Minori e social, i divieti non bastano: la via del controllo sugli algoritmi

Spagna, Francia, Australia hanno fatto da apripista. Iniziando a introdurre restrizioni sull’uso dei social media da parte dei minori. Più recentemente  la Commissione europea ha concluso in via preliminare che Meta non ha adottato misure adeguate a impedire ai minori di 13 anni di usare Facebook e Instagram.  Se basta inserire una data di nascita falsa, la protezione dei minori resta solo formale. La via del divieto, finora la più battuta a livello internazionale comincia a mostrare falle e si allontana l’obiettivo di contrastare la diffusione della dipendenza da smartphone e social tra gli adolescenti, spesso bollati come “the anxious generation” (v. “The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness Hardcover” di Jonathan Haidt). Una generazione che vive la maggior parte della vita nella dimensione digitale, con effetti sempre più evidenti e preoccupanti.

Divieti aggirabili

Secondo il senatore Antonio Nicita (Pd), già commissario Agcom e docente universitario, lo strumento del divieto potrebbe non raggiungere gli obiettivi, poiché è una strada facilmente aggirabile dai giovani nativi digitali. La proposta alternativa, contenuta in una proposta di legge con primi firmatari lo stesso Nicita e il collega dem Lorenzo Basso, è intervenire a monte, analizzando e regolando gli algoritmi delle piattaforme.

Anche la Fondazione Mondo Digitale, attraverso la direttrice generale Mirta Michilli, sostiene che «la vera sfida non sia vietare o liberalizzare indiscriminatamente, ma costruire un sistema di governance che metta al centro: il giudizio umano, la supervisione, la progettazione educativa». Tra gli strumenti proposti, nella recente Rome Cup, c’è il booklet “Media e minori”, che promuove un uso equilibrato e responsabile dei media, la prevenzione dei rischi online, la collaborazione tra scuola e famiglia e lo sviluppo del pensiero critico.

 Le soluzioni adottate in Europa

Il problema è molto sentito. Lo sentono i genitori, gli insegnanti, e cominciano a rendersene conto gli stessi ragazzi e ragazze. «Lo smartphone – dice Sciltian Gastaldi, insegnante e scrittore – è un computer più potente di quello che mandò l’uomo sulla Luna e i giovanissimi ci stanno sempre su, fanno continui confronti e paragoni tra loro stessi e altri coetanei che si trovano ai quattro angoli del mondo. Solo che molti di quei coetanei hanno profili falsi, sono frutto dell’Ai, sono realtà virtuale perfette. Così i ragazzi si sentono sbagliati, brutti, grassi/e, non muscolosi, secchi, difettosi. A scuola non ne parlano, a casa non ne parlano, ma non riescono a gestire da soli la potenza comunicativa del loro smartphone».

Serve, dunque, un intervento normativo e a livello europeo e internazionale si stanno sviluppando diverse strategie. L’Unione Europea sta lavorando al Digital Fairness Act (Dfa), che introdurrà limiti su design manipolativi (dark patterns) , marketing tramite influencer, sistemi che creano dipendenza, pratiche scorrette di personalizzazione. In Australia è stata approvata una legge che vieta l’uso dei social sotto i 16 anni, dando responsabilità alle piattaforme.  In Francia il  divieto esiste sotto i 15 anni, in Portogallo l’accesso è consentito dai 13 anni con consenso genitori, in Spagna il limite a 16 anni con responsabilità per le piattaforme. In Grecia c’è il divieto sotto i 15 anni che entrerà in vigore dal 2027.

Il caso italiano

In Italia in Parlamento c’è una proposta bipartisan, al momento ferma, a firma di Marianna Madia (Pd) e Lavinia Mennuni (Fdi) sulla protezione dei minori online e sul divieto d’uso al di sotto dei 15 anni e  con sistemi di verifica dell’età (age verification), nullità dei contratti stipulati da under 15, l’aumento a 16 anni per il consenso autonomo ai dati.

Ma i dubbi che un sistema basato principalmente sul divieto non sia efficace o a sufficiente e che il problema andrebbe risolto a monte aumentano. Per contrastare l’aumento di ansia, depressione, aggressività e autolesionismo spesso correlati all’uso dei social media, non bastano i divieti, lo ha recentemente ricordato anche il neuropsichiatra Stefano Vicari, docente e autore del libro “Adolescenti interrotti” che equipara la dipendenza dagli smartphone a quella dalle droghe.

La nuova proposta di legge del Partito democratico intende contrastare e bloccare la dipendenza dagli algoritmi dei social network, agendo a monte, sugli stessi algoritmi. “Il disegno di legge, presentato al Senato – spiega Nicita – individua tre pratiche problematiche qualificate giuridicamente come effetti e quindi vengono individuati dei rimedi. Il primo è la dipendenza algoritmica, i cui effetti sono evidenti soprattutto sui più giovani. Abbiamo una letteratura crescente, ormai convergente, sul fatto che ci sono meccanismi degli algoritmi, in particolare lo scrolling, l’autoplay, la selezione dei contenuti, le notifiche, il badge architettati appositamente per stimolare l’attenzione e tenere le persone incollate più tempo possibile allo schermo. Gli altri due aspetti critici riguardano l’influenza algoritmica, cioè l’idea di selezionare e profilare gli utenti senza il loro consenso, al fine di generare un meccanismo di influenza dei contenuti, e la manipolazione algoritmica selettiva che in modo arbitrario spinge alcuni contenuti a danno di altri».

L’impatto della sentenza Usa

La recente sentenza americana  che ha condannando Meta (Facebook, Instagram, Whatsapp) e Google (YouTube) per aver creato dipendenza e causato danni alla salute mentale dei minori ha contribuito ad avvalorare i contenuti del disegno di legge e aggiunto anche degli aspetti nuovi. «La sentenza – spiega Nicita – ha aggiunto due elementi importanti: uno, ha tirato fuori l’elemento non banale dei documenti interni di Meta e di altri social che dimostrano che al proprio interno si sono posti domande sui meccanismi che creano dipendenze; due, si è dimostrato che le piattaforme sono consapevoli degli effetti potenziali e scelgono comunque, nonostante questo, di disegnare algoritmi in un certo modo, perché è la strada che garantisce più profittabilità».

Un ruolo per l’Agcom

Un ruolo importante nel disegno di legge è attribuito all’Agcom. «Sarà l’Autorità a individuare le linee guida e a dare indicazioni precise su cosa si possa fare e cosa non si possa fare. Introduciamo, inoltre, secondo l’esempio australiano, una responsabilità delle piattaforme, il cosiddetto duty of care. Quando si disegna un algoritmo, cioè, sarà dovere delle piattaforme operare l’analisi tecnica e verificare che non esista un’alternativa che svolga la stessa funzione evitando la dipendenza. Faccio un esempio: se noi sapessimo che i like creano dipendenza sarebbe opportuno introdurre un meccanismo per cui possono essere visibili solo la sera o solo la mattina, oppure possono essere visibili solo alla persona che ha pubblicato il post. Ci sono tanti elementi che servono all’engagement ma che creano una serie di problematiche e su questi si può agire. Se le piattaforme non si adegueranno alle linee guida, secondo il nostro disegno, possono essere sanzionate. Il controllo è sulla fase di disegno dell’algoritmo».

Prevista anche la responsabilità civile da disegno dell’algoritmo

La proposta del Pd ricomprende anche una nuova tutela sul piano giuridico rispetto agli effetti che producono gli algoritmi: «Noi vogliamo introdurre la responsabilità civile da disegno dell’algoritmo, fattispecie che oggi non esiste. Responsabilità che certamente va provata in tribunale, ma saranno le piattaforme ad avere l’onere della prova. D’altronde stanno emergendo oggi sempre più casi in cui le piattaforme sono condannate o sono costrette a scegliere la strada della transazione. In New Mexico hanno transatto per 1,2 miliardi. E quindi anche le piattaforme hanno una loro convenienza a ragionare su questi strumenti».

In conclusione il pacchetto prevede: «Il divieto di disegni algoritmici che generano le tre problematiche fondamentali, un ruolo attribuito all’Agcom per definire le linee guida e le sanzioni nel caso in cui tali direttive non  siano rispettate, la responsabilità civile e il duty of care delle piattaforme. Per svolgere il ruolo che è stato pensato per l’Agcom viene inoltre previsto che l’Autorità si doti di un comitato tecnico per discutere con le piattaforme e trovare le soluzioni ottimali».

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