettere in primo piano il dramma dei minori “strappati alle madri” e i confini dell’intervento giudiziario nelle famiglie attraversate da accuse di violenza domestica. Stavolta la scena è quella di un blitz destinato a riaccendere i riflettori sulle prassi dei tribunali di ricorrere al trasferimento coatto dei minori ricorrendo anche all’uso della forza pubblica. Una pratica sconfessata da diverse sentenze, anche della Cassazione, e dalla Garante dell’infanzia Marina Terragni che, in un documento pubblico dal titolo “Prelevamento dei minori, facciamo il punto”, ricorda come gli allontanamenti forzosi, ai sensi dell’articolo 403 del Codice civile, debbano essere una misura eccezionale.
Disposto per la madre il divieto di avvicinamento
A mettere in moto il prelevamento di Stella è stato un decreto del Tribunale per i minorenni di Roma firmato il 14 maggio dal giudice relatore delegato Giuseppe Magliulo, che dispone il «collocamento immediato della minore presso l’abitazione paterna», autorizzando «sin d’ora l’assistenza della forza pubblica se ritenuta necessaria per l’esecuzione del provvedimento». Non solo: ordina che la madre non potrà avvicinarsi alla piccola e dovrà mantenere una distanza di 500 metri dall’abitazione paterna e dal contatto con la bambina.
La lettera di attiviste e parlamentari ai ministri Nordio e Schillaci
«Un provvedimento che contrasta con quelli di segno contrario motivatamente adottati dal giudice competente, che è quello ordinario, in un giudizio tuttora pendente», scrivono in un appello attiviste, avvocate, parlamentari tra cui anche la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, il senatore Filippo Sensi e l’assessora capitolina alle Pari opportunità Monica Lucarelli. L’ordine di protezione, non comunicato alla madre, è stato disposto «inaudita altera parte, su istanza paterna». «Non indietreggeremo – si legge nella missiva indirizzata ai ministri della Giustizia e della Salute, Carlo Nordio e Orazio Schillaci – di fronte alla prospettiva di una denuncia collettiva nei confronti di tutti i responsabili di quello che riteniamo un intervento traumatico imposto a bambini indifesi da parte di autorità giudiziarie che avrebbero dovuto accertare i fatti prima di adottare provvedimenti e ordini di protezione tanto invasivi nei confronti della vita delle bambine e delle loro madri».
I primi provvedimenti e il rinvio a giudizio del padre
Per raccontare la storia della piccola Stella bisogna però fare un passo indietro. E tornare all’estate del 2025 quando un intero condominio, quello dove la piccola vive con sua madre, si sollevò opponendosi al prelevamento forzoso di Stella disposto con ordinanza dalla prima sezione del Tribunale civile di Roma, a firma delle magistrate Marta Ienzi, Cecilia Pratesi e Stefania Ciani, arrivando a scrivere una accorata lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla premier Giorgia Meloni perché Stella non venisse toccata. L’ordinanza scaturiva da un precedente provvedimento del 28 febbraio dello stesso Tribunale civile (presidente del collegio Cecilia Pratesi, giudici Stefania Ciani e Valeria Chirico), secondo cui la bambina era affetta da «disturbo dell’adattamento di aspetto traumatico» per «l’incapacità dei genitori di fornire un ambiente sereno e di facile accesso all’altro genitore e all’immagine positiva dell’altro». Da qui la decisione di collocarla in una struttura. Nel frattempo, l’ex compagno della madre veniva rinviato a giudizio per lesioni aggravate, circostanza mai citata in alcun provvedimento dei giudici. Neppure dell’ultimo. Il Tribunale dei Minorenni si limita a rinvenire un «grave pregiudizio» per la bambina, attribuendo alla madre una «condotta oppositiva» tale da compromettere il rapporto con il padre.
L’avvocata della madre: «Relazioni Cav attestano escalation di violenza»
Nelle carte si legge anche di una minore trovata, in occasione di un accesso dei servizi sociali, «nascosta sotto un tavolo, legata con del nastro adesivo» non specificando però – come testimoniato dalle cronache di quel giorno – che quel gesto era stato messo in atto da Stella proprio per opporsi al prelevamento da parte dei servizi sociali e all’allontanamento dalla mamma, fortunatamente poi sventato. L’avvocata della madre, Marina Marconato, parla apertamente di una decisione assunta «sulla base di un pregiudizio inesistente» e denuncia una sottovalutazione delle relazioni del centro antiviolenza che assiste la donna. «Ci sono relazioni recentissime che attestano una escalation di violenza dell’ex – sostiene Marconato –. Perché il servizio sociale non ha attestato la pericolosità del padre?». Ma intanto Stella non è più a casa sua e sullo sfondo resta una domanda che da mesi attraversa il caso: dove finisce la protezione del minore e dove comincia il rischio di un trauma prodotto dalle istituzioni? Al centro c’è una bambina di sei anni portata via da scuola per decisione dello Stato in nome della bigenitorialità a tutti i costi ed esercitata anche con l’uso della forza pubblica.
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